Pierluigi Romani
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Giovan Battista Bassi

 

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Mario Rocchi (II)

 

Floriano De Santi

 

GIORGIO SEVESO, Milano, 1972

“America” potrebbe essere il titolo che regge l’attuale lavoro del giovane Romani. E’ un tema apparentemente gratuito per un pittore che, come lui, conosce gli Stati Uniti soltanto per esperienza indiretta, attraverso i racconti di parenti e amici o per il tramite della letteratura e del cinema, e che potrebbe apparire, appunto, “letterario” perché slegato dal contesto di un’autentica esperienza esistenziale. Egli inventa, infatti, una moderna “fiaba” raccontata a se stesso e agli altri, in cui il mito si carica di segni lievitanti, e le cose e le persone appaiono irreali – d’una realtà differita, spostata verso un ordine diverso – e come viste dietro uno schermo deformante. Uno schermo che, a tratti, le confonde e le annebbia o, altrimenti, le illumina d’una nitidezza ambigua, d’una fisicità tanto stagliata e perfetta da riuscire sospetta, inquieta, allarmante.

Ma proprio questo è il punto di forza della sua pittura. La sua America, tutta pensata e onirica, trova concretezza ed oggettività nel giudizio che da essa trascorre, e la scelta di Romani, apparentemente fragile e “letteraria”, non è più tale: essa affonda, invece, robuste radici nella realtà delle cose americane, nel significato globale che esse hanno assunto, oggi, nel mondo.

I vertici d’alienazione, e disgregamento dell’uomo, il culto della violenza, l’ipocrisia e la cattiva coscienza d’una nazione il cui asettico benessere si nutre della miseria altrui e del più cinico taglieggiamento, la guerra permanente come condizione e funzione d’una industria macroscopica, il razzismo, lo spreco eletto a sistema… Ecco: questi temi, e gli altri capitoli neri della storia americana contemporanea, si coagulano emotivamente negli inquieti paesaggi urbani di Romani, nelle allucinate bardature dei suoi hippies, nella minacciosa lividezza dei suoi neon e delle sue maree montanti.

Per questo l’America di Romani non è un paese felice anche se le sue immagini rifiutano la citazione diretta, la testimonianza esplicita. Il valore emozionale di un giudizio negativo informa di sé ogni cosa, ogni segno, ogni colore, e nell’affollata iconografia a cui dà luogo si fa strada, quasi esorcisticamente, il vibrato rifiuto d’una civiltà e d’una cultura che non hanno più posto per l’uomo e l’hanno soffocato.

Si tratta d’un rifiuto e d’una negazione di natura etica, dunque, a cui non occorrono circostanze precise, racconti o episodi specifici per manifestarsi: è sufficiente, per Romani, pensare l’America nei suoi oggetti, nelle sue strade, nella sua gente: il fatto che essi siano “inventati” nulla toglie alla squallida realtà di cui sono espressione.

Il linguaggio pittorico a cui Romani ingiunto in questa sua prima personale milanese è nervoso, scattante, sensibile; percorso com’è da un repertorio stilistico complesso in cui, accanto a vivaci stilemi pop, convivono talvolta le materie desolate e silenziose di Banchieri e Luporini o i drammatici ambienti di Ferroni. Il pathos che lo sostiene ne riscatta, tuttavia, le attuali possibili incertezze, conferendogli una stimolante presenza espressiva ed una marcata organicità di fondo, sintomi scuri, questi, d’un talento non certo provvisorio o effimero.

 

 PIER CARLO SANTINI, Lucca, 1975 

Nello studio di Pierluigi Romani spicca soprattutto un grande tavolo coperto da centinaia di matite di ogni colore che egli appunta in modo impeccabile. Qua e là si vedono anche tubetti di tempere, ma dal prevalere di quelle su questi si capisce subito che l’artista preferisce oggi l’asciuttezza del tratto grafico. In realtà egli coagula le sue forme mediante una miriade di segni policromi che a distanza si compongono in determinate tonalità. Senza che si possa minimamente parlare di un processo di tipo divisionista, è certo però che gli effetti finali, così peculiari, scaturiscono spesso dal mélange dei segni sovrapposti, allineati, tramati, intrecciati ma anche “divisi” nei tracciati e nei timbri. E’ questo un modo coerente di esprimere quella vocazione grafica che fin dai primi anni sessanta spiccava nelle sue pagine informali, e che non sembra poi più rinunciata.

Negli ultimi tempi l’attività di Romani si è intensificata, e il suo costante impegno appariva ben riflesso, ad esempio, nei dipinti esposti alla mostra “Pittura 75 in Toscana”. Qui peraltro dominava la cupezza dei blu stesi in campiture continue e interrotti da colpeggiature luminescenti apposte e dislocate con grande sapienza. Erano interni di ambienti notturni, raggelati nella loro rudezza tecnologica, corsi da riflessi di mutevole intensità, estraniati da ogni plausibile o almeno identificabile funzione. Negli ampi spazi cavi abitava per solito un sonatore con il suo strumento, con le sue apparecchiature anch’esse di sofisticata tecnologia, solo, enigmatico, impenetrabile; talora remoto, di potrebbe dire, nel suo raptus creativo. Così Romani costruiva un suo personalissimo mito del jazz, irrispettoso dei tempi e delle verità “storiche”, più vòlto a contaminazioni tematiche e iconografiche che non interessato ad evocare o restituire il clima di un’età favolosa. Un’età, per ragioni di luogo e di tempo, dall’artista conosciuta indirettamente; personaggi lontani; e più ancora dei personaggi, nomi indimenticabili; e qualche volta immagini ricordate. Credo di poter dire che la mancanza di una esperienza diretta del mondo americano, e la precarietà, la stessa insufficienza dei documenti figurali, o delle fonti, hanno concesso a Romani un ampio margine di fantasia, stimolandone tra l’altro l’inventiva. E’ così che egli ha potuto collocare i suoi jazzmen in ambienti tipologicamente e cronologicamente incongrui, come a sottolineare la perenne modernità, mantenendosi immune da ogni tentazione revivalistica.

Più recentemente, abbandonata la tempera almeno quale tecnica primaria, l’artista ha variato notevolmente i temi, le chiavi cromatiche, i simboli, introducendo nelle sue composizioni elementi nuovi. Sono nate così le scenografie più articolate e fastose che si vedono negli ultimi quadri, i ritratti diremo simbolici di celebri suonatori e musicisti, e quello straordinario Sassofono che è una vera avventura nel dominio dei segni labirintici. Qui si può cogliere assai bene il peculiare modo di intendere certe istanze iperrealistiche, operando traslitterazioni che accentano il valore dei simboli. Ma occorre aggiungere subito che il linguaggio di Romani rivela componenti a lungo stratificate, con memorie, perfino, giacomettiane.

E’ noto che per ogni artista autentico le scelte dei temi, a parte il cotè sentimentale, si determinano in rapporto alle possibilità che i materiali presentano di essere tradotti in termini di linguaggio. Ora è chiaro che il mondo del jazz e tutte le strumentazioni relative alla comunicazione del suono e agli effetti speciali, nonché la fantasmagoria delle luci, la grafia delle scritte e dei marchi, la sovrapposizione delle immagini cinetiche proprie di certi locali notturni, non potevano non attrarre Romani, esecutore fra l’altro dotato di straordinaria abilità. Cimentarsi in pezzi di bravura, movendosi con disinvolta scaltrezza nel groviglio di oggetti spesso improbabili, simulando immagini riflesse o rovesciate, moltiplicando svecchiature e profili, non è atteggiamento fine a se stesso, ma abito a modalità di figurazione che son già parte intrinseca del significato espressivo. E’ evidente che Romani ha deciso di non mortificarsi, e il momento di cultura che si trova a vivere lo ha confortato per questa via. Ma è anche evidente, specie negli ultimi più “semplici” dipinti, che egli punta soprattutto ad effetti di intensa espressività. Il mondo del jazz è dunque un mezzo per trovare l’uomo nel momento più immemore della creatività, che è insieme di partecipazione e di isolamento. A guardar bene non vi sono nei suoi quadri persone biograficamente riconoscibili, ma sempre e soltanto un unico, emblematico protagonista. E intorno, vicino a lui, o dietro di lui, l’ambiente dove la sua vita si consuma con impegno e tensione. Quanto rimane di scontare sembianze divenute quasi familiari attraverso celebri immagini, non deve ingannare. La leggenda del jazz è in definitiva, per Romani, dicevo, un punto di partenza, nel quale ed oltre il quale comincia il sondaggio della condizione propriamente umana.

 

 PIER CARLO SANTINI, Lucca, 1977

Mi sia concessa per una volta l'immodestia di una autocitazione. Poco più di un anno fa, esaminando il ciclo dei dipinti con gli uomini del jazz che Romani aveva eseguito nel corso degli anni 1974-75, cercavo di vedere come l'artista avesse costruito un suo personalissimo mito, «irrispettoso dei tempi e delle verità "storiche", più volto a contaminazioni tematiche e iconografiche che non interessato a restituire il clima di quell'età favolosa». Quasi a voler concludere quel ciclo con un simbolo, Romani aveva dipinto un Sax, autentico tour de force, pezzo di straordinaria bravura con i suoi congegni sofisticati e labirintici.

Qualche mese più tardi mi disse che stava pensando a certe scene di periferia, e che presto mi avrebbe mostrato i primi risultati. Dopo i quali, fino ad oggi, il lavoro si è svolto con ritmo intenso, e le prove qui raccolte ne fanno fede. Debbo dire che più volte ho cercato di conoscere le ragioni della nuova scelta tematica: di conoscerle, intendo, dalla viva voce del protagonista, come confessione, almeno, di moventi d'ordine psicologico. Ma Romani è uomo assai laconico per verba e i suoi rapidi cenni mi hanno puntualmente rimandato alle opere. Che cercassi io i «perché» del nuovo corso. E così mi son proposto anzitutto di verificare i nessi fra il ciclo delle periferie e quello del jazz, giungendo ad accertare non solo una perfetta equivalenza stilistica, ma anche una identità di motivazioni e di ragioni interiori.

Come dicono le note biografiche, Romani vive a Lucca, nel centro del centro storico, in quella via Guinigi che per tanti aspetti della città, riassume la lunga storia millenaria. La vita, a Lucca, ha ancora ritmo e carattere umani: si accende sì d'operosità e di lavoro, si anima sì di contrasti e di polemiche, può immiserirsi magari talora in dispute sterili e anacronistiche, ma si placa poi sempre nel silenzio, nelle pause a tutti concesse per riconoscersi uomini tra gli uomini, incontrarsi, ritrovarsi ogni giorno; sentire nella strada le voci e i rumori che segnano le ore, i giorni, le stagioni; sapersi protetti dal cerchio delle mura e trovare poco oltre le colline che t'accolgono lungo le erte solitarie, sono fatti, sensazioni e sentimenti decisivi. Si può perfino credere, in qualche momento, che l’ordine, il buongoverno, l'equilibrio e l'armonia regolino le sorti del mondo. Solo oltre questa misura esistenziale nella mente e nella coscienza trovano riflesso i problemi del gran numero, le lacerazioni della società, i fenomeni disgregatori ed alienanti delle metropoli, e insomma un «aldilà » tanto più mitico quanto meno familiare e conosciuto.

Per un artista che si trovi a vivere in tale condizione e insieme si ricusi all'isolamento e al solipsismo, la presenza di tutto ciò che sta oltre l'esperienza quotidiana, esigendo però comunque considerazione e impegno morali, può diventare tema e quasi assillo continuo. Resta pur sempre che le esperienze vissute nella propria carne e partecipate con tutta intera la propria persona, emergono con diversa evidenza e procurano ben diverse tensioni.

Dico questo per anticipare che anche nelle città e nelle periferie come già nel jazz, tra i supposti modelli (che non esistono, in effetti) e le immagini — o se si preferisce tra lo realtà e la scelta delle forme — vi sono diaframmi e distanze incolmabili. Respinto ogni richiamo proveniente dalla storicità e dalla cronaca urbana vissuta, Romani si volge od altri pensieri, ed inventa una sua città fantasmagorica, rutilante, tecnologizzata, addensandovi tutti i meccanismi e gli ingredienti più emblematici, e una miriade di simboli, di numeri, di lettere, di logotipi; e anche di segni privi di una qualsiasi referenza figurale. È una città inedificata, un’idea visionaria di città come poterono averla Sant’Elia o Chiattone, che tuttavia trova in una certa realtà americana suggerimenti e motivi da sviluppare. L'assieme diventa subito incombente perché le sequenze strutturali e morfologiche sono traversate e corse da un turbinio di luci, di ombre, di riflessi, che è accentuato dal gioco delle trasparenze, delle specchiature, degli aloni. Nelle grandi dimensioni delle tele il tempo di lettura si allunga solo che si voglia tener conto di tutti gli episodi. Del resto, lunghissimi sono stati i tempi dell'esecuzione, anche se la maestria di Romani e la sua padronanza di mezzi appaiono stupefacenti. Osservati da vicino, i dettagli scoprono un trattamento finalizzato ad ottenere il massimo del risalto illusionistico. I percorsi, gli oggetti, gli incavi, le rifrazioni, le scie, e insomma ogni elemento fisicamente percepibile o strumentalmente registrabile è fissato e definito con una tale minuzia da rendere ampi settori del quadro veramente pulviscolari.

Gli impianti tuttavia sono preordinati con attenzione estrema a quello che sarà l'effetto quando si cerchi di cogliere la scena nella sua globalità. Quasi sempre zone dilatate e anepisodiche, creando spazi liberi, vuoti o neutri, marcano e accentuano le parti in cui le cose e gli oggetti si affollano, si frantumano, si moltiplicano.

Tale modo di comporre Romani aveva già ampiamente sperimentato nel dipinti del ciclo anteriore, architettando ambienti nudi, limpidi, asettici entro i quali le figure spiccavano come presenze inattese. Alla impostazione iniziale succede la lunga serie delle definizioni morfologiche di dettaglio che segue in parte le tracce del disegno d'origine, e in parte consegue al processo stesso dell'esecuzione. Così, fino all'ultimo, l'artista aggiunge e modifica tenendo conto soltanto delle esigenze della forma, indifferente alla logica narrativa e alla plausibilità figurale. E ciò fa senza una sbavatura, senza un'incertezza, riconducendosi sempre all’intenzione originaria. Per folto che sia l'intrico dei segni, per complicato che sia il gioco dei riflessi e delle trasparenze, sia nei vicini che nei lontani, tutto si risolve con cristallina nitidezza.

Per cogliere meglio gli aspetti costitutivi della sua pittura, giova forse avvicinare queste vedute di paesaggi urbani, veri repertori per uno studioso del « townscape », alle periferie e ai giardini, a cui l'artista si è pure dedicato negli ultimi mesi. Qui si ha la conferma della sua vocazione a trarre partito da ogni elemento e frammento esterno per una incessante invenzione di temi grafici e pittorici. Romani è uomo di raffinata cultura, e forse avrà posto ritrovo eleganza di segni e di sigle, anche se di gusto così diverso, attenzione all'opera di Beppe Bongi. Fatto è che solo in Bongi ritrovo eleganza di segni e di sigle, anche se di gusto così diverso, e di così diversa estrazione culturale. Come Bongi anche Romani sa mettere a frutto i doni della sua mano, riconoscendo alla probità artigianale una funzione e un ruolo insostituibili. Per il resto (penso soprattutto alla economia distributiva, ed anche alle preferenze per alcune tonalità dominanti) occorre computare certi tratti della sua formazione, quando fu idealmente vicino al gruppo di artisti raccolti attorno a Bergamini. Ma questi precedenti, ed altri di più recente ubicazione, ci lasciano comunque ai margini di un mondo che, nella sostanza, l'artista ha costruito come visione originale.

Pierluigi Romani, lucchese di Lucca, a Lucca tiene oggi la sua prima mostra. E un dato di fatto significativo che ci dice molto sul carattere riservato di un artista che solo dopo aver compiuto esperienze approfondite ha accettato di esporre nella propria città.

La nota che precede fu scritta in occasione di una mostra fiorentina folta di dipinti di grande impegno e di alta qualità. Non avrei ora ragione di modificare o di aggiungere alcunché, a pochi mesi di distanza, anche perché Romani ha continuato a lavorare con coerenza, senza crisi o diversioni. Mi piace tuttavia che questa breve postilla compaia nel catalogo della mostra lucchese, in quanto molte delle opere esposte sono inedite, e documentano gli ultimi mesi d'attività dell'artista.

L'attuale ciclo potremmo dirlo degli interni, e viene dopo quelli ben noti del jazz, delle periferie, dei giardini. Se i termini linguistici sono gli stessi, e gli episodi ancora si moltiplicano affollando e talora quasi stipando lo spazio, mi sembra che sia stato accentuato il carattere simbolico del racconto. Atelier, laboratorio, gabinetto o deposito che voglia considerarsi questo ambiente, esso è quasi sempre assemblaggio eterogeneo di oggetti, di morfologie, di segni e di figure improbabili che vivono in una coesistenza assurda.

Tornano sigle, moduli, cifre, nomi, stampigliature predilette, ma è come se su ogni cosa si sia posata la polvere del tempo a corrompere e macerare la vita. Spesso, queste stanze si direbbero abbandonate, recessi non più raggiunti da chi pure vi ha depositato una propria inconfondibile mitografia. Romani è maestro di contaminazioni, sia che si finga fanatico entomologo, sia che vada esplorando una sorta di mercato insondabile di chincaglierie e di oggetti rari, perduti. La vita, quella quotidiana, non si sa più dove risieda e di che cosa si alimenti, se non di queste parvenze visionarie, di queste immagini labili e scolorate, di questi non — sensi.

Certo il discorso dovrà essere approfondito ove si vogliano intendere a fondo le molte componenti della pittura di Romani, e soprattutto ove si vogliano percorrere le regioni di quel retroterra psichico che sembra qui riflesso un po' dovunque. Ma sarebbe un lungo discorso e forse anche, per ora, intempestivo. Basti aver accennato a questi esiti che l’artista sembra voler coltivare e seguire sulla traccia delle sue recenti esperienze. 

8 gennaio 1978   S.

 Enzo Fabiani, Milano ,1978

Il Discorso implacabile di Pierluigi Romani 

E’ subito evidente (basta cioè, vedere un solo suo quadro) che è raro trovare oggi in Italia un giovane pittore il quale abbia, nel definire il motivo, l’amore e la furia, la tensione e l’attenzione del lucchese Pierluigi Romani: con risultati tanto nitidi e dimostrati, quanto enigmatici e suggestivi. Le sue città, i suoi giardini, i suoi jazzman, i suoi uccelli, i suoi motivi, appunto, hanno caratteristiche ben precise: e cioè la definizione assoluta, innanzitutto, che deriva e dalla partecipazione totale dell’artista al suo fare, e dalla perfetta padronanza dei mezzi; e poi il giusto dominio dei vari elementi, conquistato mediante una coscienza rabbiosa e inquieta; ed infine l’evidenza che è il risultato della partecipazione, della coscienza e della padronanza tecnica, anche e specialmente di quel che di estroso e di sdegnoso che anima e guida il suo operare e grazie al quale la realtà diventa, mediante e in seguito ad una lievitazione arcana, poesia e consolazione, visione e quiete; ma anche giudizio.

E’ vero: i motivi non sono nuovi, non sono esclusivi. Abbiamo visto molti maestri affrontare periferie e giardini, suonatori ed uccelli negli ultimi decenni, anzi direi dai secoli dei secoli. Nessuno, però, mi sembra, ce li ha fatti vedere nella luce nervosa e “fredda” di Romani; luce, o meglio essenza ricreante, fantasiosa ed insieme spoglia e direi quasi vuota (come può dirsi vuoto il sassofono sonante…); luce, o riverbero e riflesso di una “cosa mentale” (così, come si sa, Leonardo definiva la pittura) che proietta il dato mnemonico in una visione intellettuale e, se riuscita, spirituale; cioè l’estrae (la cava, diremmo noi toscani) per poi concretizzarla sul quadro, che diventa schermo comune, cioè coscienza di tutti.

Ma: luce, ossia pittura, intesa come alfa o come omega? Cioè come sorgente o come foce? Come idea iniziale, germinante e come risultato commisto con la realtà mediante la quale si manifesta? Non saprei: in questi quadri vengono coinvolte molte e molte cose. Realtà e surrealtà, osservazioni e sogno, grafia e trasfigurazione, racconto e memoria, amore e rifiuto, semplicità e sdegno… Già, tutto questo, tutte queste “cose”, ma non la letteratura. Romani insomma, pur nella complessità dell’irrequietezza e dell’interrrogazione, della rabbia e della “melancolia” non è quel che si dice, o si può dire, un bambocciante che affida il suo messaggio alla tavoletta, all’ ”omino” che cova i suoi desideri e le sue paturnie, le sue furbizie e le sue ripetizioni…

Romani ha avuto un suo profeta in Pier Carlo Santini. (Buon segno. E logico incontro). E Santini, dopo aver ricordato che “la maestria di Romani e la sua padronanza di mezzi appaiono stupefacenti”, ha rivelato giustamente come in questi quadri “osservati da vicino, i dettagli scoprono un trattamento finalizzato ad ottenere il massimo del risultato illusionistico. I percorsi, gli oggetti, gli oggetti, gli incavi, le rifrazioni, le scie, e insomma ogni elemento fisicamente percettibile o strumentalmente registrabile è fissato e definito con una tale minuzia da rendere ampi settori del quadro veramente pulviscolari”.

Proseguiva Santini: “gli impianti sono tuttavia preordinati con attenzione estrema a quello che sarà l’effetto quando si cerchi di cogliere la scena nella sua globalità. Quasi sempre zone dilatata e anepisodiche, creando spazi liberi, vuoti o neutri, marcano e accentano le parti in cui le cose e gli oggetti si affollano, si frantumano, si moltiplicano” (ed io ho pensato ad un Pollock, ad un Tobey razionalizzati; e poi a Wols da una parte, e a un Feininger dall’altra; ma anche ad un Buffet interpretato da un Dubuffet!…).

Santini si riferiva, in specie, ai dipinti urbani di Romani e cioè a “una città inedificata, un’idea visionaria di città come poterono averla Sant’Elia o Chiattone”; credo però che molte sue indicazioni valgano anche per gli altri periodi di Romani, o comunque per il suo “momento” di grazia. Infatti “all’impostazione iniziale succede la lunga serie delle definizioni morfologiche di dettaglio che segue in parte le tracce del disegno d’origine e in parte consegue al processo stesso dell’esecuizione. Così, fino all’ultimo l’artista aggiunge e modifica tenendo conto soltanto delle esigenze della forma, indifferente alla logica narrativa e alla plausibilità figurale. E ciò fa senza una sbavatura, senza un’incertezza, riconducendosi sempre all’intenzione originaria. Per folto che sia l’intrigo dei segni, per complicato che sia il gioco dei riflessi e delle trasparenze, sia nei vicini che nei lontani, tutto si risolve in cristallina nitidezza.”

Ma c’è un altro punto da sottolineare, ed è il modo in cui Romani affronta la città, o meglio la metropoli: le periferie immense, degradate, apocalittiche, di Milano e di Genova (o di New York) in cui si vedono sullo sfondo i magri e demoniaci grattacieli, e in primo piano la valanga di rifiuti, di bussolotti, di stracci, di bottiglie, di automobili disfatte. Milano, Genova, Roma (e si ricordi il suggestivo “Località a sud di Cinecittà”; ed anche “Davanti alla finestra”), che ci appaiono allucinate e immiserite; ma insieme dominatrici e solenni, triturate e trituranti: quasi vogliano affermare la loro sovrana bruttezza ed insieme la loro utilità di alveari isolati, quanto bramati.

Non so dove Romani abbia trovato gli elementi per mettere insieme questi suoi allucinati fantasmi, queste allucinanti fantasmagorie; non so se abbia letto Charles Olson (“l’intera città – in luce di stelle, e neppure un soffitto – come si usava una volta, di finte – stelle lucenti, per Dio, ma scoperchiato – in modo tale che, in questa schifosa caverna – di schifose sceneggiature, avevi – come il firmamento – sulla testa”); se abbia sognato, ripetendosi i versi più struggenti degli spirituals (“Datemi quell’antica religione, datemi quell’antica religione – datemi quell’antica religione, – è quella che ci vuole per me”); ma è chiaro che egli ha spesso “avuto notizie dal cielo”, che ha saputo cioè saputo superare l’orizzonte provinciale per immettersi in una strada ben diversa dal viottolo percorso da molti di coloro che pur vivono e lavorano nella grande città. Ben oltre infatti Romani è andato, superando nel linguaggio quei suoi coetanei che anni fa si ispirarono alle periferie come al jazz, ma restando legati a soluzioni lombarde (un misto di chiarismo e di naturalismo) che ben poco avevano a che vedere con la realtà umana e sociale, culturale e musicale che il dopoguerra proponeva. E questo Romani l’ha fatto. Questo passo in avanti, vivendo e lavorando a Lucca, città splendida e culturalmente viva, ma volere o no chiusa nelle sue mura ed invitata al riposo dal quieto sonno di Ilaria.

Romani insomma ha saputo guardare oltre quelle mura, ha saputo resistere al richiamo di quel sogno: e anche se dipinge giardini e uccelli lo fa con l’animo di chi sa di essere compagno di uomini che hanno superato l’ormai limitante, o comunque rischiosa, idea idilliaca, il sentimento agreste; di uomini dominati dai segni e dai simboli di un progresso che è piuttosto spada e mannaia contro i sogni e i sentimenti (e in questo senso, quanto mai indicativo è il quadro intitolato “Scalo a Porta Ticinese” nel quale pali di ferro e fili sono lo scheletro della notte, gli emblemi di un nuovo angosciante e crudele dominio…).

Ed ancora: nei quadri di Romani le cose si pigiano e si accatastano (si veda “Episodio lontano”, come anche “Narrazione”) in tutta la loro consistenza fisica, con la loro precisa fisionomia; sembrano chiamate ad una sorta di redde rationem nei confronti dell’uomo che le ha inventate, che le usa, che le consuma; chiamate ad un giudizio severo, senza possibilità di scampo… e qui non c’è soltanto definizione o rievocazione; non c’è soltanto volontà e bisogno di giudizio per ragioni morali, ideologiche, ma necessità di far poesie mediante una pittura del sapore irrimediabilmente moderno; mediante un linguaggio tagliente e magari a volte stridente, ma dannatamente contemporaneo: quasi che il pennello sia una diamante che corre su di un vetro: senza pietà… amore, tensione, attenzione, furia dicevo all’inizio: per definire un discorso che è nell’aria, che è nella mente di tutti; che è forza per gli occhi, ma anche sgomento per l’anima. Un discorso implacabile, che Pierluigi Romani porta avanti con l’autorità di un autentico pittore che sa essere poeta tra e per gli uomini di oggi.

 

 GIOVANNI BATTISTA BASSI (Pistoia, 1978)

 

.........Il materiale in questa rassegna raccolto, dell'opera del Romani, è testimonianza asai valida della ricchezza tematica

da lui affrontata in questi ultimi anni di attività.

Gli oggetti in primo piano quasi isolati o sospesi in una atmosfera dai toni spenti, assumono il ruolo di personaggi presenti; ma anche un animale nel «cortile» ha caratteristi¬che che non smentiscono una certa peculiarità o continuità di appartenenza.
Infatti, qualsiasi citazione formale ha un suo ben preciso richiamo al concetto moderno di «paesaggio» che ormai una nutrita letteratura ha definitivamente assunto. Se anche le esplorazioni del mondo astratto hanno sfruttato certe apparenze geometriche e rigorose, non si può disconoscere che il contatto con la natura non è mai stato perduto. Se mai si deve attribuire a quelli il merito di aver rotto certi confini della rappresentatività che stava per fermare, in pura visione statica-contemplativa, l'immagine del reale. Pierluigi Romani si aggancia, così almeno ci viene di leggerlo, a questo tipo di cultura, nel momento in cui la sua incessante e varia ricerca tende sempre a spingere, piuttosto che fermare, il prelievo dell'«oggetto» (sax) - o del volto in primo piano (jazzman) - o dei profili della città. Questa presa emozionale che chiede di passare ad una ravvicinata lettura è dello stesso tipo che pretende il modo in cui dobbiamo avvicinarci ad un'opera pittorica del passato; viene spontaneo il richiamo, per esempio, al tipo di presenza di fronte all'opera grande, maestosa che il Carpaccio ci ha lasciato. Ricordando «il Sant'Agostino nello studio», ritenuto un «perfetto modello di ambiente rinascimentale veneziano», da una struttura compositiva perfetta in chiara diffusione della visione prospettica, il racconto delle varie componenti è rafforzato dalla cura con cui gli elementi, minuti, appoggiati sulle suppellettili, sono descritti; il tutto sempre più incastonato nella luminosità coloristica entro il campo ordinato senza che strutture dell'insieme e commento particolare facciano perdere unità all'opera.
Questo richiamo alla costruzione pittorica carpaccesca, che vide il suo nascere in un momento in cui l'architettura era senza dubbio il linguaggio artistico più vivo, ci viene dalla lettura delle descrizioni «lunghe» del Romani.
Come il quattrocentista si adopera con pari impegno, sia nella scelta dei temi che prediligono gli interni, o che si dirigano a narrare episodi sacri. Il modo di narrare di questo cantore moderno, che guardando dalla sua finestra o indagando in un cortile, non sopporta la indifferenziata consumazione dell'incanto naturale, allorché l'uomo tutto invade sovrapponendo a quella meraviglia i suoi giardini di immondizie, di scarichi, di rifiuti, lasciando i segni della drammatica sua folle corsa verso una irrazionale autodistruzione.
Ma il suo legame con la storia è pure nella lenta e labo¬riosa rete di passaggi, di interventi, di fili tesi, di cieli irretiti in larghe maglie, che evidenziano un metodo operativo di altri tempi, o perlomeno oggi quasi disusato da una notevole quantità di facitori attuali.
La conoscenza della tecnica raffinata, la sorprendente minuta scoperta della segretezza riposta in ogni parte del quadro, la sempre chiara visione che ìl piccolo vìve a sè ma restituendo all'insieme in un modo fantastico e lirico, una sua chiarezza immaginativa, definiscono Romani arti-giano eccellente e antico, forse anche fuori tempo.
Il tempo fisico della lunga elaborazione, non scadendo in una raccolta di cose tra loro eterogenee, si contrappone al tempo magìco della rappresentazione: che farebbe dire come il Romani, quasi schivo a parlare o narrare di se stesso, trovi l'esaurimento del suo pensiero tutto quanto nella pazìenza della sua operatìvìtà manuense.
È veramente un piacere accostarsi alle opere di Pierluigi Romani: perché proprio oggi in cui si vuol negare la possibilìtà di parlare attraverso ìl mezzo pìttorico, trovare ancora chi ha la pazienza di porsi di fronte ad una pagina bianca e la saggezza di elaborare tutta la spaziatura senza che ne sia lasciata una benché minima parte priva di intervento, forse può essere definito atteggiamento «fuori luogo», ma è un atteggiamento che conforta. Le lunghe, raffinate, meditate immagini che Romani ci offre sono un segno «riconoscibile» in periodi di travisamenti, di deviazioni, di provincialismi più o meno paraventati, di superficialismi aberranti.

 

 MARCELLO VENTUROLI, Roma, 1978  

La pittura di Pierluigi Romani 

Nell'Aprile 1977, quasi al termine di una lunga tappa di lavoro dal 1974, dell'amico pittore Pierluigi Romani, Pier Carlo Santini ne individuava da par suo il carattere eterodosso rispetto a un tipo di pittura in nostalgia re­alistica, precisando che il pittore lucchese non prendeva alla lettera i visi­vi pretesti dei suoi quadri, ma che, dopo il già felice momento dei «sax» (dove lo strumento assumeva quasi un valore ...urbanistico, nell'ordinato e luminoso intrigo delle leve e dei tasti) e quello delle «periferie», tra rutilan­te avvenirismo di palazzoni e prati e paludi con bubboni e vertebre di sca­richi, egli era entrato nella contemporanea temperie, respingendo «ogni ri­chiamo proveniente dalla storicità e dalla cronaca urbana vissuta» e pre­sentandoci, unico nella vasta area della «nuova figurazione», una città «fantasmagorica, rutilante, tecnologizzata», ma se all'apparenza i tanti segni di riconoscimento della metropoli(«una miriade di simboli, di nume­ri, di lettere, di logotipi ») avrebbero accentuato e reso inconfondibile il suo carattere, questi segni erano «privi di una qualsiasi referenza figurale», la sua era una «città inedificata». Santini citava a questo proposito Sant'Elia e Chiattone e senza far nomi pensava che il sentimento visionario di Pier­luigi fosse ispirato a «una certa realtà americana». lo aggiungerei, un rife­rimento ai Pollock e ai Tobey, più che ai realisti del Trenta o agli Iperreali­sti degli anni Settanta, a quel modo esistenziale dell'action painting, più ricca di socialità, all'angoscia di ambienti, specchio di folle estraniate o travolte.

Certo un viaggio nelle città di Pierluigi Romani va tentato anche per via di analisi, e non già perché la ridda dei particolari, nelle tempere del lucche­se, ci inviti a una sorta di letteratura, ma perché il suo vetrino e capillare assemblage di schegge o finestre o episodi ritagliati di realtà, specchia una visione critica minuta, quasi che la rètina restituisca alla mente, per l'inventario, tutto ciò che l'artista le ha voluto gettar dentro. Si guardi ad esempio «La città avanza» quanta crudeltà di minuzia ci re­gala, in uno scenario in cui Sant'Elia dà la mano a Viera Da Silva, in quel rutilare di colori da insegna e fumi e miasmi e luci. Perché il gremire di e­pisodi del Pierluigi, cantore di città, non è un mero approfondimento iper realista, ma una evasione per la tangente del vero, il vero vestito di una iperbole di particolari complicati, tubi, insegne, comignoli, finestre e bal­coni, che ripetono le loro file come scale al celo di tutti i livelli. Malgrado la policromia, si assiste in questi quadri, come in tutta la pittura in esame, sempre a quel verdeggiare e scialbare della tempera, quasi una muffa invi­sibile. L'idea in filigrana di questa città irriconoscibile è quella degli im­mensi agglomeri visti da sotto in sù, che incombono come per lentissimo, ma implacabile, inseguimento, all'uomo al di quà, nei campi melmosi, do­ve nel verde il piede batte sui mucchi di bussolotti, quelle macerie deter­renti di dinosauri di cemento, alluminio e vetro, come anche nel bel qua­dro, assai unitario (e pertinente anche nel titolo), «Conosci Genova».? La precipua identità di Pierluigi Romani è nell'assemblage gremito, irto, divagante nell'apparente denuncia, nel mentito reperto zoologico, di colle­zione, di album, in queste schede dell'immaginazione messe insieme con felice fantasia. Tra le opere del ciclo degli «interni» eseguite in epoca più recente (la cui qualità e cristallina vivezza è stata riconosciuta, a verifica di tante positive promesse, anche da Santini in una nota) mi piace com­mentare «Episodio Lontano» dove il grande coniglio prigioniero (un indifeso lontanissimo cugino di Trubbiani, emerito torturista e gabbificatore di animali domestici) le cavallette giganti, i coleotteri, i pesci e quanti altri animali in gabbia o in bacheca sono di scena: un terzo in negozio, un terzo al museo, e un terzo in quella specie di ribalta di irrealtà plausibile o di pla­usibilità irreale. Specchiano una allucinazione da gremitura, nello scenario proletario della finestra sgangherata, del muro che scopre i mattoni nel suo intonaco: e sempre con quella tavolozza in cui l'iride è sbassata, im­mersa in un polline quasi di pastello, dalla tecnica inimitabile, quasi fosse un procedimento anziché «in diretta», per via di successive stampe e ripo­si, una specie di acquaforte senza zinco e morsure, una lito con tutta la policromia che si vuole, stampata con la lenta gestualità dell'accumulo; si intuisce una serie di pennelli da miniaturista, di graffiti, di abrasioni, di misteriosi ripassi di garze e stracci a fare del tessuto cromatico di queste opere una sommersa pellicola di cose, come una decalcomania non anco­ra spiantata dalla sua crisalide di copertura.

 Naturalmente il pittore ha avvertito che queste sue gremiture abbisogna­no di pause, di vuoti, per non mozzare il fiato, per dare al fruitore piatta­forme diverse, astratte, di contemplazione: ora assumendo collocazioni come in riquadri o finestre dentro il più grande spazio mentale e allora (ve­di «quattro riquadri») concentrati di paesaggi (in questo caso, del Sud e del Nord, nella memoria di un «viaggiatore») si travestono o si atteggiano a cartoline, a piccoli poster turistici, a grosse foto a colori sviluppate e ap­pese (anche qui tra il reperto e l'icona, il messaggio e l'inventario). Ma in­vano vi troveremo, a cercarla, vertebra di fotografia, una «veduta» ricono­scibile del mondo turistico o di qualsiasi altra geografia preesistente, la sua fantasia si veste di naturalismo, ma preso con le molle, giocato, in­capsulato, distorto, quasi a vedere, come da ragazzi il mondo capovolto col capo in giù: e c'è, infatti qualcosa di sospeso, di provvisorio, di visto con altri occhi; le «cose viste» da Pierluigi non commentano da sole, in ri­tagli obbiettivi, la vita, questo è il metodo di chi crede nel mondo così com'è, ne dà «scorci» con una pittura calligrafica in falso odore di meta­fisica, noiosa e piena di presunzione, confondendo la cosa col messag­gio, collezionando reperti sociali, ambientali, in diecine di metri quadrati di tele, tutti uguali. Invece Romani interiorizza l'esteriore. Egli certo non dipinge come Klee le cose che non si vedono, ma certamente, tutte le sue cose che si vedono, non ci sono. In «Fotoricordo» quella specie di altari­no di vedute connesse, caleodoscopio di paesaggi che paiono filtrare at­traverso il cristallo di una superfinestra (e c'è anche un quadro medio pic­colo, molto ben ritmato, dal titolo «Dalla finestra», che fa al mio discorso, qui, brulicante paesaggio dentro un infisso di color terra bruciata, attra­verso un vetro, diciamo così, magrittiano) si pensa anche al trompe-I'oeil di un vero ...inesistente. Oppure il vero si atteggia, in quei riquadri bec­cheggianti, bordati di bianco come fogli di stampe a colori (strappati) da un libro, a dare solo l'immaginario? E infatti dai riquadri escono luci e raggi, ombre colorate, non di cosa dipinta dentro cosa dipinta, ma di cosa vista dentro un cannocchiale a lenti plurime, tutte «diverse», per quante sono le zone di racconto. E che dire - sempre nell'argomento del tessere immagini a riquadri, finestre di natura in finestre di nature, gremite, allineate interse­cantesi, con vuoti e no - di «Notizie da Lucca N°1» e «N°2» scomparti di ti­po cartolinesco con riquadri e infissi, a bordi bianchi, rilevati come impres­sione ottica, che spiazzano la «serie» e rendono ciascuna «cartolina» dav­vero come un ricordo di varia memoria? Lo spazio diverso fa un tempo diverso è una lezione del cubismo analitico raggiunta con mezzi ottici e non solo «mentali», è la traduzione diciamo cosi visiva, obbiettiva, del diverso rap­porto spazio-tempo inventato dai cubisti.

Del resto la storia di Pierluigi Romani è complessa e presenta avvii che giustamente non fanno parte di questa mostra in cui l'artista mostra di aver sentito profondamente e in un clima culturale come quello toscano un pò restio a far propria l'eredità avanguardistica dopo quella storica, Pollock, Tobey, Hunderwasser e qui mi corre l'obbligo di citare Enzo Fa­biani nella presentazione che scrisse di Romani nel giugno ‘78: «ed io ho pensato a un Pollock, a un Tobey razionalizzati », e forse, aggiungo io, ver­rà il giorno (lo sò la critica non è profezia), in cui l'avanguardia si prende­rà la sua rivincita, forse «porterà per mano» meno timidamente il forte temperamento di questo visionario.

L'idea dei riquadri per sintesi dentro uno spazio mentale, o per accumulo di iperboli e deliri naturalistici in uno spazio fisico, si traduce anche, nella intensa e varia produzione del pittore lucchese, in taluni preziosi, ben rit­mati «interni» dello studio, come appunto «Nello studio», che mi piace ri­cordare. Altri artisti della «nouva figurazione» hanno ritratto irti oggetti, simbolo di lavoro e insieme di sconforto, di destino e di pretesto pittori­co, barattoli, pennelli, tele dipinte e no, in vari spazi di ambiente, in pareti etc. Romani riesce a dir la sua anche in questo, con un inventario che chiamerei cimiteriale. E a questo proposito farei una osservazione che credo non marginale: laddove l'artista riesce in qualche viso o figura a portare la sua arte al livello dei suoi paesaggi, il metodo è quello del ricu­pero della passata ma non dimenticata lezione «astratta», prima fra tutte quella di Giacometti, del quale l'artista ritiene, (nel ritratto, specie di pic­cole dimensioni, lontanato) la frontalità e quella specie di smantellamento per segni, che insieme costruiscono e cancellano, fino a fare altro sem­biante dal modello, una specie di crisalide del vero. (In modo particolare in «Nello studio N.2»).

Gli assemblages di Romani, dicevo, presentano aspetti e soluzioni mai ripetute, come ad esempio nel bellissimo «Torrey Canion », dove il reperto da pagina d'album del cormorano si riconnette alla cronaca di una trage­dia ecologica in Normandia, di una petroliera che, scoppiando, fece stra­ge di uccelli e di pesci. La «storia» è molto riassunta, ritmata in fogli bu­cati in alto nel mezzo e appesi con fili di nylon nello spazio, astratto, di quel grigio lavagna, appena scaldato di azzurro tanto caro a Pierluigi, in in que toni con cui preferisce «dominare» i pieni. Il pittore si abbandona anche a scene più riposate, come «Nel giardino» non nell'ottica implaca­bile del giovane Bartolini da Pisa, ai ferri corti con la fotografia, e non nella ironia sui modi dell'impressionismo come in una «ultima spiaggia», del più recente Antonio Saliola, quello degli interni miserabili, senza più la figura o delle finestre desolate sul mare; Romani in questi quadri mo­stra una fiducia - da pittore di razza - in scene di vita in presa diretta, sen­za deliri di scomparti; figure e cose si connettono come in un intarsio, un ricamo, in una gamma maestra di verdi. Pietre e reti, vegetazioni, zolle, muretti in quella specie di aspazialità di cose su cose, a crescere strato su strato, in bande di decorazioni quasi Liberty, fanno un racconto par­ticolarissimo. Ma voglio lasciare il lettore raccomandandogli particolar­mente un quadro del nostro amico, che a me sembra il quadro dei quadri, emblematico di questo momento moderato, ma intenso, «Scalo di porta Ticinese».È uno dei paesaggi che ho ammirato di più in questi ultimi anni di viaggi attraverso gli studi dei pittori italiani di quarant'anni. Il senso della notte in quel bianco d'argento annerito come da una polvere di car­bone, in quella rete di fili, tutti di luce che addobbano, come in una truce festa, tubi, cartelli, torri, fari e infine lo splendente velluto nerofumo sovra­no, nonostante la ridda dei particolari, la sobria, controllata tavolozza nel­la esecuzione quasi impossibile qui, come risultati, della tempera (tanto è, insieme, vibrante e magra, smagliante e opaca) fanno dell'opera un'imma­gine assai alta, inconfondibile.

 

  LUIGI CARLUCCIO, Torino, 1979

E’ facile notare che la pittura e prima ancora la posizione di Pier Luigi Romani, pur acutamente orientata nel senso della figurazione al punto da suggerire una vera e propria investigazione del vero, condotta su diverse prospettive ma sempre mediante l’uso di un ideale microscopico meccanismo ottico; è facile, dicevo, notare che la sua pittura si diversifica nettamente da quella “nuova figurazione” che ha fatto scorrere tanto inchiostro (non senza utilità, tuttavia, di intuizioni critiche e di scoperte artistiche). Se ne diversifica, bisogna aggiungere, sia perché ignora oppure copre con una sottile maschera, così vagamente colorata da farla sembrare euforica, ogni angoscia esistenziale; sia perché nei suoi schemi, come ho già accennato tende ad un sistema di rimandi, di effetti, di provocazioni sostenuto da un dialogo vivace, cioè da un movimento dialettico assai più che da un perentorio sistema di frasi fatte.

Pier Carlo Santini, che per primo ha enucleato la figura di Romani nell’area della pittura toscana che è la sua quotidiana frequentazione, ha già chiarito che l’artista si colloca deliberatamente fuori dalla cronaca, o la ricorda – come si vede in un dipinto esposto ora a Torino: Torrey Canion – come se già la potesse riprendere da una vecchia stampa, da una cronaca di bordo recuperata nel cassetto delle memorie. Marcello Venturoli, che presenta la mostra torinese, ha giustamente sottolineato quella specie di “smantellamento per segni, che insieme costruiscono e cancellano”, che è tipica della tecnica adottata, meglio dire inventata, dal Romani. Costruire e cancellare, per questa via l’artista qualifica la sua poetica che non è di semplice constatazione e non è contestazione ma semmai di autentico coinvolgimento, tenero e insieme spietato. Le immagini che la pittura di Romani ci offre sono, in superficie, a guardarle nel loro insieme belle, attraenti, allegre di tinte, pungenti di segno: la città che cresce su se stessa come una girandola di colori, di segni, di simboli: le cartoline di Lucca, della città amata: le piante della serra di casa, la raffineria di notte, gli oggetti nello studio, lo scalo ferroviario; ma quando poi l’occhio si avvicina a questa superficie brillante quasi fluorescente, creata con mescole sapienti di tempere, acrilici, acquarello e persino qualche toccata di pastello, ha inizio uno straordinario viaggio all’interno delle cose che a questo punto ci appaiono rivelate attraverso la rete dei loro sistemi nervosi, dei loro vasi sanguigni, delle loro sottili ossature. Ogni cosa è stata immersa in un bagno di colore per poter entrare nel gioco serrato delle forme anzi delle figure che occorrono a Romani per richiamare davanti ai nostri occhi e ficcare dentro le nostre coscienze, con straordinaria delicatezza di modi e con molta gentilezza di segni, la corruzione che mina il mondo reale sotto la sua maschera di bellezza.

 

 ANTONELLO TROMBADORI,  Roma, 1981

Da "L'Europeo"

e Scoperte "Città Impastate Di Memoria"

 

…C’è nella pittura moderna Europea un filone non molto ramificato ma costante di colore che si costruisce attorno al disegno senza immedesimarvisi e senza perciò dar luogo ad alcuna sintesi di forma-colore. Il disegno o profilo delle immagini conserva tutta intera la sua organicità grafica e il colore vi si applica quasi attorcigliandosi come l’edera attorno ad un tronco.

Ciò può dar luogo, e molte volte accade, a una sorta di dissociazione espressiva che lascia i valori grafici allo stadio di puri e semplici supporti e conferisce al colore una presenza solo pleonastica e riempitiva.

Ma quando questo tipo di approccio alla superficie della tela o della tavola dà ugualmente luogo a quell’indispensabile miracolo della pittura che è la luce interna della figurazione e della campitura, si assiste ad avvenimenti espressivi memorabili.

Due esempi che sempre più vanno consolidandosi nella tavola dei valori: Giacometti pittore e Gruber.

Ce ne sono di particolarmente belli alla mostra “Paris-Paris” ancora aperta al Beaubourg. In Italia una pittura di questo tipo l’ha praticata con profonda intensità poetica Giovanni Stradone, la cui recente scomparsa dovrebbe richiamare a una doverosa memoria di lui la Galleria nazionale d’arte moderna.

Ho trovato un personalissimo e suggestivo modo di rifarsi a quelle esperienze nella pittura di Pierluigi Romani, lucchese, quarantacinquenne, che espone alla “Bussola” di Torino. Il modo di Pierluigi Romani è personale perché pur conservandosi nelle sue tele quasi intatta l’eco dell’assorta e mordente monocromia di Giacometti, di Gruber e di Stradone, il colore si accende di bagliori improvvisi e, come dice Ragghianti nell’introduzione al catalogo, di “spots, proiettori, archi voltaici, fasci, scariche, scintille, lampeggianti d’incendio”. Ed è suggestivo questo modo, perché alla “suggestione” delle immagini finte, violentate, arzigogolate, amplificate e giustapposte, Pierluigi Romani mira deliberatamente. Si tratta di una consapevole forzatura stilistica, non di un sotterfugio.

Davvero sorprendenti le evocazioni di città ricavate dalla memoria fossile e simultanea di luoghi al tempo stesso famosi e anonimi, qualsiasi e unici fino a trasfigurare nella colonna Antonina la colonna Vendome o nel campanile di San Marco quello di Westminster. Singolare pendant, nella direzione inversa della pittura di “valori”, d’un altro lucchese: il Tommasi Ferroni

 

 PIER CARLO SANTINI,  Firenze, 1981

Lentamente – e vorrei dir quasi pazientemente, considerando la specificità tecnica ed esecutiva – Pierluigi Romani matura ed esprime immagini nuove senza imporselo, ma non tollerando ristagni né riprese troppo prolungate di temi risolti. In tal senso la sua vicenda è esemplare, né appare turbata da situazioni esterne, mai. Colpiscono specie la sua determinazione, la sua sicurezza (che poi magari all’interno è turbata da mille piccoli dubbi); quel suo “progettare” a distanza, movendo da un nucleo-idea molto embrionale che prende figura e contorni sempre più definiti. Colpisce, anche, la sua solitudine silenziosa, che è il simbolo più significativo del suo impegno e delle sue tensioni. In definitiva, credo che Romani abbia lucidamente individuato la via che deve percorrere per realizzarsi, ed istituito un rapporto giusto e calibrato tra l’ideare e il fare, tra il concentrarsi e l’esprimersi, tra l’accumulare e lo scegliere secondo ritmi e gravitazioni che gli sono calzanti e congeniali.

Queste considerazioni e impressioni mi sono state confermate anche di recente, quando insieme ho visto raccolti i dipinti eseguiti più o meno nel corso dell’80. Le serie tematiche sono tutte assai intense, ma anche brevi. Non si arriva mai, se ben ricordo, oltre i sei-otto quadri. Le variazioni e le varianti, d’altra parte, incidono quasi sempre crucialmente sull’identità delle opere che presentano solo equivalenze esteriori d’ordine prevalentemente iconografico. Ma i campi spaziali mutano radicalmente al pari delle chiavi cromatiche, determinando sequenze ogni volta dissimili anche per il diverso emergere e coagularsi e infittirsi di certi episodi salienti. Volta per volta, su ognuno dei risultati definitivi e conseguiti, l’artista formula un proprio giudizio a proprio uso e consumo, che non ammette riscontri o confronti dialettici. Non è infatti un vero giudizio critico, ma un paragone – che solo lui può fare – tra le aspirazioni e le intenzionalità da un lato, le soluzioni e gli esiti concretamente ottenuti dall’altro. Succede talora che da questo esame scaturiscano volontà e bisogni nuovi, magari con l’intento confessato di trovare corrispondenze più strette, espressioni più aderenti ai nuclei generatori interni con minimi di approssimazione. Per tale ragione, credo, le opere sono spesso collegate per coppie, dovendosi considerare spesso le seconde versioni come ripensamenti da ragguagliare ai relativi precedenti.

In questo intendere l’esercizio della pittura come attività totalizzante, liberata quindi per un verso dalle astuzie e risorse del mestiere, per un altro dalle tentazioni e dalle lusinghe sperimentalistiche, Romani rende estremamente perspicui e leggibili gli elementi di richiamo e di trapasso. Le mutazioni e le innovazioni si spiegano sempre con grande facilità, in quanto dal passato prossimo o remoto al presente non vi sono salti ma connessioni; non rotture ma echi, assonanze, analogie di percezione immediata. E’ evidente che dietro le opere esiste un disegno generale, o proposito coordinato, per cui le stesse sono come i capitoli di un vasto componimento, o gli episodi di una storia vissuta anno dopo anno, giorno dopo giorno. Si provi a connetterli, memorizzandoli, e se ne ricaverà un mondo di fantasie da elementari a complesse, da semplici a grandiose, che mi sembra trovar pochi raffronti nella pittura italiana di questi anni.

Eviterò, in questa occasione, di tornare a definire i caratteri intrinseci salienti dell’arte di Romani, anche perché l’ho già fatto, e ne hanno discusso del resto Carluccio, Venturosi, Fagiani tra gli altri. Posso semmai aggiungere che negli ultimi tempi le articolazioni tematiche hanno moltiplicato le occasioni “inventive”, e che la vocazione visionaria di Romani si è ulteriormente consolidata ed espressa. Il problema resta semmai quello di verificare nel vivacissimo, inarrestabile flusso delle forme, ciò che l’artista vuole significare sul piano dei contenuti morali e sentimentali di base. Resta questo problema, perché l’enigma, l’ambiguo, il contraddittorio sono parte costitutiva di un operare per modi e simboli e segni che poi, in definitiva, nascono e crescono nel vorticare inesauribile della fantasia. Romani d’altronde non acceterebbe mai di fermarsi, pur di rendere più trasparente un certo “significato”: il quadro è un organismo che pulsa e vive fino all’ultimo, fino all’approdo ultimo di un viaggio che può toccare lidi ignoti e terre inesplorate. Ovunque vi sono e vi saranno spettacoli stupefacenti da scoprire, oggetti inattesi, recessi misteriosi; e una miriade di guizzi, di iridescenze, di riflessi labili, improvvisi. E poi ci saranno ancora vicinanze e contiguità irriducibili ad altro senso che non sia quello dettato dalla ragion pittorica.

Dicevo all’inizio del lento ma deciso formarsi d’immagini nuove. Porrei tra queste, in prima istanza, i “Teatri di posa”, “Avvicinandosi a Venezia”, “Una villa”. E con questi metterei in relazione una splendida acquaforte finora tirata, credo, in copia unica, con un interno veridicamente piranesiano, contesto di spazi risonanti e profondi. Ma si considerino anche i dipinti “dalla sopraelevata”, con le panoramiche sulla città che s’infoltisce e s’addensa come fosse colta da un teleobiettivo. Sono ancora una volta scene urbane preparate come grandi fondali per un’azione indefinibile, o spazi predisposti per costruirvi finzioni, che mai si son visti così dilatati e capienti. E chi saranno poi gli abitatori di questa villa assediata e quasi sepolta nella giungla inestricabile di rami e tronchi morti, quasi fossili, su cui peraltro prospera una flora lussureggiante e fastosa? Forse qualcuno ricorda o ha descritto lo studio di Guido Peyron, a Firenze, in via degli Artisti, negli anni cinquanta. Ma nemmeno Peyron fu capace di stipare il piano di una cassettiera, come fa Romani, di tante cose, e oggetti e reperti immersi in una magica luce trascorrente e fuggevole. E’ per dire che insomma in Romani c’è sempre un “in più” che altera visionariamente, ancora, il comporsi delle scene, sottolinenando le agglomerazioni nello spazio e la consistenza dello spazio stesso. L’abbandono di talune convenzioni e simbologie, di taluni segni “in codice”, è ormai definitivo; ed è circostanza non secondaria per la stabilizzazione del clima fantastico delle opere. La grafia minuta e incisiva presenta sempre le mille risorse che conosciamo (e l’artista sa bene come caricarla di effetti mediante un melange sapientissimo di mezzi diversi). Ma si annunciano e si manifestano interventi più gestuali, che rompono talora il continuum delle trame come emergenze improvvise. Con molte prove e ragioni, dunque, Romani mostra di sentire e di vivere a fondo il “divenire” della sua espressione.

Ogni volta che mi avvicino alla sua opera, provo una meraviglia che finalmente voglio manifestare: la meraviglia che ancora nessun regista abbia saputo capire la potenzialità spettacolare di certe immagini, a mio avviso pronunciatissima. Ma forse prima o poi avverrà questo incontro. E sarà augurabile che Romani trovi un partner degno di lui.

 

 CARLO LUDOVICO RAGGHIANTI, Cortona, 1982

La trasposizione di un’attività pittorica, e in generale artistica, in lingua letteraria comporta, almeno nei critici o analisti non solo intelligenti, ma impegnato all’obbedienza ai linguaggi visivi, una selezione verbale o terminologica che non può attagliarsi ad altri, e d’altronde è essa stessa segno e prova di un’individuazione avvenuta, dell’evento e della presenza di una personalità che col suo carattere poetico singolare la provoca o l’impone.

Guardando la pittura di Romani, è subito chiaro che è esclusa ogni fraseologia non pertinente, e che il registro del rendiconto critico esige, per la corrispondenza alla produzione, un discorso se non univoco certo fortemente omogeneo: un altro punto a favore del raggiungimento di un’identità artistica sicura è che il discorso non stenta ad avere congruenza e coerenza, vieta ogni genericità o polisemia.

Quadri come Sax del 1976, incredibile avvento di un’immagine di superfonia con una pittura che per la prima volta si fa un transistor di vertiginose moltiplicazioni e oscillazioni sensibile e visibile, rappresentano il punto di arrivo di precedenti nei quali non mancano, come nelle “maschere del jazz”, momenti di pessimismo, amarezza e denuncia attraverso i cui contesti passionali tralucono miti liberatori nella forma di slanci puramente pittorici, autoportanti una irresistibile trasfigurazione della realtà in una sorta di sogno lirico.

Come scrive il Santini, questi cicli di opere sono frutto di “esperienze vissute dall’artista con tutta intera la propria persona” palesemente non hanno riserve o cautele, se necessario sfidano le consuetudini e i conformismi, e non è consigliata l’attesa di soluzioni tranquille e rassicuranti. Ciò non si deve soltanto alla scelta sintomatica delle suggestioni – eventi, racconti, notizie, episodi, immagini, ricordi, secondo le note dell’autore – coinnestate e talvolta stipate nei dipinti, ma al loro modo d’imporsi allo spettatore, come quadri in quadri, che costringono a una multivisione che esclude ogni immobilità contemplativa, a distanza e fissa, e impegna a una visibilità mobile in estensione e in profondità a vari livelli, pluripolare, direzionata e dinamica a varie accelerazioni, che come in certa poesia e musica moderna investe il destinatario portandolo anche impetuosamente in uno stato di tensione o di o un’allucinazione.

Romani sta spesso sul filo che separa, e unisce, il quotidiano dell’uomo odierno cosmopolita partecipazione emotiva, e sia pure di un lucido consenso, per uscire dal frusto, per guadagnare un’evasione o qualunque superamento di se stessi, anche un’esaltazione e assediato dalla civiltà che ha prodotto e dalle sue degenerazioni, e assillato dall’ansia di trascenderla nei suoi stessi termini e di riscattarla col ritorno a volte veemente di una natura incontaminata di prati, di boschi, di mari, di fiori, in deflagranti contrasti. Non di rado il conflitto assume all’interno di un medesimo campo visivo una sorta di sacrale drammaturgia, come nei medievali scontri tra angeli e demoni per la disputa delle anime.

In una personalità che non usa concessioni, anzi è piuttosto inclemente o drastica, i contenuti interiori e pittorici si esprimono con una spontanea, direi radicale vocazione allo spettacolo, o piuttosto a una ferie o fantasmagoria che a volte si traduce in quadri compositi di scene come antichi cartelloni dei cantastorie, a volte in veri e propri teatri di posa dove oltre i sipari arrotolati e quasi vele amarrate brulicano scenari di una strepitosa inesauribile fantasia d’oggetti e di tramutazioni, di fughe e di accensioni, di macchine e di bric-à-brac, di fondali, quinte ed attrezzi, e più spesso il clima di un teatro e di un cinema del meraviglioso si estende a città e piazze, panorami e golfi, giardini e radure, e accade così di trovarsi di fronte a vedute immaginarie di Genova o di Venezia, per le quali non si esita a pronunziare il nome di Turner, il grande artista del favoloso e del visionario.

Questo sbocco in paesaggi che si librano decisamente sopra ogni quotidiano, e perciò non sono privi di elementi ed aspetti onirici, appare la catarsi placata di una vicenda che contiene un gran numero di opere nelle quali, sempre in composizioni o montaggi che hanno il criterio di scandite partiture musicali, Romani ha spesso consegnato la sua naturale tendenza alla concitazione emotiva, spinta talora anche al parossismo, senza timore di cadere nell’eccesso di passione, anzi consapevolmente rischiandolo.

Sono i cicli significativi delle megalopoli, delle periferie coi fiotti di rifiuti, dei cimiteri di macchine, degli scali ferroviari, delle località marginali con rovine e bruciatori d’immondizie, dove le città avanzano con fronti implacabili e talora spietati, nella loro geometria impassibile e di forme architettoniche purificate, nella violenza latente delle affacciate e dei pullulamenti, e senza vederle si sentono dentro le forze viventi e aggressive di cui si vedono i covi, gli agguati e le proiezioni, come in certi nidi precisi e inquietanti d’insetti.

Non è una referenza casuale. Nell’unità di sostrato evidente in tutta l’opera di Romani, si trovano cicli d’insetti ingranditi a dimensione umana, indifferenti e distruttivi, immagini essi stessi di un pericolo dell’uomo di retrocessione nell’animalità più sensibile, come nell’epicedio profetico di Kafka.

Ma come tutti gli artisti l’autore di tali angosciose visioni o premonizioni sente simpatia e amore per le creature che incarnano il suo sentimento; e c’è di più. Romani fa suo l’occhio composto di certi mirabili insetti a viste grandangolari, e con la sfaccettata potenza di un tal occhio vede e crea un mondo di caleidoscopie, di polimorfosi, di pluripolarità, d’incastonature giroscopiche, di polarizzazioni, di polverizzazioni, di frammentazioni pulviscolari.

Un mondo – ecco ancora il dettato della selezione verbale corrispondente unicamente all’ispirazione, di cui abbiamo parlato cominciando – del quale una componente essenziale per il lancio di uno spettro cromatico inconfondibile nelle sue gamme cristallizzate (per cui questa pittura a volte sofisticata ricorda, senza che vi sia relazione altra che d’affinità, certe madreperle e incrostazioni di Romano), è l’illuminazione declinata in quantità e qualità peculiari, esclusive, e gli equivalenti letterari debbono mettersi a fuoco in questo ambito: luce fosforica, sulfurea, iridescente, fluorescente, luminescente, elettrica, siderea, i cui effetti improvvisi o prolungati si debbono a stati convulsi o eccitati del cielo e della terra, ovvero a spots, proiettori, fasci, archi voltaici, scariche, scintille, lampeggiamenti d’incendio.

E’ in queste transizioni luminose delle cose già travagliate o traversate da infallibili sismi, nella forza segreta e al limite esplosiva delle loro manifestazioni, che si fissa di preferenza l’immagine resistente di questa pittura fulgida e turbata, sempre scottante, che ha invadenze roventi e inesprimibili dolcezze, ed evita ogni pericolo di manierismo con una tensione inventiva che nei temi e nella condotta pittorica rinnova con sempre vitale risveglio un potere di evocazione del possibile incanto contenuto nella realtà vissuta.

 

 GIULIANO SERAFINI , Bologna, 1984

Pittura di memoria, questa di Pierluigi Romani alla Michaud.

Memoria delle cose e più ancora dello spessore onirico delle cose. Fin dal titolo, l'artista lucchese insiste sul «falso dichiarato», sulla teatralità di queste sue «still life» sontuo­samente inutili e svuotate di vita. L'assenza dell'uomo carica di rimandi esistenziali un mondo ricostruito inte­riormente, dove gusto e passioni finiscono per assumere lo stesso denominatore.

Tutto sembra appartenere ad una scena già fruita e che ora viene riconsegnata al silenzio e forse anche alla pietà di chi osserva. La pittura di Romani, una presenza delle più attive in Toscana e in Italia, tende ad intercettare del reale il minimo descrittivo, il segreto senso delle cose, così come lo recepisce un occhio che sa i codici della visione e dell'immaginario.

Magia e alchimia sono del resto i termini entro cui trascorre questa singolare esperienza d'arte che è sì frutto di una ricerca sentimentale e intimista, ma tocca anche le rarefatte sospensioni della pittura metafisica. Dicevo della componente «teatrale» o comunque scenografica del lavoro di Romani: un «leit-motiv» che ritorna anche nelle opere più «domestiche» e che le fa apparire come dei sacrari fati­scenti, scrigni di meraviglie trascorse entro cui la luce notturna suggerisce barocche fantasie di segni e di colore, accendendole di freddi lampi, quasi in una rivelazione subliminale della realtà...

 

 MARCELLO VANNUCCI, Firenze, 1984  

Charles Baudelaire, per questa pittura di Pierluigi Romani: “Ho trovato la definizione del Bello-del mio Bello. E’ qualcosa di ardente e triste, qualcosa di un po’ vago, che lascia spazio alle congetture… che implica un’idea di malinconia, di stanchezza, persino di sazietà, quanto un’idea opposta, cioè un ardore, un desiderio di vivere, uniti a un’amarezza che rifluisce, come venisse da delle privazioni o dalla disperazione.”

Un’ipotesi di spiegazione, destinata a un pittore. Ma, forse, Romani resta ancora tutto da spiegare. Non è facile accostarsi a queste sue tele. Le risposte si aggiungono, come questi suoi segni. Ed è lo stesso suo complicarsi, che diviene il nostro; i suoi stessi interrogativi che vanno in noi moltiplicandosi.

Ora, anche, confesso che nell’occasione del nostro primo incontro, avevo pensato di dovermi imbattere in una delle solite storie d’artisti, ormai, in qualche misura, blasonati dal succedersi di mostre e da una serie di favorevoli note di critica. Insomma, in una vicenda tutta già scritta di onorificenze, di premi, di ritagli di giornali: un vessillo d’artista, che sventoli ormai su un campo di battaglie vinte. Un promemoria di nobili accaduti. Ed ecco, invece, questo solitario studio nell’antico centro di una Lucca scontrosa; fra apparire di tetti e scorci di palazzi in pietra grigia: un’architettura che pare si sia voluta difendere dall’invasione del presente, addormentandosi. E Pierluigi Romani con quel suo silenzio, che solo si rompe a tratti, quasi per esigenza di dover dir qualcosa per giustificare, in qualche modo, il nostro essersi incontrati. In questa stanza: che è come protetta da guardie invisibili, in altrettanti invisibili torrioni. Niente qui reca traccia del passato, e niente pesa qui più del passato. Uno zoo variopinto di uccelli impagliati mi sta osservando come un profanatore, fra tele sparse che pare attendano l’estremo giudizio universale, mescolate a straordinari aggeggi di cui è difficile ora indovinare nascita e morte, mentre dall’alto insistono riflettori da teatro: in attesa di esplodere in luci sui fiori secchi, deposti alla rinfusa sui mobili della stanza, e poi scatole con dentro tubetti di colori, raggrumati dalle stagioni di un artista in macchie policrome, e drappeggi in stoffa, che non rivelano una loro destinazione, un loro stabile uso; e le cianfrusaglie di un bric à brac aggiunto volta dopo volta.

Forse – ora lo penso –se avessi osato chiedere al Romani di poter frugare negli stipi del vecchio cassettone, vi avrei anche scoperto mucchietti di coriandoli, come memoria di carnevali ormai vissuti, e tappi di bottiglia conservati una sera come portafortuna, e strisce ineguali di fiocchi per celebrazioni.

In un mescolarsi di vero e falso; un rincorrersi di simboli, che devono sempre avere rappresentato come un portolano del pittore verso approdi invisibili; una sorta di geografia sentimentale. Bussole di direzione, mosse nel tempo già vissuto, per scoprire un possibile passaggio che giustifichi eroiche imprese. Intanto il silenzio di Romani, che persisteva intatto, ne era la più accesa delle confessioni.

Ed è stato così che credo di avere scoperta la vera anima di Romani: proprio in quel calembour di storie imprendibili, rivelate poi a flash inaspettabili.

Dico della sua anima di artista, chè l’altra lascio volentieri ad altro ben più esperto di me; fin da età imprecisabili: al massimo, immaginifico, buttafuori, che però mai ha voluto presentarsi in palcoscenico, ai suoi spettatori, come goda del suo nascondiglio dietro qualche privatissimo fondale.

Un teatro dell’imprendibile, che ha somiglianze con questo che mi si mostra in molti dei dipinti del Romani; un teatro simile a quello che il pittore di Lucca pare prediligere. Costruito anch’esso di sotterfugi scenici, di siparietti giocati nel mescolarsi di toni dimessi ed esplosioni, cui pare sia stata affidata la funzione di ricondurre una misura d’esistere visibile. Un teatro di cui Romani è innegabilmente regista in assoluto: privo di personaggi umani; fatto di sole strutture sceniche, che complicano l’insieme di un incredibile di segni che si vanno aggiungendo. Un intrico che pare servirsi di certi modi barocchi per non avvilirci, per offrirci l’effimero di una consolazione. Un Romani “benefico”, che cerchi la battuta che lo salvi, che salvi pure noi: un metteur en scène, il pittore, che negli incanti di quel suo disordine abbia scoperto la via di un dono natalizio.

Così: in questo complicarsi – peraltro sempre però leggibile da chi osservi questi suoi dipinti – il Romani chiude le sue città. Anche qui l’assemblaggio sperimentato fino all’impossibile, serve anzi a dare limite, a segnare un confine. Li Romani se ne avvale, come se attraverso una sola lente avesse scoperto il modo di vedere il mondo. Quasi una furia che l’abbia dominato, in questa perenne voglia di raccogliere il mondo intero in una sola tela. E gli acquisti di un’architettura, di una geografia, direttamente sperimentate, si vanno aggiungendo a quelli solo indirettamente sperimentati attraverso conoscenze tutte letterarie. Mondo di reale, vivamente intriso di fiaba. Ma va subito detto che l’essere fiaba la pittura di Romani, corrisponde al suo stesso bisogno di intricare il reale di modi da leggenda. Da questo egli deve ricavare l’illusione di salvarsi dal potere di queste architetture, che imperano in tante sue tele. E le sue riunioni di fabbricati, fra palazzi e chiese, fra case borghesi e nobiliari, fra torri esotiche e campanili severi – spesso tutti ottenuti da un primo obiettivo grandangolare, cui si sostituisca poi una lente di ristretto campo – questi assemblaggi, dunque, fatti di tante comparse (anche qui potrebbe parlarsi di teatro!) rappresentano la segreta voglia d’essere presente alla vita del mondo. Salvo, poi, servirsi di quello stesso intrico di terre e strutture, per dimenticarsi. E quando appaiono certi fondi del quadro, lasciati nell’oscurità di colori opachi; dai toni senza senso, pare confessata la voglia del pittore di impedire a questo complicarsi della sua fantasia (nella descrizione adoperata in quei primi piani) di evadere a quelle immagini, che l’hanno precedentemente estenuata di piacere.

Chissà spinto da quale improvvisa molla - proprio nel mio impatto con questa pittura del Romani - mi è tornato alla mente di un mio antico colloquio con l’amico Eugenio Montale. Una volta, che gli avevo chiesto se si sarebbe mai scoperto – anche il poeta era amante di pittura – uno che avesse saputo scrivere su una tela la storia, complicatasi nei versi del ligure, di una delle sue protagoniste. Di Gerti, ad esempio: avevo detto quella volta. E del suo “carnevale”. “Se la ruota s’impiglia nel groviglio/delle stelle filanti ed il cavallo/s’impenna tra la calca, se ti nevica/sui capelli…”. Ed ecco che, ora, le tele di Romani dopo mezzo secolo dalla scrittura montaliana – mi restituivano quelle stelle filanti di Gerti; il “suo” carnevale, e l’iridi trascorrenti, e i carri dalle tinte di rosolio, e i fantocci, e gli archibugi, e il babelico prisma di forme e di colori. La domanda di ieri trovava una risposta.

L’onirico che appare in questi dipinti del Romani è anche la magica cabala, che avverte il pittore che la magia non mente, quando s’affidi al piombo che raggeli in segni comprensibili: ed è qui che il figurativo di Romani serve allo scopo! L’alchimia del pittore di Lucca che fa profezia; i suoi amuleti sono tutti “umani”, di dimensioni e aspetto. Servono a penetrare nei segreti della storia da vivere. L’inconscio, così imprigionato, pare poi dare tregua al pittore, ma più che tregua: un istante di quiete. Destinata però ad essere seguita da altra inquieta voglia di metamorfosi. In un correre inesausto di stati d’animo. La trasformazione dall’ideale nel reale, in questi dipinti del Romani, avviene come per liberazione da un labirinto della memoria. Così s’addensano i segni, s’accomunano esistenza che richiamano spazi immensi, racchiusi tutti – ancora per una sorta di involontaria magia – in limiti chiaramente delimitati. Godibili dall’utente che vi cerchi dentro una parola.

Eppure in questo suo essere con evidenza barocca, in certe sue innegabili dichiarazioni dandyes, la pittura del Romani potrebbe ancora essere definita “popolare”, e non tanto per quell’immediato messaggio – di cui si è detto – che reca all’osservatore, quanto perché – e con insistenza – queste sue immagini vanno riconducendoci accadimenti, che sono poi i nostri “giornalieri”; ed anche l’architettura di un nostro presente, e i segni geografici di un nostro attuale itinerario di vicenda, e gli incontri di una giornaliera umanità, e i luoghi altrettanto vissuti. E poi – così anch’essa persistente – questa flora, fatta più di tutto di fiori che amano anch’essi mostrarsi in intrichi, in viluppi, in tralci che invadono lo spazio senza risparmio.

Devo ora accorgermi, che il parlare di Romani pittore e del suo lavoro, mi costringe – aldilà di ogni voglia d’essere suo elementare narratore – a complicare ogni mia risposta. E’, insomma, impossibile sfuggire al segno dei tanti istanti in cui si segmenta la pur unità dei suoi dipinti; a quel suo stesso codice misteriosamente tutto cifrato, proprio in quel suo dichiararsi aperto ad ognuno.

Del mondo che il pittore osserva, e poi traduce nelle sue tele, si può dire a lungo. Il suo è un discorrere da interni, attraverso piani che vanno via via aggiungendosi. In sequenze mai previste – così mi pare – dalla scaletta che il pittore può anche essersi costruita prima dell’inizio dell’opera. Quasi un cameraman che sposti il suo obiettivo con acrobazie lente: in apparenza, ma incessanti: con vie all’ingiù e all’insù, con mutamenti di fuoco e di profondità. Il colore gli serve per delimitare; il fascino che esso reca è tutto involontario: mai il pittore se ne serve come strumento. Non tende a sedurre, pur conoscendosi fornito di straordinaria abilità tecnica: l’incanto che proviamo davanti ai suoi dipinti, non è mai prodotto di consumo. E il motivo della fiaba, (anzi del fiabesco) che ritorna, attinge anche a aspetti consolatori, quasi la promessa di un’epifania, che, pur non realizzata nelle tele, si lasci sperare come futura. Quasi un riscatto promesso da questo imprendibile, ossessivo, allusivo, mondo del Romani pittore. E mai, questo suo mostrarcisi quasi il cantore di una pittura “alessandrina”, in questo suo barocco che tende a incanti di arzigogoli, a sovrapposizioni, a nascondigli della memoria, a improvvise esclamazioni: frutto di altrettanto imprevedibili folgorazioni, mai – ripeto – cade nel vizio del “suggestivo”, da lui sperimentato per un inganno dei nostri sensi. E inoltre c’è, in questo suo complicarsi, una misura stilistica sempre presente. Che s’allea al già detto barocco, che offre a queste tele un misterioso alternarsi di suono e di richiamo. Romani è anche questo contrasto. Una vicenda – la sua d’artista – che non ammette tregua.

 

 NICOLA MICIELI  (Pisa, 1984)

  Del Visionario in Pierluigi Romani

  I temi e i caratteri distintivi della pittura di Pier Luigi Romani sono stati indagati e delineati, specie negli ultimi dieci anni, con tale puntualità e perspicacia, in un ventaglio ampio e qualificatissimo di contributi critici, da rendere arduo il tentativo d'un approccio non ripe-titorio, in qualche modo utile a una più precisa focalizzazione della non comune personalità dell'artista. Dico, anzitutto, delle lucide «letture» di Pier Carlo Santini, il primo e il più assiduo frequentatore e appassionato Mentore dell'artísta lucchese; e del recente intervento di Ragghianti, che non è quel che dichiara l'Autore in esordio della nota: un semplice «documento dell'impressione» riportata al primo incontro con l'opera, ma una rigorosa indicazione di metodo, persino di linguaggio da usarsi nell'analisi di una pittura di così chiara identità da respingere «ogni genericità e polisemia».

Dico ancora di Carluccio, Fabiani, Solmi, Venturoli, e cito a memoria nel novero nutrito di studiosi ed esegeti che a Romani hanno dedicato pagine tutt'altro che di circostanza o generiche, anzi peculiari per partecipazio¬ne, taglio e penetrazione critica.
Ritengo tuttavia non ozioso soffermarsi a considerare, nella specificità dei processi formalizzatori, la più volte individuata visionarietà fantasmagorica ed eccitata dei tessuti come degli impianti pittorici, così inediti, rispetto al pur nutrito catalogo (e variegato) della pittura italiana di figurazione, eppure partecipi, per assimilate e creativamente restituite assonanze linguistiche, di un intero spettro della ricerca moderna diramata in direzione segnica, materica, plastíco-spaziale.

L'ideale estrapolazione di brani pittorici dal contesto della figurazione disvelerebbe sorprendenti corrispondenze tecnico-operative (action-painting) e d'esito stilistico con l'informale e la pittura segnico-gestuale, specie americana, in varia declinazione espressionista, automatica, brutalista, calligrafica: «Ed io - scriveva Fabiani - ho pensato a un Pollock e a un Tobey razionalizzati; eppoi a Wols da una parte, e a Feininger dall'altra; ma anche a un Buffet interpretato da un Du-buffet! ... ».
Tali osservazioni sono indubbiamente pertinenti e testualmente verificabili, ma solo per astrazione. Ciò che non autorizza a prefigurare, nell'unico punto che non condivido di un acuto testo di Venturoli (nel quale però l'Autore si dichiara consapevole del fatto che «la critica non è profezia»), «il giorno in cui l'avanguardia si prenderà la sua rivincita, forse `prenderà per mano' meno timidamente il forte temperamento di questo visionario».
Tanto più che a spingere la ricognizione filologica si scoprono più lontane suggestioni: da quella remota di Turner, indicata da Ragghianti, alle più recenti nell'ambito delle avanguardie storiche, quali la lezione di Giacometti, cui fa riferimento lo stesso Venturoli (per certo stare astato e frontale delle figure costruite in intreccio di segni liberi), e la memoria di Sant'Elia nelle vi-sioni di città gremite di segni, suggerita da Santini E, se le citazioni non fossero ancora troppe, vorrei avanzare due analogie mai annotate, a quanto mi risulta dal materiale documentario di cui dispongo. Precisamente: rimanderei a Balla di La giornata dell'operaio (1904), per la tecnica narrativa a riquadri compresenti o coinnestati nelle Notizie di Lucca (1978) e numerose altre immagini evocative dello stesso periodo; a Boccioni di La madre (1907), per il fitto filamentarsi di morbidi segni/luce nella splendida serie Sax (1976). Del re¬sto, a boccioniani Stati d'animo fa pensare l'andamento fluttuante e di modulazione vibrata del segno di Roma¬ni, quando più emotivamente riflette echi e turbamenti profondi.
La ricostruzione dell'entroterra formativo e delle possibili contaminazioni linguistiche non è comunque mera anatomia filologica. Nel caso di Romani dimostra che il clima visionario scaturisce proprio dall'uso combinato, in un contesto figurale unitario, di processi formalizzatori, stilemi, spazialità della più varia appartenenza, ecletticamente rilanciati in pirotecniche manifestazioni, cui presiede una regia, una mente ordinatrice che mirabilmente disciplina l'empito emotivo, condu-cendo il gioco del fingimento, delle mutazioni, dell'ambiguità illusionistica al punto da confondere i piani del reale e dell'immaginario.

Giacché il reale è qui paritetico e complementare all'immaginario, direi inscindibile e irriducibile in termini di referenze oggettive, per quanti indizi volontari o casuali l'artista possa aver depositato nel recinto visivo. Ciò accade perché la risposta immaginativa (e parrà inutile qui avvisare, per inciso, che l'immaginarlo non coincide certo con l'evasivo e il deideologizzato, come ha dimostrato Giorgio Di Genova) alle sollecitazioni del mondo fenomenico, e della memoria, non si affida ad alcuna delle tecniche combinatorie, dei non-sens e dei meccanismi onirici e proiettivi di cui, per solito, si servono i fantastici.
Il visionario non scaturisce dallo spaesamento dell'inserto realistico spostato di contesto, e aggregato in conformazioni sorprendenti per trasgressione di senso, ma dall'incredibile poliscopia, iperfania, amplificazione ridondanza fibrillazione sensoria cui esso è sottoposto sul monitor elettromagnetico dell'immagine. Il quale simultaneamente registra in tracciato grafico-pittorico, i fremiti fulminanti come sinapsi nervose, la vitalità folgorante della materia nella sua dinamica struttura atomica: quasi fosse composta - l'immagine - per strati di lastre radiografiche trasparenti, eseguite a camera fissa e obbiettivo aperto, in tempo adeguatamente lungo, su una porzione di realtà naturale, o di rimando psicologico e mentale, prescelta come laboratorio. E ne è eloquente conferma la serie recente di arbusti, fiori e foglie, nella quale si infittiscono tanto le notazioni minute e lenticolari da rovesciare l'ottica naturalistica in tessitura ricognitiva tra forme brulicanti di indistinta vita vegetale, con un singolare recupero, ovviamente in mutata valenza stilistica, di certe esperienze di informale nucleare condotte da Romani negli anni Sessanta. Per intima vocazione formalizzatrice, prima che per ogni altra intenzionalità, si muove dunque l'artista lucchese nella dimensione del visionario, quand'anche l'immagine sembri a prima vista scaturire (come nel caso di una serie deliziosa di piccoli paesaggi recenti, curiosamente in bilico tra calligrafismo orientale e vedutismo settecentesco chiarista e oleografico) dal contatto pur semplicemente visivo con la natura, il contesto urbano e periferico, gli oggetti appartenenti alla to-pografia quotidiana dello studio.
In effetti, penso che dall'immersione nello spazio concreto derivi il primo stimolo alla costruzione dello spa¬zio alterato, pluripolare, elastico (ma non privo, come avvisa Santini, di pause o «zone dilatate e anepisodi¬che» , che hanno la funzione di «marcare e accentuare le parti in cui le cose e gli oggetti si affollano, si fran¬tumano, si moltiplicano», ma anche di creare vere e proprie aree di riposo percettivo) proprio della finzio¬ne pittorica.
Uno spazio in cui gli oggetti sono collocati come sontuose e tuttavia sfuggenti presenze magiche, quasi arredi scenici cui non necessita, per consistere e agire visivamente, corporeità materiale, essendo tramiti per l'epifania rutilante della luce, protagonista incontrastata (in presenza, in assenza, in trapasso) di ogni concrezio¬ne spaziale e folgorio cromatico.
Si può dire che sia già visionarietà la concezione dell'immagine quale luogo della finzione, cui rimanda¬no non solo le frequenti inquadrature teatrali di siparietti e palchi attrezzati, le Riprese cinematografiche di città inquadrate panoramicamente, ma addirittura le tante, specialissime «nature morte» esibite con senso barocco d'accumulazione dei segni, e meglio si direbbe dei filamenti che intessono le forme dell'oggetto evidenziandone spettacolarmente la struttura. Il che carica l'immagine di vitalità e di catturante magnetismo per l'emotività dell'osservatore.
La visionarietà di Romani nasce dunque da questa originalissima concezione del tessuto pittorico come luogo di imprevedibili apparizioni del segno fantastico, evocatore, vitalistico, che presiede alla rappresentazione delle interiori dilatazioni e pulsazioni e sussulti della natura e dell'animo umano catturati dall'immaginazione di un artista.

   

 

 

 

 ENZO FABIANI, Milano, 1986  

Pierluigi Romani, pittore del paradiso terrestre

Quando, otto anni fa, incontrai a Lucca Pierluigi Romani allo scopo di scrivere qualche nota o impressione sulla sua pittura, rimasi alquanto frastornato: come chi, per intendersi, si trovi all'improvviso davanti e dentro a uno di quegli spettacoli luce-musica che erano in voga qualche tempo fa (ne ricordo uno al Castello Sforzesco di Milano) e durante i quali un mago-­regista (mi pare fosse un francese) scatenava sulle antiche mura, sulle torri e sul cielo stesso fari variocolorati, accompagnando, e fondendo, quelle sue sciabolate di luce con musiche straordinarie di Bach, Beethoven eccetera. Un sogno, un "inganno" musicalcolorato che alla fine, e durante, faceva delirare fantasia e cuore, nonché i vari sentimenti e precordî...

Spettacolo dunque, di un genere tutto particolare (intrigante e sinuoso, affascinante e meravigliante, sottile e insieme profondo) che mi veniva richiamato dai quadri a loro volta "spettacolari" e affascinanti e meraviglianti di Romani, per "entrare" nei quali io citai alcu­ni versi di Charles Olson che dicevano "l'intera città - in luce di stelle, e neppure un soffitto -, come si usava una volta, di finte stelle lucenti, per dio, ma scoperchiato - in modo tale che, in quella schifosa caverna - di schifose sceneggiature, avevi, - come il firmamento - sulla testa"; versi che mi parevano in qualche modo dare un'idea di quel meraviglioso e in­sieme aggrovigliato caravan serraglio che Romani (almeno in alcuni quadri) rappresentava con quasi esaltata precisione, in tutto degna di un antico miniaturista caduto in crisi di co­scienza per avere visto quanto in realtà avveniva fuori del monastero, al di là dei banconi dello scrittorio sul quale egli passava, reclinato capite, i giorni e la vita.

Subito dopo quei versi, mi domandavo se Romani avesse letto e meditato alcuni dei ver­si più struggenti degli spirituals, come ad esempio quelli che dicono: "Datemi quell'antica religione, - datemi quell'antica religione, - datemi quell'antica religione - è quella che ci vuole per me" (citazione sollecitata probabilmente da strumenti musicali e da scene jazzisti­che allora dipinti da Romani). Ma per chiudere con le citazioni poetiche (le quali secondo me sono preziose per capire gli artisti figurativi o meno) oggi vorrei aggiungerne un'altra.

I critici di stretta osservanza diranno: ma cosa c'entra, con la pittura, il ricordare i versi di questo o di quello? "C'entra eccome!", come mi diceva il grande architetto Giovanni Mi­chelucci, parlando, a proposito dell'architettura, di una serpe che si era fermata a prendere il sole nel suo orto... I versi che aggiungerei sono dunque quelli della poesia "Bellezza multico­lore" di Gerard Manley Hopkins, scritti dal grandissimo poeta inglese nel 1877 e che dicono: "Sia gloria a Dio per le cose variopinte, - per i cieli pezzati come una mucca maculata; - per le rosse macchie punteggiate sulle nuotanti trote; - per le castagne cadute dai rami in tizzoni accesi, - per le ali del fringuello; per il paesaggio - tutto pezzato e spartito, stazzo, maggese - e terra arata; e tutti i mestieri, - i congegni e le cinghie e il loro ordine. - Tutte le opposte co­se, minime e strane; - tutto ciò che è mutevole, maculato (chi sa come?) dal veloce, dal lento; il dolce, l'agro; - con l'abbagliante l'opaco; colui che le ingenera - la cui bellezza non muta; lodate lui-...

Dopo questa "composizione di luogo", se non altro curiosa e utile a riscaldar la mente, veniamo a tre quadri tipici di Romani, dipinti negli ultimi anni e che mi sembra sintetizzino, almeno come esempi indicativi, il grande scenario del mondo di questo pittore. Il primo è in­titolato "Vegetazione linfa e clorofilla" e raffigura semplicemente una sorta di muro di foglie con qualche rarissimo fiore. Tema antico e sfruttatissimo: eppure Romani riesce a dare alla "scena" o siepe un qualcosa di vivo, solenne ed assoluto, come se tutto l'universo fosse lì, sintetizzato, definito e variato con tecnica perfetta; sicché, quasi non sentiamo bisogno d'al­tro, vedendovi e realtà e fantasia e freschezza e vita e quiete e perfezione...

Poi ecco il secondo quadro: "Scalo ferroviario", che richiama altri motivi consimili pre­diletti da Romani (come le megalopoli, i cimiteri delle macchine, le raffinerie, le discariche e così via) nei quali vi è come una sintesi triturata di quella specie di frenetica, rugginosa, scintillante e desolata piaga che ogni stazione è: e che il pittore lucchese definisce, sotto un cielo di uno smog rossastro, con una fitta serie di filamenti che s'intersecano, di edifici che sembra­no di ferraglia, di vetture immobili su binari morti. C'è, per chi guarda, la "sorpresa" c'è la scoperta, c'è l'evidenza di Paradiso terrestre devastato, immaginato mille volte, ma soltanto qui diventato vero nella sua drammaticità.

Il terzo quadro fa parte della serie "I casolari della campagna lucchese-: vi si vede in primo piano un giardino fitto di piante e di fiori; poi un edificio basso con porte e finestre, oltre il quale c'è un poggio rutilante d'erbe, piante, case. Qui, più che altrove, vien da notare la strepitosa maestria tecnica di Romani in cui si mescolano vari tipi di colore, dalla tempera al pastello e all'acrilico, al fine di rendere pienamente un senso, o sentimento, della realtà quasi panico. Vien da pensare, anche se qui tutto è espresso con più minuziosa esattezza, a certi espressionistici, e quindi irruenti ed esplosivi, modi coloristici di un Kokoschka e di un Soutine, come anche a certo naturismo morlottiano: che siano passati però attraverso un fil­tro divisionistico, con zone magari turneriane e baconiane. Sono questi richiami semplice­mente indicativi, ovviamente; ai quali se ne potrebbero aggiungere altri al fine di spiegarci, senza negare nulla alle capacità di Romani; e alla sua autonomia creativa, come possano na­scere i"misteri" di queste sorprendenti realtà pittoriche e poetiche, questa "pittura fulgida e turbata, sempre scottante, che ha invadenze roventi e inesprimibili dolcezze, ed evita ogni pericolo di manierismo con una tensione inventiva che nei temi e nella condotta pittorica rinnova con sempre vitale risveglio un potere di evocazione del possibile incanto contenuto nella realtà vissuta": come scriveva da par suo Carlo Ludovico Ragghianti in una presenta­zione del pittore lucchese nel 1981.

Certo è comunque che Pierluigi Romani è arrivato alla maturità dei cinquant'anni con una vigoria poetica e raffigurativa che pochi artisti della sua generazione possono vantare; vi­goria che vuol dire mestiere eccellente, personalità decisa e precisa: magari con qualche ec­cesso e qualche difetto, come capita quasi sempre a chi voglia farsi da solo e guardi con i suoi occhi la realtà pur arricchendosi delle più svariate esperienze altrui, trovando nel contempo nella cultura della propria città e nel panorama della propria terra gli elementi utili e sani per iniziare, come scriveva Luigi Carluccio "uno straordinario viaggio all'interno delle cose che a questo punto ci appaiono rivelate attraverso la rete dei loro sistemi nervosi, dei loro va­si sanguigni, delle loro sottili ossature. Ogni cosa è stata immersa in un bagno di colore per poter entrare nel gioco serrato delle forme anzi delle figure che occorrono a Romani per ri­chiamare davanti ai nostri occhi e ficcare dentro le nostre coscienze, con straordinaria delica­tezza di modi e con molta gentilezza di segni, la corruzione che mina il mondo reale sotto la sua maschera di bellezza... ".

Da parte sua, l'altro grande lucchese, e cioè Pier Carlo Santini, che da molti anni segue il lavoro di Romani, rilevava come questo nostro pittore "non accetterebbe mai di fermarsi, pur di rendere più trasparente un certo "significato": il quadro è un organismo che pulsa e vive fino all'ultimo, fino all'approdo ultimo di un viaggio che può toccare lidi ignoti e terre inesplorate. Ovunque vi sono e vi saranno spettacoli stupefacenti da scoprire, oggetti inattesi, recessi misteriosi; e una miriade di guizzi, di iridescenze, di riflessi labili e improvvisi…”

Ed è questo un altro aspetto della vigoria intellettuale di cui si diceva: l'andare avanti raffigurando con la straordinaria "cinepresa" della pittura la "figura del mondo"; con mae­stria tenace ma anche con quella sorta di cosciente e sublime effervescenza che permetteva per esempio a Hopkins (come si è visto nella poesia sopracitata) di coinvolgere tutte le cose in una lode derivante dalla varietà delle cose stesse: nel caso di Romani in una pittura che con spirito e linguaggio moderni si nutra di visioni terrestri ora splendenti ora rugginose, ora limpide e pacificanti ora corrose e decadute. L'importante è che lo "spettacolo" sia tanto pulsante e vivo da sembrare, grazie alla pittura, eterno o quasi...

 

 MARCELLO VENTUROLI,  Roma, 1988 

Pierluigi Romani, Ovvero il pennello del jazz 

Per un lettore d’arte come me, che ama gli incontri diretti col pittore ed agita il vessillo della infrequentazione (a differenza di tanti presenzialismi, che tutto dicono e fanno, meno che veder quadri), ritrovarmi con un artista valido, di otto anni in otto anni, è sufficiente: l’immagine di qualità cresce lentamente, intanto perché è già cresciuta e, senza dubbio, quella del lucchese Pier Luigi Romani, da me festeggiata in un saggio ampio nel 1980, assume un grado di stabilità “nazionale”; e poi perché l’artista di Lucca presenta sempre diverse sorprese, nella verifica dei suoi modi, accresciuti e resi limpidi nelle varie ispirazioni: dalla serie di paesaggi per tessere a cartolina, a far teatro di ricordi, al montare delle periferie delle grandi città coi loro fumi e avviluppi di luci, come in apocalittiche volute di fili; lo sterminio delle auto (ma invano si cercherebbe il fatto sociale, la meditazione classista in quelle pianure di fine del mondo); l’alzarsi fantasmagorico delle raffinerie (che appaiono tante figure di Giacometti travestite di tubi e di scale); e i dolci e truci casolari della campagna lucchese, dove la prospettiva si accespuglia, scoppietta come in mille paglie che abbian preso fuoco, tra case e cielo.

Ma uno degli aspetti più fisionomici e, in certo senso, straordinari, dell’arte di Romani è il sax, il sassofono in specie, strumento direi quasi carismatico delle orchestre di colore e di jazz, in genere, coi suoi riti e personaggi, la sua storia velocissima, come una preistoria che è schizzata nel futuro, i suoi re, i suoi motivi classici plurigenerazionali, i suoi jazzmen: qui le tecniche miste di Pier Luigi Romani (e devo dire che di rado ho tanto apprezzato la deflagrazione dell’acrilico col pastello e con la tempera, la macchia col segno che si espande a comporre l’immagine in un roveto, come nell’opera del lucchese) assumono una decantazione particolare: sembra quasi che nel reiterarsi musicale, anche la visione si arricchisca, traducendosi in un più esemplare cromatismo. Così io oggi, dinnanzi al ciclo del jazz di Pier Luigi Romani mi ritrovo con lo stesso entusiasmo che gli dimostrai nell’80, non soltanto scrivendo di lui senza riserve come già diversi altri – da Pier Carlo Santini a Luigi Carluccio, da Carlo Lodovico Ragghianti a Tommaso Paloscia, da Franco Solmi a Dario Micacchi e a moltissimi che non cito, fra i migliori – ma segnalandolo al Bolaffi dell’80, invitandolo in varie rassegne d’arte nazionali, caldeggiando sue mostre personali, tra cui quella da Bertasso a Torino.

Non si leggerebbe nella misura giusta quel panorama di tasti e leve, di tubo ricoperto da piastre e minuti bracci metallici come in uno zoom fatto da un aereo su una brulicante arteria metropolitana, senza tener conto dell’iter culturale dell’artista di Lucca, la cui partenza è stata nel gusto informale nord americano, in modo particolare da Pollock & Tobey. E’ stato detto che in Romani si avvertono echi di Kokoschka e di Soutine, che il modo suo di astrarre può somigliare a quello di Morlotti; e se con questi nomi si vuole intendere che l’artista non è un nuovo figuratore tout court, di radice naturalistica come fu il contraltare dell’astrattismo 1950 al tempo della polemica dei neo realisti con Lionello Venturi, certamente si dice una cosa giusta; ma diversi altri artisti della generazione di Romani hanno scavalcato il vero, per es., per via surrealista, o per via iper realista (che è una negazione di un vero da interpretare, per una presa di possesso di un vero pupillare, negativo) mentre Romani, rifacendosi al segno elettrico dell’espressionismo astratto, in specie nord americano, ha dato un’impronta tutta sua alle temperie delle grandi città, ai suoni divenuti colori: in lui resta assai più forte e operante la lezione di Pollock di quanto non sia quella dei padri espressionisti.

E’ col filtro astratto che il pittore ha “capito” l’odierna visione del mondo e veramente Carluccio, scopritore emerito di talenti, aveva colto nel segno, quando scriveva che Romani andava “all’interno delle cose…attraverso la rete dei loro sistemi nervosi, dei loro vasi sanguigni, delle loro sottili ossature”, sistema di lettura appreso dal modo di dipingere le cose che non si vedono ma che esistono, come diceva Klee.

Pier Luigi Romani, intanto, non fa teatro del jazz, ma fa assumere valore di personaggio a taluni strumenti del jazz, in primis il sassofono e il clarinetto: non soltanto è giustificata la monumentalizzazione dello strumento a torre, ma minareto, fino a tagliare per es. il clarinetto all’altezza dell’imboccatura, come a dare il senso di una torre senza fine; ma la prospettiva da cui l’artista vede alzarsi da terra verso il cielo questa costruzione di felice babele, è quella di un acuto suono senza soluzione di continuità, accompagnato da un rutilar di luci colorate, di filamenti di sottosuoni. Tasti e leve, minute geometrie di ottoni fanno una sorta di aerea corazza, di crisalide da orchestra, tutto geme e tuba, squarcia il silenzio e l’esalta. Non c’è mai stato strumento di jazz che sia portato ad esser visto come se ancora facesse parte dell’orchestra, ne vibrasse dell’eco, ne conservasse l’incandescenza; e infatti i segni dei chiari in quelle biacche impastate di cadmi, di terre, specchiano un calore, sono tutt’uno col fiato dei suonatori.

Forse sarà per il fatto che gli strumenti dipinti da Pier Luigi Romani sono così viventi, che quando li vediamo brandire dai jazzmen, ci appaiono esseri animati, che debbano ancora respirare, pena una cattura nell’inerzia: tutta la luce che li attornia diventa come un pulviscolo mosso dall’onda sonora, il segno dello spazio circola attorno al suonatore, che tiene il sax come un’arma.

Ma ovviamente il pregio di questi “pezzi”finali rispetto agli altri pur validi motivi del vasto lavoro del lucchese, sta nel fatto che nascono come la somma di quelli e da quelli sono motivati e nutriti: per cui non si apprezzerebbe mai abbastanza il risultato stilistico e di contenuto (perché l’artista finisce per capovolgere il concetto di natura morta in quello di oggetto significante, in messaggio di oggetto) di questi strumenti, senza aver festeggiato anche i suoi panorami di natura come “Linfa e clorofilla, tralci e foglie”, dove ben chiara appare la sintesi analizzata di quel muro o scenario primaverile, come avrebbe dipinto la Mitchel altra astrattista statunitense di valore se fosse stata più…figurale.

 

 SANDRO ZANOTTO, Venezia, 1988

Memoria dell’immaginario in Pierluigi Romani

In ogni momento dell’attività creativa umana si può rilevare senza sforzo come la memoria ne sia il più importante supporto. Ogni opera d’arte nasce infatti da una ricomposizione o trasformazione della memoria, anche sul piano formale.

La nostra stessa visione del reale avviene sempre sulla base del ricordo, dato che noi vediamo solo quello che conosciamo e conosciamo solo quello che ricordiamo. Anche il famoso assioma di Picasso “io non cerco, trovo”, che altro non è se non un ritrovamento entro se stessi, entro la memoria personale? A questo punto potremmo concludere, senza eccessiva originalità, che inventare non è altro che ricordare.

Queste generiche riflessioni sono però solo un avviamento del definire la sottile operazione che sta compiendo Pierluigi Romani, artista che opera su un meccanismo mentale e formale (le due cose vanno sempre di pari passo) di estrema complessità.

Accanto a una prima lettura immediata, ogni suo lavoro nasconde un gioco sottile di allusioni, che rimanda ad altre chiavi di lettura ancora più nascoste e velate, come i “segni labirintici” del suo sassofono di cui già parlò Pier Carlo Santini. La preziosità formale qui non è ricerca di estetismo, ma l’ambiguità che è sempre alla radice di ogni invenzione, il labirinto nel quale finisce sempre per aggirarsi ogni proposta della memoria, che deve essere ritrovata senza la scansione del tempo, elemento che la memoria ignora, come il sogno, come la fantasia, come la follia.

L’età del jazz che Romani va ripercorrendo come per una missione inderogabile, è proprio un atto che ci richiama a quel grano di follia che deve avere ogni artista autentico. Egli infatti non conobbe mai l’America, né si occupò di jazz, forse ne ascoltò solo dei dischi.

Eppure questa sua missione si ricollega alla memoria ben precisa di quelli che ebbero la loro formazione umana e culturale dopo la guerra, quando il jazz entrò di prepotenza nella storia italiana non come musica, ma come angolo visuale del mondo in una prospettiva che ci era stata fino a quel momento negata. L’impatto che ebbe su di noi il jazz non fu musicale e neppure si trattò delle suggestioni dell’esotismo popolare, né delle implicazioni politiche che poteva contenere la problematica espressiva dei negri americani.

Il jazz per noi, educati col latino in una società ordinata e inquadrata che vedemmo sfasciarsi durante la guerra, non era certo musica, ma un diverso modo di accettare la vita, una dimensione dell’esistente che andavamo scoprendo nelle cantine fumose, nei concerti quasi clandestini, in riunioni iniziatiche. Contemporaneamente scoprivamo l’esistenzialismo, altra dimensione della vita che negava quanto fino a quel momento ci era stato proposto da tutte le cattedre.

Quel nostro primo incontro col jazz ci fece capire più tardi gli hippies, i “figli dei fiori”, i seguaci di religioni orientali e tanti altri sogni di uscita da schemi culturali e sociali sempre più rigidi, per quanto dall’apparenza molto più permissiva.

Quella di Romani è una memoria immaginaria, che diviene perciò la nostra memoria, come la sua figurazione formale apparentemente di chiara leggibilità, nasconde invece un labirinto di allusioni che la allontana sempre più dal puro dato riconoscibile del reale. Il suo monumento al jazz diventa  così un monumento all’immaginario, l’epopea di quella libertà dello spirito che deve rivelarsi in ogni essere pesante, cioè la fantasia che permette di capire la realtà e l’esistente al di là degli schemi sociali.

Il discorso del reale immaginato e della memoria del mai conosciuto, al di là delle formulazioni formali, ha una chiara connotazione. Non si può fare a meno di pensare infatti alla grande lezione del surrealismo, l’unico dei movimenti d’avanguardia di questo secolo le cui proposte estetiche sopravvissero allo scioglimento ufficiale, come lezione filosofica che continua a riemergere nei modi più inaspettati, appunto immaginari.

Ovviamente in Romani si cercherebbe invano l’applicazione delle formulazioni teoriche del manifesto di Andrè Breton, come pure non si avvertono evidenti nel suo lavoro le indagini oniriche o psicanalitiche della schiera di artisti che a quel manifesto aderirono. Non si può però fare a meno di pensare alle scritte murali con cui i vecchi surrealisti tappezzarono Parigi, come a voler uscire dall’avanguardia estetica per proporre un nuovo approccio col reale, sempre diverso e assai più complesso delle sue forme evidenti, codificate in rigidi schemi per celare la realtà più vera e personale che va scoperta faticosamente, attraverso quel labirinto senza vie d’uscita che è la nostra identità.

Se la pittura è comunicazione, cioè parola, è necessario perciò accettarla nel suo valore di simbolo, non come rappresentazione del reale apparente. Anche nel lavoro di Pierluigi Romani conta perciò soltanto tutto quello che va oltre la parola, cioè le molteplici allusioni di ogni simbolo.

   

 FRANCESCO BUTTURINI, Verona 1989

Il mito del jazz

 

Come una frase di jazz caldo, come una ritmica sequenza di frasi di jazz in cui la battuta tesse i passaggi dosandoli sull’algebrica bilancia naturale dei tempi musicali, per cui alla fine l’orchestra diviene una gloriosa e festosa plurima armonia. E libera. C’è nel jazz, infatti, la radice prima e più lontana della rivolta, dell’anticonformismo. C’è nel jazz la coda del diavolo, come si diceva fra i bianchi; perché c’è nel jazz la fonte più lontana dei ritmi della nostra attuale musicalità.

Così nell’alone del mito e nel sentimento di quello che è significato nella cultura degli anni Cinquanta, in Italia, il jazz e la cultura nord-americana, nascono le tele di Pierluigi Romani dedicate alla storia del jazz. Il valore artistico più evidente è nel fraseggio dell’immagine che ha, e giustamente, non vaghi referenti nordamericani a partire dal frammentismo luminoso di lucente irrequietezza pulviscolare di M. Tobey (penso, ad esempio, a Festival, del 1953), per arrivare all’esplosione stellare della pittura di J. P. Riopelle o alla linea di Vieira da Silva. Per citare solo i nomi più noti e familiari di una pittura ricca di esponenti di spicco soprattutto – e non a caso – negli anni Cinquanta.

Dentro questo tessuto culturale che diviene atmosfera di forte spessore lirico si spiega, a mio avviso, questo modo di far pittura di Pierluigi Romani, che, diversamente, potrebbe apparire solo una intelligente trovata, una moda personalissima, ma solo una moda. Se ne coglie così, invece, il fraseggio lirico che sgorga da queste bave di ragno lucenti che compongono e scompongono l’immagine con l’erratica fantasia di celestiali arachinidi alla ricerca di miracolosi ponti tra il ricordo, l’affetto, la nostalgia e l’evento.

Allora gli strumenti possono possedere la stessa pienezza di presenza dei grandi interpreti del jazz che compaiono nella serie, e lo spazio cromatico li può ritmare come essi sono stati il ritmo, nella fantasia – è stato da più parti sottolineato – e nel sentimento che dalla fantasia nasce. Il risultato è la vasta, sonora orchestrazione di un quadro come Satchmo’s trmpet in cui par quasi di avvertire la presenza totematica del grande jazzista proprio nella evidenza esistenziale dello strumento, e questo si trasforma in immenso monumento complesso sul quale e per il quale lo spazio intorno lievita  si fa narrazione, ricordo, complicata proposizione di immagini che prolificano come fitta ragnatela esistenziale.

Altrettanto dicasi per il quadro Per Johnny Hodges nel quale non si può non avvertire la pienezza delle potenzialità di ritmo e musicalità del sassofono. Lo stesso caldo colore del vibrante intorno cromatico, la stessa posizione in diagonale dello strumento creano una improvvisa irrequietudine che si appaga poi nella traccia minuziosa, e non per questo meno sognante, della definizione architettonica del sassofono e della densa atmosfera che lo circonda.

Ancor più vasta, anche perché in questa tela è evidente un gustoso recupero pittorico che va dalla pittura di strumenti musicali del Sei-Settecento alla più classica paesaggistica europea, si fa l’impaginazione in Sax, Clarinetto, Flauto e Paesaggio: gli strumenti sono alti come le torri di un altro quadro di Romani (riportato in “Pierluigi Romani” a cura di E. Fagiani e abbastanza noto per citarli: Ricordo della mia città): là erano le torri di Lucca a fraseggiare nel cielo il ritmo dei colori, qui sono gli strumenti, con la stessa sensibilità e con la stessa forza sia cromatica che di sostanza architettonica. Più ricca di emozione e, se possibile, più vasta ancora l’atmosfera sentimentale che spira da Studio per Sax baritono.

Sono questi, mi sembra, i quadri guida che danno significato alla serie di ritratti degli interpreti di jazz; un significato che deve andar oltre le particolarità fisiche per offrirci, invece, emozioni di spessore musicale. Altrimenti non avrebbe senso questa sequenza di ricerca pittorica sulla storia del jazz.

Da Duke Ellington a Louis Armstrong, da Coleman Hawkins a Dinah Washington e a tutti gli altri, i volti notissimi dei Grandi acquistano il sapore del mito perché inseriti in questo grande arabesco che il filamento pittorico-aracnideo di Romani ha tessuto intorno al loro ricordo fantasioso e appassionato. E poi dai volti dei jazzmen si torna agli strumenti e più intensa diviene la sensazione musicale di queste inquietanti, di queste irrequiete cascate pulviscolari, solari, e di nuovo la cifra è musicale; e si ha la gradita sorpresa di scoprirvi la gratuità della musica, la grande gratuità così viva anche nel jazz moderno. Magari proprio in quel raro jazz di produzione europea come quello dei brani di Pat Metheney & Lyle Mays in As Falls Wichita, So Falls Wichita Falls, che sicuramente Pierluigi Romani conosce e ammira.

 

 GIANNI CAVAZZINI, Parma, 1999

Luci e trasparenze di Romani.

Esplorate dall’artista le risorse più interne della materia

 

Il mondo della pittura continua ad offrire motivi di interesse, anche al di fuori dei consueti circuiti di mercato. Proposte in tal senso vengono presentate a Forte dei Marmi da un nuovo spazio espositivo: “La Piazzetta dell’Arte”. In questo spazio viene ora presentata l’opera di Pierluigi Romani, un pittore di complessa formazione culturale che agli inizi della sua carriera guarda con viva intelligenza critica agli artisti americani, in particolare a Pollock e a Tobey e in Europa ai segnici Wols e Hartung e al materico Dubuffet.

Alla svolta degli anni Cinquanta, Romani coglie con vivido intuito la straordinaria novità di una concezione spaziale che vede l’unione degli opposti: il cielo e la terra, l’alto e il basso, l’interno e l’esterno. Avviati a superare ogni limite della dimensione espressiva i grandi astrattisti americani si confrontano sul terreno della pura vitalità: con Pollock che stende la tela per terra e ricorre alla tecnica del dripping, con Tobey che rievoca la scrittura orientale per declinarla sugli estremi esiti dell’automatismo segnico.

E’ un’avventura che affascina Romani e lo conduce a esplorare le risorse più interne della materia. Nasce così, sugli echi di una irripetibile esperienza bruciata in terra americana, una visione com’è questa di Romani: molto europea, legata alla realtà dell’uomo e della natura. Davanti alle opere recenti si direbbe che il pittore ha depurato gli ingorghi delle sue giovanili passioni per procedere in direzione di uno spazio ad ampia struttura, aperto verso il campo allarmato dell’esistenza.

In primo piano appare il tavolo da lavoro dell’artista: con la sua storia silenziosa, con la sua carica simbolica. Romani mette a fuoco gli elementi distinti che formano il quadro di una situazione: gli oggetti, lo spazio che li accoglie, i significati specifici di ogni presenza figurale. Sono lontani i tempi dei miraggi astratti, eppure Romani continua a sentire i suoi racconti di figura nei termini di una graduale rinuncia alla rappresentazione mimetica e di una progressiva definizione dei valori formali.

L’interiorità, con i suoi misteri, con le sue zone umbratili, sembra prevalere in questa fase della ricognizione di Romani, sull’apparenza oggettiva. Proprio l’automatismo del segno tende a liberare, più che nelle opere del passato, quegli elementi di “verità psichica”, per usare un termine di derivazione surrealistica, che formano il passaggio dell’interiorità.

Ed è il passaggio che Romani restituisce poi in una serie di visioni ravvicinate in cui lo spazio si conforma alla struttura del pensiero analitico. Il cammino compiuto dall’artista nel corso del suo processo conoscitivo si articola sul passaggio fra l’interno e l’esterno. E’un passaggio che porta l’occhio, nostro e del pittore, a scoprire la sostanza degli elementi primari del mondo di natura: in questo caso le rocce e le cascate.

Viene in mente Eraclito: “Non possiamo bagnarci due volte nella stessa acqua di fiume”. E’ una visione in cui tutto diventa mobile, provvisorio, frammento di un fluire universale. Affiorano le suggestioni della trascorsa stagione informale, anche se Romani vuol tornare alla misura della ragione più filtrata del tempo. Gli è d’aiuto la tecnica a tempera, con la sua leggerezza, con la sua trasparenza, con la sua natura vegetale. Lo spazio esiguo, al limite della pura sensibilità, in cui Romani si trova ad operare si dischiude su risonanze vibratili, su rapporti dinamici e vitali, su limpide cesure della forma figurativa.

Si approda così agli esiti più compiuti di questa felice stagione vissuta da Pierluigi Romani: una stagione di spazialità luminose, di morbide e filtrate materie, di sottili coincidenze poetiche.

 

 JEAN PIERRE JOUVET (Parigi, 1999)

“Omaggio a Francis Scott Fitzgerald” potrebbe essere intitolata una grande mostra dei dipinti dedicati da Pierluigi Romani al jazz, ai suoi ambienti e a molti protagonisti della sua pittoresca storia. Una mostra che sarebbe bello allestire, magari, a St. Paul, la città del Minnesota dove nacque l’autore dei romanzi “This side of Paradise”, “The beautiful and the dammed”, “The great Gatsby”, “Tender is the night” e, soprattutto, dei racconti riuniti in volume nel 1922 con il titolo “Tales of the jazz age”.

Una siffatta mostra costituirebbe, credo, la più originale commemorazione italiana (o celebrazione?) del tormentato narratore e sceneggiatore cinematografico americano morto alcolizzato a Hollywood nel 1940, otto anni prima che sua moglie, la splendida e irrequieta Zelda Sayre, perisse nell’incendio della clinica per malattie mentali nella quale era degente.

Una vicenda quella di Francis Scott e di Zelda – e marginalmente anche della loro figlia “Scottie” – che richiama subito, nella memoria di chi conosce bene la letteratura USA del nostro secolo, le figure di altri interpreti indimenticabili della medesima convulsa e illusoria “festa dei sensi e dei sentimenti”, come la definì l’eminente critico Edmund Wilson, che fu la “coscienza intellettuale” di Fitzgerald negli anni dei suoi studi a Princeton: Theodore Dreiser, Sherwood Anderson, John Dos Passos, Ernest Hemingway, Gertrude Stein, Henry Louis Mencken, Sinclair Lewis, Thomas Wolfe, William Saroyan… E altresì i personaggi di maggiore spicco della incomparabile saga del jazz: J. “King” Oliver, Louis Armstrong, Coleman Hawkins, James Fletcher Henderson, Duke Ellington, William “Count” Basie, Jimmie Lunceford, Jimmy Dorsey, Charlie Parker, Ornette Coleman, Cecil Percival Taylor, Benny Goodman…

Sono questi ultimi, nel vasto ed effervescente repertorio della musica swing, bop, cool, hard bop, rhythm and blues, free, i “virtuosissimi” del sassofono, della tromba, della cornetta, del clarinetto che hanno guidato la fantasia di Pierluigi Romani nella sua feconda ricerca di temi storici, costumi sociali, eventi culturali atti alla testimonianza e alla reinvenzione dell’arte pittorica.

“Belli e dannati”, “Tenera è la notte”, “Storie dell’età del jazz”: ripensiamo a queste opere di F.S. Fitzgerald e poi guardiamo i quadri di Romani che, trascurando l’esattezza cronologica in ordine ai tempi e agli interpreti, si direbbe siano scaturiti da quelle pagine. Eguale è l’atmosfera, fedele la scenografia, vibrante di ritmi e insieme di estatico lirismo, nei libri come sulla tela, il linguaggio “narrativo”. Si, perché la pittura di Romani è sempre e anzitutto “descrittiva”, oltre che documentaria. La sua straordinaria “carica” non ha bisogno di delizie, di beatitudini paesaggistiche per esprimersi: nessun luogo comune “vedutistico”, nessun incantesimo ottico offerto dalla natura. Spesso i cieli sono piatti e “indifferenti”, le strade sono senza alberi, le piazze senza giardini; pochi i passanti, mai la folla, né il traffico automobilistico congestionato. Si pensi a un paesaggio innevato di gusto tradizionale e poi si osservi il pregevole dipinto di Romani intitolato “Ultima neve a Pradarena”!

Gli “esterni” preferiti da Pierluigi Romani sono i grandi centri urbani, con i loro grattacieli spettrali, le stazioni ferroviarie, i cupi sobborghi popolari negati ai giochi dell’infanzia, ovunque si “consuma” la vita di milioni di schiavi moderni. Ma anche le città storiche, dove ancor sono possibili condizioni esistenziali umane, colpiscono la sua sensibilità di uomo e di artista: così l’amata Verona, raffigurata in decine di quadri, così l’incantevole Venezia, così la vecchia Parigi.

Vario e ricco di opere esemplari è anche il patrimonio romanzano delle nature morte, e pure quello degli “scorci” provinciali, prevalentemente a soggetto naturalistico.

Tuttavia, quello che più colpisce nell’arte di Pierluigi Romani, per la sua singolarità e la suggestione che esercita, è l’”epopea del jazz”, per la prima volta, credo storicizzata con il magico uso delle forme, dei segni e dei colori. Ed ecco la tromba di “Chet Baker; ecco il sax di Johnny Hodges; ecco il trio vocale guidato da Fletcher Henderson; ecco i caratteristici ambienti interni dei “santuari” del jazz, a New Orleans, a Hollywood, a New York, a Philadelphia, a San Francisco; ecco le fiabesche “nature morte con clarinetto”, gli originali progetti grafico-pittorici per il “Festival del jazz” di Verona. Ancora: i ritratti di Fats Walzer, Coleman Hawkins, Joe Venuti, Joe Turner, Dinah Washington…

Pierluigi Romani conosce gli Stati Uniti (ha partecipato a mostre itineranti di pittura a New York, Los Angeles, Philadelphia, Santa Monica, Boston), e della grande nazione americana ha colto gli aspetti più rappresentativi, ma questo è avvenuto in anni recenti, fra il 1984 e il 1992; la sua passione per la “leggenda del jazz” ha invece origini assai più lontane, datate quasi certamente negli anni Cinquanta, quando il versatile artista lucchese cominciò ad esporre le sue opere affrontando così il giudizio del pubblico e della critica. Da allora l’intima adesione al prorompente avvento dei canti popolari e delle musiche work, songs, gospels, spirituals, blues, swing, bop non lo ha più abbandonato. Ciò non va tuttavia interpretato in senso riduttivo. Romani è infatti un pittore “completo”, che ha spinto e approfondito le sue esperienze in molti campi: dall’astratto all’informale, dall’immaginario al fantastico, al neo-impressionista, al neo-simbolista. E le prove che ha dato non sono sfuggite a critici e saggisti altamente qualificati, come Carlo Ludovico Ragghianti, Luigi Carluccio, Antonello Trombadori, Pier Carlo Santini, Marcello Venturosi, Enzo Fagiani. Essi, e molti altri, hanno sottolineato, in particolare, l’eccezionale capacità dell’Artista di immedesimarsi nei soggetti che gli stanno a cuore, mai “riprodotti”, sempre “personalizzati” nella loro libera interpretazione: formale, cromatica, contenutistica. Per una pittura “insolita”, inconfondibile, di eccezionale “presa” emozionale. Una pittura che non può esimerci dall’elogio.

 

 GIUSEPPE BRUGNOLI (Verona, 1999)

Pierluigi Romani ha avuto il grande merito di rimanere sempre fedele a se stesso, nella sua lunga stagione culturale ed esistenziale, con quella pervicacia che è propria di una profonda convinzione artistica ed umana. Oggi, raccoglie i frutti pieni e maturi di questa ostinazione, che a qualcuno è potuta sembrare pigro attardarsi, ma che invece è sempre stata vigile ed attenta ricerca, curiosità nello sperimentare ma anche ferma consapevolezza dei propri mezzi e del proprio lungo itinerario personale. Lontano dalle mode del momento e dagli “ismi” d’accatto, Romani ha compiuto questo suo viaggio solitario e appartato senza mai perdere la nativa curiosità per i raggiungimenti e anche i tentativi dell’arte sua contemporanea, ma anche senza mai perdere di vista l’aggancio segreto con la sua grande arte del passato e con la sua numinosa lezione.

Così oggi le sue opere che punteggiano un itinerario ampio e svagante mostrano una uguale freschezza, una nativa solarità: antiche e moderne insieme, recuperano senza piaggeria o indugi la lezione dei vecchi maestri toscani, la fanno propria, la reinterpretano e la reinvestano, con la felicità del narrare, del descrivere, del citare, dell’evocare che è propria dei grandi, ma il suo racconto pittorico è anche intriso di sottintesi, di arguzie e di ammiccamenti, di ironie e di riferimenti culturali, di aneddoti e di sprazzi, così che egli si sente e si dimostra completamente e comodamente, senza resistenze ma anche senza obbedienze, inserito nel mondo e nella temperie culturale che le è consentanea, di cui accetta e insieme scarta le sollecitazioni, rifiuta o accoglie le motivazioni e le spinte emotive, con la sovrana libertà e insieme l’istinto sicuro dell’artista.

La dote fondamentale di Pierluigi Romani, che gli ha permesso di passare indenne tra le opposte attrazioni e gli insiti pericoli di un mondo artistico e culturale che esplorava se stesso in cerca dell’evento ultimo, è stata ed è infatti la libertà. Insofferenti di condizionamenti o di insufflazioni, senza respingere nulla per partito preso ma anche senza accettare nulla per comodità o per moda, egli ha percorso la sua strada guardando ad un ideale alto di arte, e cercando di presentarlo con serietà e schiettezza, con un linguaggio ricco ma senza discorsi inutili, nelle sue tele. Che proprio per questo, con la loro fermezza compositiva, con la loro forza evocatrice di cose reali, persone vere, paesaggi sognati ma insieme esistenti, continuano a rimandare un messaggio di verità, in cui la luce e i colori sono usati come strumenti propri per un discorso compiuto e concluso, non per un balbettio sperimentale.

Per far questo, Romani si avvale di un mestiere di cui dimostra con solare pienezza, talvolta perfino con il vezzo di qualche ostentazione di bravura, l’assoluta padronanza. L’impianto compositivo è sempre rigoroso e accurato, le campiture determinate con fermezza, l’uso del colore sorvegliato e attento, senza sbavature, senza compiacimenti formali fini a se stessi, ma anzi spesso sottoposto ad un grafismo di fondo che sostiene tutta l’architettura dell’opera. In tempi in cui, finalmente, anche il mestiere dell’artista si dimostra sempre più e di nuovo soggiacente alla padronanza dello strumento, è dato poche volte trovare un pittore che non smentisca operativamente questo suo essere tale, e che dimostri come un lungo studio, una granitica applicazione possano dare raggiungimenti impossibili.

Ma se la maestria tecnica e formale è per Romani, come dovrebbe essere per tutti, un requisito fondamentale, uno strumento lungamente forgiato e piegato ad esprimere e a raccontare con accenti di verità, non basterebbe questo, neppure unito allo spirito di libertà che ne caratterizza la personalità di uomo e di artista, a fare di Romani uno degli artisti italiani più interessanti, di più spiccata individualità degli ultimi decenni. Libertà e tecnica sorreggono in lui un’anima di poeta. Libertà e tecnica gli permettono di impegnarsi in quei racconti brevi che sono i suoi quadri, animati dalla forza creatrice ed evocatrice di uno spirito fanciullo, che ancora si meraviglia e si commuove di fronte ad una visione naturale, che ancora si entusiasma e si coinvolge davanti ad un suonatore di jazz.

Ed ecco allora le sue visioni di città oniriche insieme e calligrafiche, aeree e sfumate in uno spazio senza confini, in una dimensione senza tempo. Talvolta serene come in un sogno, talvolta sottilmente, epidermicamente inquietanti come sotto la minaccia di un incubo. Città di ricordi, ma più spesso ricordi di città, filtrati da una sensibilità viva e umbratile, reminiscenze affettuose con un velo di nostalgia e un’ombra di ironia che redime i rimpianti. Ed ecco le solari, rivissute nell’evocazione fantastica che le riporta nel mito, campagne della Lucchesia, e insieme i giardini segreti dai mille sentieri che si biforcano, nascosti da viluppi di liane e di fronde, con fiori carnosi e lussuriosi che si divincolano e si sormontano per emergere alla carezza del sole. Le nature morte assorte e misteriose, che mantengono il loro segreto negli oggetti inanimati ma che acquistano un’anima sotto il pennello del pittore, e la lunga teoria dei jazzmen, i sassofoni e i clarinetti che si sciolgono e svaniscono in note di puro colore, in vibrazioni sonoro-visive. Un inesausto innamoramento, una inesaurita meraviglia, una gioia vitale che nasce dall’anima ed è trasferita con immediatezza e spontaneità, con grande felicità espressiva, dai toni e dai colori del suono ai toni e ai colori della tavolozza.

E’ per questo, dunque, che Pierluigi Romani è artista di oggi, immerso pienamente nelle tensioni, nelle emozioni, negli stimoli dell’oggi, ma anche artista di sempre: per il recupero di quei valori di fantasia, di libertà, di amore alle cose, di stupore di fronte alla natura, che sostanzia la grande arte di sempre

   

 

 MARIO ROCCHI (Lucca, 2002)

 

Sicuramente se chiedete ad un appassionato d'arte se si ricorda quando è stata fatta a Lucca l'ultima personale di Pier Luigi Romani, vi sentirete rispondere che sono passati tanti anni e che Ilià da un pezzo non ci riesce vedere le opere dell'estroso pittore lucchese. Ed è vero: Romani non ha fatto mostre personali nella sua città da più di dieci anni e raramente si vedono in giro sue opere.
Non partecipa cioè a collettive "ruffiane", a mercatini vari, a finte riesumazioni storiche. Eppure il pittore è attivo, ma la sua attività trova la porta aperta per lidi più lontani: più di una sono le sue esposizioni in Usa, varie in Italia ed in Europa, l'ultima a Bruxelles. Il suo sguardo, che forse non è stato del tutto benevolo verso la sua Lucca rea di aver ingigantito colossi d'argilla, è rimasto teso, specie da quando chiuse con l'insegnamento per dedicarsi interamente alla pittura, verso orizzonti più ampi.
Se si guarda anche la bibliografia di Romani, ci si accorge che grandi critici come Luigi Carluccio, Carlo Ludovico Ragghianti, Marcello Venturoli, Pier Carlo Santini, Antonello Trombadori, si sono interessati alla sua produzione artistica ed hanno sottolineato le notevoli capacità del pittore lucchese. Perché la pittura di Pier Luigi Romani vive di una sua particolarità, di una sua essenzialità, di una sua originalità. E se il tutto si può far risalire al fascino dell'espressionismo americano, il tutto si può anche far ridiscendere verso una espressività che si ciba soprattutto di elementi vitali di una cultura che è europea e che si evidenzia con un approfondimento interiore alla ricerca dei misteri della nostra esistenza. - L'interiorità con i suoi misteri - dice Giovanni Cavazzini - con le sue zone umbratili, sembra prevalere in questa fase della ricognizione di Romani, sull'apparenza oggettiva. Proprio l'automatismo del segno tende a liberare, più che nelle opere del passato, quegli elementi di "verità psichica", per usare un termine di derivazione surrealistica, che formano il passaggio dell'interiorità - .
Dalla partecipazione emotiva verso certa pittura d'oltre oceano, Romani riesce anche a cogliere la forza che può avere la ricerca sulla materia:di essa sa trarre giovamento quando tratta la realtà senza legami oggettivi ma rivelando ma piuttosto quella verità interiore strettamente legata all’umano. Ne sono di esempio le opere sul jazz serie di grande interesse che vede il romani protagonista nella visione di un mondo di grande attrazione. I personaggi come come gli strumenti diventano vita di un pensiero che li unisce e che sistematicamente li valorizza. - Gli strumenti - dice Francesco Butturini, - possono possedere la stessa pienezza di presenza dei grandi interpreti del jazz che compaiono nella serie, e lo spazio cromatico li può ritmare come essi sono stati il ritmo nella fantasia e nel sentimento che dalla fantasia nasce. Il risultato è la vasta, sonora orchestrazione di un quadro come "Satchmo's trumpet" in cui par quasi di avvertire la presenza totemica del grande jazzista proprio nella evidenza esistenziale dello strumento....".
E Marcello Venturoli, a proposito ancora della pittura sul jazz: “Qui le tecniche miste di Pier Luigi Romani assumono una decantazione particolare: sembra quasi che nel reiterarsi musicale, anche la visione si arricchisca, traducendosi in un più esemplare cromatismo”. Ma se nel soggetto musicale le pennellate sembrano seguire il motivo sincopato, lo stesso avviene per gli sguardi sulle grandi città dove i grattacieli incombono con la loro miriade di luci, o gli scali ferroviari con il loro intersecarsi di linee. Per cogliere meglio gli aspetti costruttivi della sua pittura - dice Pier Carlo Santini - giova forse avvicinare queste vedute di paesaggi urbani, alle "periferie" ed ai "giardini". Qui si ha la conferma della sua vocazione a trarre partito da ogni elemento e frammento esterno per una incessante invenzione di temi grafici e pittorici. “Ogni cosa è stata immersa in un bagno di colore” - aggiunge Luigi Carluccio, - per poter entrare nel gioco serrato delle forme, anzi delle figure che occorrono a Romani per richiamare davanti ai nostri occhi e ficcare dentro le nostre coscienze, con straordinaria delicatezza di modi e con molta gentilezza di segni, la corruzione che mina il mondo reale sotto la sua maschera di bellezza. E così i paesaggi di oggi, una visione in cui il Romani rivive tanto il tratto galvanico degli studi e delle nature morte, quanto la frammentata e fulgente pennellata dei quadri sul jazz, sino alla monocromaticità dei paesaggi urbani e degli scali ferroviari. In queste sezioni di vita naturale dove c'è sempre un baratro al di sotto delle case, fatto di roccia dal colore metallico, si ritorna al concetto primario della pittura del Romani, quello dello sguardo scrutatore sull'interiorità che si maschera perennemente, come in un carnevale di vita, dietro le più disparate sembianze. Ed in questo, come nell'eccezionale capacità tecnico espressiva, sta la vera forza del pittore lucchese.

 

 

 MARIO ROCCHI (Lucca, 2010) 

Non è facile per un pittore uscire dagli schemi tradizionali che la scuola o la cultura gli hanno impresso anche non volendo, come non è facile distaccarsi dalla cultura ambientale che uno subisce più o meno consapevolmente. Pertanto all’impronta caratteristica della pittura lucchese del secondo novecento, tutta narrazione nata dalla fantasia e dall’immaginazione fabulistica, non è sfuggita la gran massa dei pittori lucchesi pur validi. Salvo dovute eccezioni. Pier Luigi Romani è una di queste. L’eccezione fra le eccezioni, se si può dire. Perché il suo modo di dipingere è così personale che l’accostamento può essere fatto semmai, per fonti di ispirazione che rimangono occulte, ai grandi maestri della pittura moderna. I quadri che sono presenti in questa mostra, prevalentemente boschi selvaggi e paludi, possono essere considerati una sintesi della sua espressività. Non solo per il mondo che ognuno di essi porta dentro, un mondo che fa trasparire tensioni di vita che si sono accumulate  in ognuno di noi, oggetti in mano al caso che qualcuno insiste a chiamare destino, ma per il lavoro specificatamente creativo, cioè il lavoro di pennello, di pastello, di levare e mettere che il Romani fa come dettato da qualcosa di interiore, in maniera concitata ma metodica, per costruire le figure che vede come immagine della mente e che prendono corpo mano a mano che l’atmosfera, perché è quella che conta, immerge il tutto nella sua morbidezza avvolgente. Non si può allora fare a meno di ricordare il percorso lineare che ha fatto il pittore lucchese. Dai suoi timidi approcci con la nuova figurazione che datano tempi giovanissimi, agli splendidi ritratti come quelli di Giacometti, alle panoramiche di stazioni ferroviarie con scambi che si sentono sferragliare, alle figure comprese nella loro umanità ma anche nel loro valore artistico ritraenti suonatori di jazz, musica a cui il Romani è molto legato, agli aeroporti con i mastodontici aerei simbolo di grandezza e di potenza (o di vanagloria?), alle periferie dai grandi casamenti, per approdare a questi quadri di notevoli dimensioni in cui l’artista sembra giungere dopo un percorso travagliato, per distendersi l’animo. Ma se lo sguardo è volto a qualche nome dell’impressionismo, non lo è allo spirito di pacato e felice vedutismo che ispirerebbe. Qua è la forza espressiva che ha la meglio sul distendere dello sguardo. I rivi paludosi che scorrono lenti fra alberi contorti come mangrovie, l’acqua stagnante che interrompe l’intersecarsi selvaggio della natura, gli alberi che non svettano imperiosi ma si allungano l’uno fra l’altro per cercare in tutte le direzioni la vita che sta in alto, alberi ritratti durante la scabrosità dell’inverno non nella floridezza dell’estate, sono i personaggi che a loro modo compongono il racconto che Pier Luigi Romani fa, un racconto che non si avvale di personaggi umani ma della natura che lui sa caricare di profonda umanità. Non è un racconto lineare ma frastagliato, non pacato ma concitato, non studiato ma impresso, eppure la composizione del quadro ci fa capire che niente è frutto del solo istinto ma la pennellata è in un certo senso studiata, calcolata, muovendo sì dalla pulsione emotiva, passionale, indispensabile per il trasporto del sentimento ( cosa è l’arte se non traduzione di sentimenti?) , ma nel rispetto della creazione dell’essenziale che è appunto “creazione” e non improvvisazione malsana. E’ nel sentimento dunque che Pier Luigi Romani si immerge; non sentimento epidermico, superficiale, non aleatorio, volatilizzante, ma sentimento corposo come sono corposi l’amore e l’odio, la pietà e la malvagità. E’ di questo genere il sentimento della natura che l’artista sente come suo e per tale ragione sa darne corpo e vita tanto da farcelo sentire su di noi, dentro di noi, quando  ammiriamo quelle opere che per la grafia e i colori riescono, a volte, a farci  dimenticare i soggetti per godere puramente della creazione cromatica, dei segni e delle linee come si gustano in un quadro astratto. Questa è l’essenza della forza creativa di Pier Luigi Romani.

 

 

  FLORIANO DE SANTI 

PIERLUIGI ROMANI: FIGURE DELL’ECLISSI

I.

   Nella sensibilità moderna di Maurice Blanchot la catastrofe è l’ultima figura che emerge nel suo percorso di saggista, in cui convergono tutte le memorie, tutte le immagini del pensiero che sono state via via avanzate nella sua L’écriture du désastre[i]: la notte e l’alba, il fuori e il dentro. Essa attraversa l’io per toccare quello che nell’anima scivola verso “l’immanenza e l’imminenza”, che non ha più alcun spessore né spaziale né temporale. La catastrofe incombe ma non è passato, in quanto il ricordo muove dall’oblio e attraverso l’oblio, e non è mai futuro. Entrambi appartengono all’imminenza del disastro che trova nell’ékphrasis benjaminiana dell’Angelus Novus di Klee la sua lucida epifania: “dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi”[ii].

   È a questo punto che la ricerca artistica di Pierluigi Romani sembra incrociare la thesis di Blanchot, con una “scrittura” pittorica che produce il testo e la sua assenza, traccia e destituisce se stessa: apre nel tessuto del quadro la faglia, la fessura che rinvia al suo fuori. Ma se il testo è il mondo, il fuori testo è il fuori del mondo, che rimane così inammissibile alla descrizione della figura, quasi fosse eclissata negli interstizi di un linguaggio frantumato o sparisse nell’evidenza della sua configurazione. Per l’autore de L’enigma della palude, una tecnica mista su tela del 1999, la catastrofe è la notte, da cui Blanchot era partito nella Part du feu[iii], ma è una notte che è ora senza luce e senza tenebra, una notte senza notte, un illimitato senza sguardo, che non può non misurarsi in quel “non-luogo” che è appunto un pre-testo: un altro testo ancora, all’infinito, fino al disastro.

   Quasi dieci anni fa Marlène Zarader[iv], in un suo studio intenso e significativo, ha cercato di tracciare delle corrispondenze tra le figure blanchotiane e alcuni grandi nodi della filosofia del Moderne: la notte, ovvero il dibattito con Hegel; il fuori, ovvero il confronto con Husserl; il neutro e In cammino verso il linguaggio (Unterwegs zur Sprache), ovvero il dialogo con Heidegger. In realtà, al di là di indubbie inflessioni estetiche con il pensiero e con la scrittura di Blanchot, il nodo dell’avventura pittorica di Romani non è solo qui: non è nella filosofia tout-court. Nella tempera La sposa del vento del 1960 si apre nel nome di Klee e nell’acrilico Risveglio all’alba del 2005 si chiude nel nome di Anselm Kiefer, con un intermezzo giacomettiano che anticipa nello spazio aperto della pittura postinformale il senso ultimo e sfuggente della sua tavolozza.

   Per Romani Blanchot è la scrittura frammentaria, la parola che diventa plurale perché, attraverso le crepe e le schegge che essa solca, scopre quello spazio vuoto della notte, il vuoto del fuori: uno “smarrimento nomade” come la penna che si muove insensata sul foglio, senza sapere dove questo movimento conduca, senza ipotizzare nessun senso alla fine. La pittura dell’artista lucchese produce quindi, come hanno riconosciuto i suoi esegeti più avveduti – da Carlo Ludovico Ragghianti a Luigi Carluccio, da Pier Carlo Santini a Jean Piere Jouvet e a Mario De Micheli – la sua stessa assenza: la pittura de-écrit che investe anche il neutro e provoca la “rottura silenziosa del frammentario”. Come dice Borges nei Textos recobrados, “forse questa verità non è così assoluta ma, almeno per un istante, è sorprendente vedere nelle ultime tendenze qualcosa che ricorda il divino crepuscolo, il rosso sfiorire, il canto del cigno della retorica”[v].

   Mentre la dimensione temporale di Romani coincide con l’emozione, meglio con l’istinto, la sua dimensione spaziale è ridotta, limitata, condensata nella visione. Tempo dell’istinto, spazio della visione e, giacché l’istinto s’incarna nella visione, esemplarmente tempo e spazio collimano sino ad identificarsi in un’unica, concentratissima situazione esistenziale, che può essere interpretata come archetypos dell’indissolubile connessione fra identità e alterità, assunta quale connotato peculiare della condizione umana, dove persino il pieno e il vuoto di “une tête – scrive Jean-Paul Sartre per Giacometti – devient un archipel”[vi]. Il principio di realtà oggettiva svanisce in una costellazione in cui corpo e spirito non si annullano in un’unità superiore mirabilmente conciliata, in una totalità metafisica, ma piuttosto parlano un linguaggio, esso stesso complesso e plurale, fatto di “figure” che oscillano per così dire fra due mondi senza cancellarne la differenza, ma piuttosto rendendola visibile: offrendola all’esperienza del senso, nella prospettiva indicata nel Protagora di Platone, sulla condizione umana come hen-dià-dyo, “uno-mediante-due”.

 II.

   Gli autoritratti che Romani dipinge tra il 1956 e il 1957 ci paiono gli incunabili dell’astrazione lirica cui giungerà qualche anno dopo, con folgorante immediatezza, la creazione di un vocabolario di forme geometriche, che esplora il visibile, che lo genera senza avvalersi di un modello da riprodurre, lasciando affiorare sulla superficie della carta la configurazione simbolica suggerita inconsciamente dalla necessità interiore. Se nelle figure, di vaga intonazione matissiana, è la regola a correggere l’emozione, è la phronesis espressiva la più sicura alleata del giovane artista contro il gran flusso del suo sangue oscuro e tumultuoso, dei suoi sensi in agguato, nella serie Festa di compleanno del 1958-59, tutta intrisa di rossi e di azzurri, compaiono cerchi, triangoli, filamenti, che sembrano rinviare a Kandinskij più che a Klee, e si vanno contemporaneamente affermando architetture rettangolari, lunghe e assotigliate, che si dispongono l’una accanto all’altra in una sorta di scala tonale, di visiva rappresentazione musicale.

   L’inevitabile processo di frantumazione del reale[vii] che Romani deve affrontare nel percorso verso l’informel ha, nel Mago di Oz n. 3 e nel Pierino e il lupo, entrambi del 1961, un momento di radicalità, pur conservando ogni opera un miracolo formale intuito repentinamente nel disordine: la disintegrazione delle cose è colta in un momento di sospensione dell’eracliteo logos aion, come se il movimento si fosse arestato, e le figure e la natura ci apparissero sull’incerto crinale tra caduta e lievitazione. Qui, e più ancora in Labirinto City “Area 2” del 1962, Romani è un action painter che arriva a dominare il caos dell’esistente, dopo un furioso corpo a corpo con il corruscare dell’intuito; ma questo intuito è di una laica trasparenza, imparentata con la ragione e la coscienza piuttosto che con metafisiche ispirazioni. Come la barbarica immediatezza di Dubuffet, la materia lo ha spinto a ripudiare ogni eredità delle avanguardie del Novecento e ad impegnarsi in una creazione veramente orpheline della storia dell’arte.

   È come la scoperta densa e gestuale del colore che inizia la fase matura dell’indagine iconica di Romani. La materia in Trame sospese del 1961-62 e in Improvvisazione del 1964 si configura come l’embrione originario che determina la forma e sostanzia la visione: gesto di disperata rivolta morale contro il sistema che vorrebbe distrutta con la morale la ragione stessa dell’esistenza e della cultura, tanto da far scrivere ad Adorno che dopo gli orrori di Auschwitz la filosofia era entrata in una no man’s land[viii]. In queste opere ogni grumo, asperità, screpolatura, è in grado di stimolare l’immaginazione mettendo in moto la dinamica dei processi associativi; ogni macchia, traccia, segno che affiori alla superficie, si traduce in occasione e motivo di racconto, di scientia melancholica tra forze del bene e del male, una lotta angelica di spade fiammeggianti contro il viluppo delle tenebre. Forse anche Romani vorrebbe, come Pollock, essere rapito in una palla di fuoco, librarsi sull’umanità come un arcangelo vendicatore e forse ne L’ombra della notte del 1961-62 invidia il raptus di Wols, che gli fa vedere non in un al di là, ma dal rovescio, e con allucinante chiarezza, i mali del mondo[ix].

   Entro il linguaggio della Pop Art, Romani sa ritrovare subito alcune perfette equivalenze con i risultati della precedente fase informale. Prima contavano soprattutto certi grovigli intensi e vitali che parevano nascere sulla superficie della carta come dei “fuochi” centrali, degli occhi del tifone, alleggerendosi però subito dopo per il resto dello spazio in lunghi strascichi rarefatti, ora, con Eddie in viaggio n. 3 del 1964-65, tradotto in un sistema di forme oggettuali, quello stesso linguaggio si riconosce nell’improvviso emergere di dettagli tratti dal cartoon con tutta evidenza, anzi materializzati con improvvisa concretezza ectoplasmatica, uscendo fuori dallo stato di nebbia o di ombra in cui indugiano tutte le altre parti della composizione. Partendo da quanto già suggerito dai “novorealisti” Raymond Hains e Jacques de la Villeglé, il procedimento del collage si fa qui equivalente al funzionamento di un pensiero deconcentrato, ricettivo in maniera discontinua tanto alla polisemia di una messe incalzante di messaggi d’ingresso, quanto all’affiorare altrettanto precario di non ancora elaborati frammenti di associazione dal proprio vissuto; insomma siamo al possibile ultimo atto dell’eccitazioni di sensi e immaginario indotti dalla flânerie urbana.

 III.

   Davanti a dipinti di Romani quali Fumeurs del 1966, La città avanza del 1968, La stanza del jazzman del 1970, ci coglie una sorta d’inquietudine, e s’insinua in noi un disagio che lentamente scava la parte più nascosta della psyche. Per Rimbaud, come per Romani, non si è solo stranieri in patria, ma si è stranieri a se stessi: io è un altro ed è possibile recuperarne profili e schegge attraverso La stagione all’inferno e lo sregolamento di tutti i sensi, o lo smottamento di ogni principio morale stabilito in “Matinée d’ivresse dalle Illuminations, oppure attraverso l’inferno per giungere magari, dopo un viaggio immenso, come nel “Bateu ivre”, nella pozzanghera da cui si era partiti. L’arte del Novecento – da Giacometti a Bacon, da Beckett a Kafka – rende visibile la nostra condizione di esuli, ma anche l’altra patria, quella del senso che come esuli abbiamo perduto, e che viviamo soltanto in frantumi del mondo[x].

   Nella distruzione della cultura del secolo scorso, Romani vive drammaticamente una visione della pittura che è ancora una corrispondenza dell’essere. Se il suo periodo astratto-informale è sentito non come uno stacco, ma come un modo d’apertura, la figurazione degli anni Settanta è sentita non come apparenza fenomenologica, ma come allucinazione, cifra più assoluta e disperante di una metafora. Il teologo Karl Barth pone la morte e il dolore sul lato sinistro e notturno della creazione, su quel lato che egli definisce das Nichtige, il niente su cui Dio, nella sua prospettiva, domina ma non riesce a liberarsene. Questo paradosso porta l’aletheia, la verità a una tensione irrisolvibile, che cade in un’oscura crepa, in un cretto buio: nello spazio nero dell’indicibile che ha messo in scacco il pensiero dell’Occidente.

   Forse da una simile concezione del male come mistero discende l’idea, in Romani, che la notte come souffrance sia di per sé irrappresentabile. Così in Quartiere Kiefboek a Rotterdam del 1967, memore dei famosi nocturna seicenteschi dell’enigmatico maestro olandese Hercules Seghers, la pittura non è il luogo, la deriva di segni linguistici, la percezione di una pienezza, di un’unità vissuta, di un’evidenza del mondo, ma piuttosto la fugacità e lo struggimento della forma, l’orizzonte figurale dell’eclisse. Provocando una lacerazione nell’infinito interminato del possibile, le cose hanno origine dall’apeiron, dall’interminato, dunque dalla non-cosa che suggella il regredire dell’azione della mano dell’artista nella stasi, ovvero il risolversi dell’informe nella forma: un informe che s’impossessa della forma, come il segno incrociato che la fa e concorre a bloccarla, costruttiva-distruttiva, in quanto allusiva – come credeva Nietzsche – che il “tutto sconfinato” porta l’essere al mutamento, alla nascita e alla morte[xi].

   C’è nelle tele di Romani Natura morta con giornale del 1974, Atelier di via Guinigi del 1976, Clarinetto e mobile d’epoca del 1978 e Studio per un ritratto di Dina Washington del 1980, la rinnovata assunzione della lezione ottica di ricostruzione della forma di Gianfranco Ferroni, e ci sono anche delle affinità evidenti con certe opere apparentemente simili, ma assai più ridondanti di dettagli, di Renzo Vespignani, ma c’è soprattutto una sartriana Apparition interrogative, quella più vicina a L’être et le néant, che le rende uniche. È come se le cose e le persone, pur rappresentate in una sorta di stato di silente abbandono, di attesa, di solennità che accomuna figure e oggetti, non appartenessero fino in fondo al mondo in cui sono radicate, quasi esprimessero una riserva latente di aderirvi, e si trovassero dentro un sogno da cui non possono evadere. I colori sono percepiti nell’orizzonte della pittura, dalla lontananza al declino dei simboli, alla traccia dell’assenza: l’espressionismo dei rossi, la diafana nostalgia degli azzurri, l’ebbrezza dei blu, la notte dei neri, la malinconia del grigio.

   Poi c’è in dipinti come Studio per un ritratto di Joe Venuti del 1980-81 e come Dedicato a Miles Davis del 1982 una sospensione del tempo che trovo dello stesso sentimento, in un qualche modo, a certe esperienze dove il visibile pare sul punto di consumarsi di Lucian Freud e di Chaïm Soutine: anche se nel primo c’è sempre un’evocazione che sconvolge e butta per aria la lettura convenzionale dell’immagine, e nel secondo a una lancinante lama di solitudine che fa sanguinare tutte le sue rappresentazioni. Ma così è anche in alcune prove di Romani, che esprimono – ad esempio in Teatro di memoria del 1984-85 – qualcosa che potremmo definire ancora con Blanchot che è necessario “vegliare sul senso assente”[xii], il che vuol dire appunto vegliare sull’assenza di senso: vigilare per mantenere questa assenza.

 IV.

   Spesso si ha l’impressione che Pierluigi Romani stia dietro le quinte, che spii in un gioco di specchi, che si occulti come Musil dell’Uomo senza qualità che ipotizza nell’incesto tra Ulrich e Agathe il rapporto che potrà portare a comunicare: il suo avido guardare è già un possedere a distanza. Ma c’è contemporaneamente, sebbene meno palese, la posizione del voyant, del contemplatore; e mentre il voyeur non sa ciò che sta per scoprire, il voyant sa quello che guarda. Negli “Studi per un ritratto ad Alberto Giacometti” del 1992 e del 1993 l’artista toscano non ignora quello che Verlaine chiama l’écartement autre, anzi parte proprio da esso: scarta qualsiasi tipo di sublimazione o di idealizzazione classica, e punta interamente verso l’au-delà, mettendo in evidenza il non fattibile per portare a galla sulla tumultuosa superficie di quei volti, l’indicibile, il nascosto, il segreto[xiii]. Non è soltanto il soggetto a polarizzare la sua attenzione dal momento che per coglierne l’essenza profonda ne contamina i lineamenti con segni labirintici o li decompone con macchie policrome che porta a un’espressione diretta, sincopata, tenera, sfogata, insofferente di sintassi[xiv].

   Più che A proposito di Venezia n. 2 del 1993, in Natura morta con pennelli del 1995 è come se Romani concentrasse, trasformasse in luce impura, in arresto o in lentissimo trascorrere del tempo, le solitudini, le sopraffazioni, le ferite dell’anima, il racconto per immagini dispiegato in tracce, in ricordi, in oggetti significativi, eludenti le narrazioni, per accumulo: ciò che era stato finora palese nella sua nouvelle figuration. E tenesse tutto questo come presenza invisibile, come sedimento, come horror vacui, come angoscia diffusa e dissolta dentro, sotto, intorno alle figure della sua nuova eclisse, che contiene la precedente in fantasma, in poesia concentrata, trasformata in stile. In questo periodo di passaggio dalla figurazione al clima del “Naturalismo moderno” teorizzato a suo tempo da Francesco Arcangeli[xv], Romani ha perso le illusioni, una parte delle speranze, quelle per il presente, ma non il dolore, il senso tragico dell’esistenza, che secondo Eschilo è la fonte primaria del sapere.

   Su questa linea pare che corra un doppio binario che conduce Romani a due diverse destinazioni: da un lato l’ambiente domestico con i segni emblematici dell’operosità e della vita, con i depositi del tempo, con le impronte delle predilezioni segrete e del passaggio dell’être ou non-être del mestiere del pittore; dall’altro il luogo in cui compaiono e si addensano i simboli dell’età tecnologica e dei consumi, mai spogliata però da tutti gli incentivi e i pericoli di estraniazione umana. L’intimismo delle sicure emozioni contemplate sulla soglia di una misteriosa inibizione, qualche cosa che ci arresta, ci disorienta, cede il posto all’osservazione di forme e di momenti che sono disgregativi e disperanti. Nel ciclo “Cargo in airport” del 1996-97 egli non fa nulla per rendere enigmatiche le sue composizioni, ma proprio per questa nitidezza ottica di superficie esse traducono la loro altissima decifrabilità in un’indecifrabilità profonda: tu vedi ma non vedi, l’immagine è chiarissima ma non ti appartiene, senti che sei ineluttabilmente estraneo.

   Senonché, entro la chiarezza luminosa che è conquista della realtà, ingresso nel clarus candor dell’anima senza confini che crea e nomina le cose, l’ombra è un’insidia; essa non cancella le apparenze, le rende più vaghe, più difficili e più misteriose: è un’ala che scende come un brivido di paura o come l’affioramento della tristitia di un ricordo. Sotto la pelle colorata del mondo degli aeroporti Romani è ormai sul punto di scoprire il limite a cui si arresta l’infinità del rapporto uomo-natura. Oltre il limite viene meno la romantica totalità dello spirito e cresce l’illimitato, ripetizione e moltiplicazione del sempre-uguale, dove si riversa tutto nella pista translucida come uno specchio o nella sagoma della fusoliera vista dall’alto, sommergendola, dissolvendone il metallo. Insomma, facendo dell’aereo qualcosa di fosco e funereo, l’artista sembra costretto a provare la propria oggettività di res extensa prima di scomparire nella vitrea staticità temporale, che costruisce – come chiarisce Blanchot – la désoeuvrement, la disoperazione insieme all’opera e nell’opera della propria stessa assenza.

 V.

   Per Romani aderire al moderno non significa abbracciare la furia divorante del presente e neppure l’avanguardistica prefigurazione del futuro. Del resto, egli non ha bisogno di ricorrere al Da-sein, del “modo di esserci” di Heidegger per sapere che il futuro è nel presente come dimensione dell’esistenza, affermazione che “L’origine dell’opera d’arte si muove consapevolmente, e tuttavia inespressamente, nella direzione del problema dell’essenza dell’essere”[xvi]. La letteratura e la filosofia degli ultimi due secoli ha conosciuto attimi di vera e propria sospensione del tempo: di esse è intessuto tutto il corso dell’esistenza, che pare scoprire nella malattia l’accezione estrema della verità. “Nell’attimo che precede l’attacco epilettico, dice Myškin ne L’idiota di Dostoevskij, mi si fa comprensibile il senso  di questa strana espressione: non ci sarà più tempo”. È la stessa esperienza pittorica, a partire dal 1998 di Romani, che trova nel pensiero di Jean-François Lyotard una sua spiegazione: “Le cose che noi crediamo essere durature sono in quanto tali pure finzioni. Se tutto scorre, la transitorietà è una qualità e l’immortalità è solo un’illusione[xvii].

   La pittura di Romani ha permesso di superare la lingua del concetto nel linguaggio delle figure dell’Andersdenken, del pensare altrimenti, che permette il rappresentare la natura come tensione, come spazio di contraddizioni, come una costellazione in cui corpo e spirito non si annullano in un’unità superiore mirabilmente conciliata, in una totalità magica, ma piuttosto parlano una “lingua” complessa e plurale che oscilla per così dire tra due mondi senza cancellarne la differenza, ma piuttosto rendendola visibile: offrendola all’esperienza del senso e del phatos. È la dinamica interna della sua pennellata che si traspone dal piano della tela su dimensioni plurime, su direzioni spaziali, e lungo queste direzioni, come lungo i raggi che emette un riflettore, protende maremoti policromi e spettralità tenebrose, materializza, non più nel gesto ma nello sbriciolamento e deperimento dello scorrere delle acque di un torrente o di un fiume, la sua irruenza primigenia.

   La tematica di Romani è piena di ritorni, ciclica, come gli eventi della natura: il fiume è sempre lo stesso, ma l’acqua che fluisce è sempre differente. La mutazione in sé di un’opera d’arte, ci ricorda Giulio Carlo Argan, è intrinseca paradossalmente alla sua medesima irripetibilità; uno stesso spunto dà origine ad una serie di immagini simili non solo nello stesso momento, ma, sia pure modificante dalle esperienze intercorse, a distanza di decenni. Poiché la sostanza del morphe, della forma, cioè il tempo della sua costituzione, è sostituito con un tempo sempre altro, “quale che sia la sua antichità l’opera d’arte si dà sempre come qualcosa che accade nel presente”[xviii]. Il problema non è ricomporre il passato, ma redimerlo. Tale redenzione secondo Benjamin è possibile nell’istante in cui un frammento del presente che viviamo s’intrama con un frammento del passato che ricordiamo, e nella tensione che si apre tra loro, nella loro disuguaglianza, si sprigiona il senso dell’hic et nunc, dell’ora e dell’allora.

   In effetti, Romani non persegue una ricerca formale perfettamente definita come Rimbaud (e penso all’affondo emotivo en avant della sua lirica) riprende spesso temi passati e li rielabora. Canale scolmatore a Rastat del 1998-99, per esempio, sembra investigare alcuni sintagmi di Dal fondo dell’inconscio del 1963 e potrebbe collocarsi nella serie che, abbiamo definito, richiamando Michel Foucault, “costellazioni del paesaggio”[xix]. È un’immagine alla deriva dello spazio, già sfatta, abbandonata dai suoi contorni. È vero che un gran segno nero brucia in quel rovello materico, come una fiamma che arda oltre il disfacimento; ma al fondo grava, collegata alla furia dei sensi, la certezza dell’obsession du vide che si fa remoto grembo, spalto prolungato e solenne, poetica distanza, dove terre, anfratti, verdi, grigi, ruggini si aggrottano in visioni misteriose o si smarriscono in un impossibile notturno.

   Ancora una violenza cromatica, quasi tentazione di un oscuro impulso espressionistico e barbarico, avvertiamo in Ho occupato le terre della palude del 2000-01, in cui le tensioni fra il denso della boscaglia e il vuoto dell’acqua, il piatto del cielo e il germinare delle erbe, muovono da una koinè culturale che è quella dell’Ukiyo-e, del “mondo fluttuante” della xilografia giapponese riletta attraverso le esperienze parigine del secondo dopoguera: Fautrier, Dubuffet, ma come dilatati con ritmi larghissimi che intendi solo attraverso il “cataclisma incenerente[xx]” dei Neue Wilden tedeschi Anselm Kiefer, Sigmar Polke e Gerhard Richter. Con Frontiera estrema del 2000-02 e con Labirinto fluviale del 2005 è un quadro solo di acque morte, di detriti, di pantani, come certi dipinti di Constable solo di nuvole, di Turner solo d’aria, nebbia e vapori: lo spazio malarico come universo informe, la curvatura dell’orizzonte, un nulla che si protende e prende o, almeno, respinge: una tossicità insieme cosmica e umana[xxi].

   Un parallelo con Suoni notturni del 1959-60 si può indicare in Pierres paysage del 2008-09. Perfino i tronchi degli alberi sono in agitazione; in alto trasparenti, come lavati da una tecnica mista – olio, acrilico, grafite e gessi – assai diluita, in basso sabbiosi, grigi e terra di Siena bruciata; il nucleo di questi terrains vgues risalta in cupi viola di vinaccia su qualche traccia di verde marcio e di azzurro cobalto. Così la gamma si rovescia: i viola e i grigi portano avanti i grossi tocchi neri, lucidi come diamanti, come certi cabochons delle pale d’altare medioevali. Eppure, si avverte in entrambe le opere, intuisce giustamente Ragghianti, “cicli d’insetti ingranditi a dimensione umana, indifferenti e distruttivi, immagini essi stessi di un pericolo dell’uomo di retrocessione nell’animalità più sensibile, come nell’epicedio profetico di Kafka”[xxii].

   D’altro canto, in tele quali O.K. Anselm Kiefer del 1999, L’enigma della palude n. 2 del 1999-2000, Itinerario lagunare del 2005 e Orrido n. 1 del 2009, Romani è arrivato al suo rimbaudiano sole nero, al buio splendente, a una condizione in cui i valori non sono più legati a niente, né a cose né a colori, e la nostra mano li trova alla cieca, per una speciale qualità, un loro timbro spiritualmente più puro nel quale – com’è scritto nella Genesi, “Tenebrae erant super faciem abissi”, le tenebre erano sulla faccia dell’abisso. Si direbbe infatti che in quel suo muoversi sulla materia inerte, come su una tastiera, la mano susciti, quasi comunicandole la propria febbre, uno sgorgare improvviso di suoni e che i colori non siano che l’equivalente visibile, notturno, di quella musica. Il gesto di Romani che cancella, eclissa la figura, passa ora dal disegno al colore, in quelle “materiologie” incrociate, ripetute, che rigano lo spazio come certi white writings di Tobey o gomitoli segnici di Giacometti; ma con un fervore, una tensione poetica che sa resistere anche alla disperazione.


[i]               - Gallimard, Paris, 1981; trad. it. di F. Sossi. La scrittura del disastro, SE, Milano, 1990. Blanchot ha ben capito il valore deprimente del “superamento del limite insuperabile”. In L’experience-limite del 1962 dichiara: “Il divieto segna il punto in cui cessa il potere. La trasgressione non è un atto del quale, in date condizioni, la potenza di dati uomini potrebbe mostrarsi ancora capace. Essa designa ciò che è radicalmente fuori portata: raggiungere l’inaccessibile, valicare l’invalicabile”. La trasgressione fa parte anche dell’indagine pittorica di Romani: anzi, è il punto in cui l’artista avverte la propria inattualità, ma per farsi vivo, in quel grido, come attualità cosmica dell’universo. Quel grido è il segno dell’impossibilità, il segno per dirla con Blanchot che “ciò su cui non possiamo più potere” è raggiunto, dietro tutto il possibile.

[ii]              - Walter Benjamin, Sul concetto di storia, Einaudi, Torino, 1977, p. 36.

[iii]              - Gallimard, Paris, 1949.

[iv]             - L’être et le neutre. A partir de Maurice Blanchot, Verdier, Lagrasse, 2001.

[v]              - Jorge Louis Borges, Il prisma e lo specchio. Testi ritrovati (1919-1929), a cura di Antonio Melis, Adelphi edizioni, Milano, 2009, p. 15.

[vi]             - Sartre e l’arte, a cura di Michel Sicard, edizioni Carte Segrete, catalogo della mostra a Villa Medici, Roma, 1987, p. 58.

[vii]             - Sulla scorta del Blanchot de L’entretien infini, come abbiamo già notato per altri testi dello scrittore e saggista francese, Romani sembra incarnare “una moderna fiaba raccontata a se stesso e agli altri, in cui il mito si carica di segni lievitanti, e le cose e le persone appaioni irreali – d’una realtà differita, spostata verso un ordine diverso – e come viste dietro uno scherno deformante. Uno schermo che, a tratti, le confonde e le annebbia o, altrimenti, le illumina d’una nitidezza ambigua, d’una fisicità tanto stagliata e perfetta da riuscire sospetta, inquieta, allarmante” (Giorgio Seveso, “America” di Pierluigi Romani, presentazione al catalogo della mostra personale alla Galleria “Solferino”, Milano, 1972.

[viii]            - “La critica della cultura si trova dinanzi all’ultimo stadio della dialettica di cultura e barbarie: scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie, e ciò avvelena la stessa consapevolezza del perché è diventato impossibile scrivere oggi poesie” (Theodor Wiesengrud Adorno, Critica della cultura e società (1949), in Prismi, trad. it. di C. Mainoldi, Einaudi, Torino, 1972, p. 22).

[ix]             - “È stato detto che in Romani si avvertono echi di Kokoschka e di Soutine, che il modo suo di astrarre può somigliare a quello di Morlotti; e se con questi nomi si vuole intendere che l’artista non è un nuovo figuratore tout court, di radice naturalistica come fu il contraltare dell’astrattismo del 1950 al tempo della polemica dei neorealisti con Lionello Venturi, certamente si dice una cosa giusta. Ma diversi altri artisti della generazione di Romani hanno scavalcato il vero, per esempio per via surrealista, o per via iperrealista (che è una negazione di un vero da interpretare, per una presa di possesso di un vero pupillare, negativo) mentre Romani, rifacendosi al segno elettrico dell’espressionismo astratto, in specie nordamericano, ha dato un’impronta tutta sua alla temperie delle grandi città, ai suoni divenuti colori: in lui resta assai più forte e operante la lezione di Pollock di quanto non sia quella dei padri espressionisti” (Marcello Venturoli, La pittura di Pierluigi Romani, presentazione al catalogo della mostra personale alla Galleria “Davico”, Torino, 1979).

[x]              - Razionalità e spiritualismo, visibile e invisibile, come ha intuito Robert Musil (Tagebücher, a cura di A. Frisé, Rowohlt, Reinbek bei Hamburg, 1976; trad. it. a cura di E. De Angelis in Diari, Einaudi, Torino, 1980), sono inadeguati a descrivere l’esperienza del moderno, l’esperienza frantumata e “eccessiva” della metropoli. “Lo spirito moderno non separa le due cose, non fa né l’una né l’altra, bensì qualcosa di misto”. Sullo stesso argomento si veda Pietro Citati, I frantumi del mondo, Rizzoli, Milano, 1978.

[xi]             - Cfr. Friedrich Nietzsche, Sull’utilità e il danno della storia per la vita, in Opere, a cura di G. Colli e M. Montinari, Adelphi, Milano, 1964. Il filosofo tedesco è lo scoglio centrale di tutto il moderno che interessa molto a Pierluigi Romani: nei suoi aspetti distruttivi, decadenti o mistici, e nei suoi aspetti critici e costruttivi.

[xii]             - Principalmente si vedano i seguenti testi blanchotiani: De Kafka à Kafka, Gallimard, Paris, 1980, trad. it. di “AA.VV., da Kafka a Kafka, Feltrinelli, Milano, 1983; La communauté inavouable, Minuit, Paris, 1983, trad. it. di M. Antomelli, La comunità inconfessabile, Feltrinelli, Milano, 1983.

[xiii]            - “Il problema resta semmai quello di verificare nel vivacissimo, inarrestabile flusso delle forme, ciò che l’artista vuole significare sul piano dei contenuti morali e sentimentali. Resta questo problema, perché l’enigma, l’ambiguo, il contraddittorio sono parte costitutiva di un operare per modi e simboli e segni che poi, in definitiva, nascono e crescono nel vorticare inesorabile della fantasia. Romani d’altronde non accetterebbe mai di fermarsi, pur di rendere più trasparente un certo significato: il quadro è un organismo che pulsa e vive fino all’ultimo, fino all’approdo ultimo di un viaggio che può toccare lidi ignoti e terre inesplorate” (Pier Carlo Santini, Pierluigi Romani, presentazione al catalogo della mostra personale alla Galleria “Macchi”, Pisa, 1981).

[xiv]            - Non si possono comprendere a fondo i suoi quadri se non si ricorda che quello a cui Romani ha sempre pensato è, appunto, la pittura. Allievo idealmente di tanti maestri europei, e insieme autodidatta in un’epoca in cui le accademie mostrano già i segni di un’irreversibile crisi, nella sua techne artistica ogni “cosa è stata immersa in un bagno di colore per poter entrare nel gioco serrato delle forme, anzi delle figure che occorrono a Romani per richiamare davanti ai nostri occhi e fissare dentro le nostre coscienze, con straordinaria delicatezza di modi e con molta gentilezza di segni, la corruzione che mina il mondo reale sotto la sua maschera di bellezza.” (Luigi Carluccio, Pierluigi Romani, in “La Gazzetta del Popolo”, Torino, 20 marzo 1979).

[xv]            - Nel saggio Gli ultimi naturalisti (in “Paragone”, V. n. 59, Firenze, novembre 1954; ora in Francesco Arcangeli, Dal romanticismo all’informale, Einaudi, Torino, 1977) Arcangeli, “nonostante rimanesse al suo tempo per lo più incompreso o accusato di provincialismo, erano indicati con intuizione folgorante due elementi banali dell’informale originario: uno stava in quell’aggettivo “ultimo” enunciato fin dal titolo; “ultimo” non era né indicazione di cronologia, né indicazione di fine, era invece il senso dell’estremo, della perdutezza, di un evento portato ai limiti più lontani possibili, all’orlo dell’avventura e dell’abisso, era il segno dell’infinito e dell’illimite [...]. L’altro elemento era il “senso del due”, di un rapporto cioè tra uomo e natura, uomo e mondo, tra sé e altro da sé. Arcangeli intuiva che dalla coincidenza dei due termini stava uscendo un’arte nuova, uno sprofondamento esistenziale mai ancora conosciuto nel nostro secolo, un tramando (per usare una parola a lui cara) del vero, drammatico, originario romanticismo” (Roberto Tassi, Quella macchia è l’infinito, in “La Repubblica”, Roma, 7 luglio 1983).

[xvi]            - Martin Heidegger, Sentieri interrotti, La Nuova Italia, Firenze, 1984, p. 68.

[xvii]           - Cfr. La condizione postmoderna, Feltrinelli, Milano, 1981.

[xviii]          - La storia dell’arte, in “Storia dell’arte”, 1/2/ La Nuova Italia editrice, Firenze, 1969, p. 11; ripubblicato in Giulio Carlo Argan, Storia dell’arte come storia della città, a cura di Bruno Contardi, Editori Riuniti, Roma, 1993.

[xix]            - “L’ha detto Joseph Conrad in Heart of darkness, che l’opera di paesaggio è come la luce della luna che rende visibili gli aloni oscuri che la circondano. Ma il massimo teorico della fantasmagoria come forza conoscitiva, come vera e propria noesi, è il Leopardi dello Zimbaldone. Il suo sentimento del sublime nasce non dalla percezione dell’immenso, bensì dall’esperienza del limite che non contrassegna più un confine, ma una soglia, una finestra. È attraverso questo chòra che si transita verso l’oltre: verso “l’ultimo orizzonte”, e, al di là del luogo che sta al di fuori della totalità delle cose, verso una molteplicità di orizzonti, incognita molteplicità, che ci riferisce di mondi da esplorare, di pensieri cosmogonici dell’“infinito dei possibili” (Floriano De Santi, Le costellazioni della figura, del paesaggio, della forma, della materia, catalogo della mostra a Villa Borbone di Viareggio, Caleidoscopio Edizioni, Carrara, 2009, p. 10). 

[xx]            - Renato Barilli, Prima e dopo il 2000. La ricerca artistica 1970-2005, Feltrinelli, Milano, 2006, p. 69.

[xxi]            - “C’è nella pittura moderna europea un filone non molto ramificato ma costante di colore che si costruisce attorno al disegno senza immedesimarvisi e senza perciò dar luogo ad alcuna sintesi di forma-colore. Il disegno o profilo delle immagini conserva tutta intera la sua organicità grafica e il colore vi si applica quasi attorcigliandosi come l’edera attorno a un tronco [...]. Due esempi che sempre più vanno consolidandosi nella tavola dei valori: Giacometti pittore e Gruber [...]. In Italia una pittura di questo tipo l’ha praticata con profonda intensità poetica Giovanni Stradone [...]. Ho trovato un personalissimo e suggestivo modo di rifarsi a quelle esperienze nella pittura di Pierluigi Romani” (Antonello Trombadori, Pierluigi Romani, in “L’Europeo”, n. 42, Milano, ottobre 1981).

[xxii]           - Pierluigi Romani, presentazione al catalogo della mostra personale alla Galleria “La Bussola”, Torino, 1981.