“America” potrebbe essere il titolo
che regge l’attuale lavoro del giovane Romani. E’ un tema
apparentemente gratuito per un pittore che, come lui, conosce gli
Stati Uniti soltanto per esperienza indiretta, attraverso i racconti
di parenti e amici o per il tramite della letteratura e del cinema,
e che potrebbe apparire, appunto, “letterario” perché slegato dal
contesto di un’autentica esperienza esistenziale. Egli inventa,
infatti, una moderna “fiaba” raccontata a se stesso e agli altri, in
cui il mito si carica di segni lievitanti, e le cose e le persone
appaiono irreali – d’una realtà differita, spostata verso un ordine
diverso – e come viste dietro uno schermo deformante. Uno schermo
che, a tratti, le confonde e le annebbia o, altrimenti, le illumina
d’una nitidezza ambigua, d’una fisicità tanto stagliata e perfetta
da riuscire sospetta, inquieta, allarmante.
Ma proprio questo è il punto di
forza della sua pittura. La sua America, tutta pensata e onirica,
trova concretezza ed oggettività nel giudizio che da essa trascorre,
e la scelta di Romani, apparentemente fragile e “letteraria”, non è
più tale: essa affonda, invece, robuste radici nella realtà delle
cose americane, nel significato globale che esse hanno assunto,
oggi, nel mondo.
I vertici d’alienazione, e
disgregamento dell’uomo, il culto della violenza, l’ipocrisia e la
cattiva coscienza d’una nazione il cui asettico benessere si nutre
della miseria altrui e del più cinico taglieggiamento, la guerra
permanente come condizione e funzione d’una industria macroscopica,
il razzismo, lo spreco eletto a sistema… Ecco: questi temi, e gli
altri capitoli neri della storia americana contemporanea, si
coagulano emotivamente negli inquieti paesaggi urbani di Romani,
nelle allucinate bardature dei suoi hippies, nella minacciosa
lividezza dei suoi neon e delle sue maree montanti.
Per questo l’America di Romani non è
un paese felice anche se le sue immagini rifiutano la citazione
diretta, la testimonianza esplicita. Il valore emozionale di un
giudizio negativo informa di sé ogni cosa, ogni segno, ogni colore,
e nell’affollata iconografia a cui dà luogo si fa strada, quasi
esorcisticamente, il vibrato rifiuto d’una civiltà e d’una cultura
che non hanno più posto per l’uomo e l’hanno soffocato.
Si tratta d’un rifiuto e d’una
negazione di natura etica, dunque, a cui non occorrono circostanze
precise, racconti o episodi specifici per manifestarsi: è
sufficiente, per Romani, pensare l’America nei suoi oggetti, nelle
sue strade, nella sua gente: il fatto che essi siano “inventati”
nulla toglie alla squallida realtà di cui sono espressione.
Il linguaggio pittorico a cui Romani
ingiunto in questa sua prima personale milanese è nervoso,
scattante, sensibile; percorso com’è da un repertorio stilistico
complesso in cui, accanto a vivaci stilemi pop, convivono talvolta
le materie desolate e silenziose di Banchieri e Luporini o i
drammatici ambienti di Ferroni. Il pathos che lo sostiene ne
riscatta, tuttavia, le attuali possibili incertezze, conferendogli
una stimolante presenza espressiva ed una marcata organicità di
fondo, sintomi scuri, questi, d’un talento non certo provvisorio o
effimero.
Nello studio di Pierluigi Romani
spicca soprattutto un grande tavolo coperto da centinaia di matite
di ogni colore che egli appunta in modo impeccabile. Qua e là si
vedono anche tubetti di tempere, ma dal prevalere di quelle su
questi si capisce subito che l’artista preferisce oggi l’asciuttezza
del tratto grafico. In realtà egli coagula le sue forme mediante una
miriade di segni policromi che a distanza si compongono in
determinate tonalità. Senza che si possa minimamente parlare di un
processo di tipo divisionista, è certo però che gli effetti finali,
così peculiari, scaturiscono spesso dal mélange dei segni
sovrapposti, allineati, tramati, intrecciati ma anche “divisi” nei
tracciati e nei timbri. E’ questo un modo coerente di esprimere
quella vocazione grafica che fin dai primi anni sessanta spiccava
nelle sue pagine informali, e che non sembra poi più rinunciata.
Negli ultimi tempi l’attività di
Romani si è intensificata, e il suo costante impegno appariva ben
riflesso, ad esempio, nei dipinti esposti alla mostra “Pittura 75 in
Toscana”. Qui peraltro dominava la cupezza dei blu stesi in
campiture continue e interrotti da colpeggiature luminescenti
apposte e dislocate con grande sapienza. Erano interni di ambienti
notturni, raggelati nella loro rudezza tecnologica, corsi da
riflessi di mutevole intensità, estraniati da ogni plausibile o
almeno identificabile funzione. Negli ampi spazi cavi abitava per
solito un sonatore con il suo strumento, con le sue apparecchiature
anch’esse di sofisticata tecnologia, solo, enigmatico,
impenetrabile; talora remoto, di potrebbe dire, nel suo raptus
creativo. Così Romani costruiva un suo personalissimo mito del jazz,
irrispettoso dei tempi e delle verità “storiche”, più vòlto a
contaminazioni tematiche e iconografiche che non interessato ad
evocare o restituire il clima di un’età favolosa. Un’età, per
ragioni di luogo e di tempo, dall’artista conosciuta indirettamente;
personaggi lontani; e più ancora dei personaggi, nomi
indimenticabili; e qualche volta immagini ricordate. Credo di poter
dire che la mancanza di una esperienza diretta del mondo americano,
e la precarietà, la stessa insufficienza dei documenti figurali, o
delle fonti, hanno concesso a Romani un ampio margine di fantasia,
stimolandone tra l’altro l’inventiva. E’ così che egli ha potuto
collocare i suoi jazzmen in ambienti tipologicamente e
cronologicamente incongrui, come a sottolineare la perenne
modernità, mantenendosi immune da ogni tentazione revivalistica.
Più recentemente, abbandonata la
tempera almeno quale tecnica primaria, l’artista ha variato
notevolmente i temi, le chiavi cromatiche, i simboli, introducendo
nelle sue composizioni elementi nuovi. Sono nate così le scenografie
più articolate e fastose che si vedono negli ultimi quadri, i
ritratti diremo simbolici di celebri suonatori e musicisti, e quello
straordinario Sassofono che è una vera avventura nel dominio dei
segni labirintici. Qui si può cogliere assai bene il peculiare modo
di intendere certe istanze iperrealistiche, operando
traslitterazioni che accentano il valore dei simboli. Ma occorre
aggiungere subito che il linguaggio di Romani rivela componenti a
lungo stratificate, con memorie, perfino, giacomettiane.
E’ noto che per
ogni artista autentico le scelte dei temi, a parte il cotè
sentimentale, si determinano in rapporto alle possibilità che i
materiali presentano di essere tradotti in termini di linguaggio.
Ora è chiaro che il mondo del jazz e tutte le strumentazioni
relative alla comunicazione del suono e agli effetti speciali,
nonché la fantasmagoria delle luci, la grafia delle scritte e dei
marchi, la sovrapposizione delle immagini cinetiche proprie di certi
locali notturni, non potevano non attrarre Romani, esecutore fra
l’altro dotato di straordinaria abilità. Cimentarsi in pezzi di
bravura, movendosi con disinvolta scaltrezza nel groviglio di
oggetti spesso improbabili, simulando immagini riflesse o
rovesciate, moltiplicando svecchiature e profili, non è
atteggiamento fine a se stesso, ma abito a modalità di figurazione
che son già parte intrinseca del significato espressivo. E’ evidente
che Romani ha deciso di non mortificarsi, e il momento di cultura
che si trova a vivere lo ha confortato per questa via. Ma è anche
evidente, specie negli ultimi più “semplici” dipinti, che egli punta
soprattutto ad effetti di intensa espressività. Il mondo del jazz è
dunque un mezzo per trovare l’uomo nel momento più immemore della
creatività, che è insieme di partecipazione e di isolamento. A
guardar bene non vi sono nei suoi quadri persone biograficamente
riconoscibili, ma sempre e soltanto un unico, emblematico
protagonista. E intorno, vicino a lui, o dietro di lui, l’ambiente
dove la sua vita si consuma con impegno e tensione. Quanto rimane di
scontare sembianze divenute quasi familiari attraverso celebri
immagini, non deve ingannare. La leggenda del jazz è in definitiva,
per Romani, dicevo, un punto di partenza, nel quale ed oltre il
quale comincia il sondaggio della condizione propriamente umana.
Mi sia concessa per una volta l'immodestia di una autocitazione. Poco più di un anno fa, esaminando il ciclo dei dipinti con gli uomini del jazz che Romani aveva eseguito nel corso degli anni 1974-75, cercavo di vedere come l'artista avesse costruito un suo personalissimo mito, «irrispettoso dei tempi e delle verità "storiche", più volto a contaminazioni tematiche e iconografiche che non interessato a restituire il clima di quell'età favolosa». Quasi a voler concludere quel ciclo con un simbolo, Romani aveva dipinto un Sax, autentico
tour de force, pezzo di straordinaria bravura con i suoi congegni sofisticati e labirintici.
Qualche mese più tardi mi disse che stava pensando a certe scene di periferia, e che presto mi avrebbe mostrato i primi risultati. Dopo i quali, fino ad oggi, il lavoro si è svolto con ritmo intenso, e le prove qui raccolte ne fanno fede. Debbo dire che più volte ho cercato di conoscere le ragioni della nuova scelta tematica: di conoscerle, intendo, dalla viva voce del protagonista, come confessione, almeno, di moventi d'ordine psicologico. Ma Romani è uomo assai laconico
per verba e i suoi rapidi cenni mi hanno puntualmente rimandato alle opere. Che cercassi io i «perché» del nuovo corso. E così mi son proposto anzitutto di verificare i nessi fra il ciclo delle periferie e quello del jazz, giungendo ad accertare non solo una perfetta equivalenza stilistica, ma anche una identità di motivazioni e di ragioni interiori.
Come dicono le note biografiche, Romani vive a Lucca, nel centro del centro storico, in quella via Guinigi che per tanti aspetti della città, riassume la lunga storia millenaria. La vita, a Lucca, ha ancora ritmo e carattere umani: si accende sì d'operosità e di lavoro, si anima sì di contrasti e di polemiche, può immiserirsi magari talora in dispute sterili e anacronistiche, ma si placa poi sempre nel silenzio, nelle pause a tutti concesse per riconoscersi uomini tra gli uomini, incontrarsi, ritrovarsi ogni giorno; sentire nella strada le voci e i rumori che segnano le ore, i giorni, le stagioni; sapersi protetti dal cerchio delle mura e trovare poco oltre le colline che t'accolgono lungo le erte solitarie, sono fatti, sensazioni e sentimenti decisivi. Si può perfino credere, in qualche momento, che l’ordine, il buongoverno, l'equilibrio e l'armonia regolino le sorti del mondo. Solo oltre questa misura esistenziale nella mente e nella coscienza trovano riflesso i problemi del gran numero, le lacerazioni della società, i fenomeni disgregatori ed alienanti delle metropoli, e insomma un «aldilà » tanto più mitico quanto meno familiare e conosciuto.
Per un artista che si trovi a vivere in tale condizione e insieme si ricusi all'isolamento e al solipsismo, la presenza di tutto ciò che sta oltre l'esperienza quotidiana, esigendo però comunque considerazione e impegno morali, può diventare tema e quasi assillo continuo. Resta pur sempre che le esperienze vissute nella propria carne e partecipate con tutta intera la propria persona, emergono con diversa evidenza e procurano ben diverse tensioni.
Dico questo per anticipare che anche nelle città e nelle periferie come già nel jazz, tra i supposti modelli (che non esistono, in effetti) e le immagini — o se si preferisce tra lo realtà e la scelta delle forme — vi sono diaframmi e distanze incolmabili. Respinto ogni richiamo proveniente dalla storicità e dalla cronaca urbana vissuta, Romani si volge od altri pensieri, ed inventa una sua città fantasmagorica, rutilante, tecnologizzata, addensandovi tutti i meccanismi e gli ingredienti più emblematici, e una miriade di simboli, di numeri, di lettere, di logotipi; e anche di segni privi di una qualsiasi referenza figurale. È una città inedificata, un’idea visionaria di città come poterono averla Sant’Elia o Chiattone, che tuttavia trova in una certa realtà americana suggerimenti e motivi da sviluppare. L'assieme diventa subito incombente perché le sequenze strutturali e morfologiche sono traversate e corse da un turbinio di luci, di ombre, di riflessi, che è accentuato dal gioco delle trasparenze, delle specchiature, degli aloni. Nelle grandi dimensioni delle tele il tempo di lettura si allunga solo che si voglia tener conto di tutti gli episodi. Del resto, lunghissimi sono stati i tempi dell'esecuzione, anche se la maestria di Romani e la sua padronanza di mezzi appaiono stupefacenti. Osservati da vicino, i dettagli scoprono un trattamento finalizzato ad ottenere il massimo del risalto illusionistico. I percorsi, gli oggetti, gli incavi, le rifrazioni, le scie, e insomma ogni elemento fisicamente percepibile o strumentalmente registrabile è fissato e definito con una tale minuzia da rendere ampi settori del quadro veramente pulviscolari.
Gli impianti tuttavia sono preordinati con attenzione estrema a quello che sarà l'effetto quando si cerchi di cogliere la scena nella sua globalità. Quasi sempre zone dilatate e anepisodiche, creando spazi liberi, vuoti o neutri, marcano e accentuano le parti in cui le cose e gli oggetti si affollano, si frantumano, si moltiplicano.
Tale modo di comporre Romani aveva già ampiamente sperimentato nel dipinti del ciclo anteriore, architettando ambienti nudi, limpidi, asettici entro i quali le figure spiccavano come presenze inattese. Alla impostazione iniziale succede la lunga serie delle definizioni morfologiche di dettaglio che segue in parte le tracce del disegno d'origine, e in parte consegue al processo stesso dell'esecuzione. Così, fino all'ultimo, l'artista aggiunge e modifica tenendo conto soltanto delle esigenze della forma, indifferente alla logica narrativa e alla plausibilità figurale. E ciò fa senza una sbavatura, senza un'incertezza, riconducendosi sempre all’intenzione originaria. Per folto che sia l'intrico dei segni, per complicato che sia il gioco dei riflessi e delle trasparenze, sia nei vicini che nei lontani, tutto si risolve con cristallina nitidezza.
Per cogliere meglio gli aspetti costitutivi della sua pittura, giova forse avvicinare queste vedute di paesaggi urbani, veri repertori per uno studioso del « townscape », alle periferie e ai giardini, a cui l'artista si è pure dedicato negli ultimi mesi. Qui si ha la conferma della sua vocazione a trarre partito da ogni elemento e frammento esterno per una incessante invenzione di temi grafici e pittorici. Romani è uomo di raffinata cultura, e forse avrà posto ritrovo eleganza di segni e di sigle, anche se di gusto così diverso, attenzione all'opera di Beppe Bongi. Fatto è che solo in Bongi ritrovo eleganza di segni e di sigle, anche se di gusto così diverso, e di così diversa estrazione culturale. Come Bongi anche Romani sa mettere a frutto i doni della sua mano, riconoscendo alla probità artigianale una funzione e un ruolo insostituibili. Per il resto (penso soprattutto alla economia distributiva, ed anche alle preferenze per alcune tonalità dominanti) occorre computare certi tratti della sua formazione, quando fu idealmente vicino al gruppo di artisti raccolti attorno a Bergamini. Ma questi precedenti, ed altri di più recente ubicazione, ci lasciano comunque ai margini di un mondo che, nella sostanza, l'artista ha costruito come visione originale.
Pierluigi Romani,
lucchese di Lucca, a Lucca tiene oggi la sua prima mostra. E un dato
di fatto significativo che ci dice molto sul carattere riservato di
un artista che solo dopo aver compiuto esperienze approfondite ha
accettato di esporre nella propria città.
La nota che precede fu
scritta in occasione di una mostra fiorentina folta di dipinti di
grande impegno e di alta qualità. Non avrei ora ragione di
modificare o di aggiungere alcunché, a pochi mesi di distanza, anche
perché Romani ha continuato a lavorare con coerenza, senza crisi o
diversioni. Mi piace tuttavia che questa breve postilla compaia nel
catalogo della mostra lucchese, in quanto molte delle opere esposte
sono inedite, e documentano gli ultimi mesi d'attività dell'artista.
L'attuale ciclo
potremmo dirlo degli interni, e viene dopo quelli ben noti del jazz,
delle periferie, dei giardini. Se i termini linguistici sono gli
stessi, e gli episodi ancora si moltiplicano affollando e talora
quasi stipando lo spazio, mi sembra che sia stato accentuato il
carattere simbolico del racconto. Atelier, laboratorio, gabinetto o
deposito che voglia considerarsi questo ambiente, esso è quasi
sempre assemblaggio eterogeneo di oggetti, di morfologie, di segni e
di figure improbabili che vivono in una coesistenza assurda.
Tornano sigle, moduli,
cifre, nomi, stampigliature predilette, ma è come se su ogni cosa si
sia posata la polvere del tempo a corrompere e macerare la vita.
Spesso, queste stanze si direbbero abbandonate, recessi non più
raggiunti da chi pure vi ha depositato una propria inconfondibile
mitografia. Romani è maestro di contaminazioni, sia che si finga
fanatico entomologo, sia che vada esplorando una sorta di mercato
insondabile di chincaglierie e di oggetti rari, perduti. La vita,
quella quotidiana, non si sa più dove risieda e di che cosa si
alimenti, se non di queste parvenze visionarie, di queste immagini
labili e scolorate, di questi non — sensi.
Certo il discorso
dovrà essere approfondito ove si vogliano intendere a fondo le molte
componenti della pittura di Romani, e soprattutto ove si vogliano
percorrere le regioni di quel retroterra psichico che sembra qui
riflesso un po' dovunque. Ma sarebbe un lungo discorso e forse
anche, per ora, intempestivo. Basti aver accennato a questi esiti
che l’artista sembra voler coltivare e seguire sulla traccia delle
sue recenti esperienze.
8
gennaio 1978 S.
Enzo Fabiani, Milano ,1978
Il Discorso implacabile di Pierluigi
Romani
E’ subito evidente
(basta cioè, vedere un solo suo quadro) che è raro trovare oggi in
Italia un giovane pittore il quale abbia, nel definire il motivo,
l’amore e la furia, la tensione e l’attenzione del lucchese
Pierluigi Romani: con risultati tanto nitidi e dimostrati, quanto
enigmatici e suggestivi. Le sue città, i suoi giardini, i suoi
jazzman, i suoi uccelli, i suoi motivi, appunto, hanno
caratteristiche ben precise: e cioè la definizione assoluta,
innanzitutto, che deriva e dalla partecipazione totale dell’artista
al suo fare, e dalla perfetta padronanza dei mezzi; e poi il giusto
dominio dei vari elementi, conquistato mediante una coscienza
rabbiosa e inquieta; ed infine l’evidenza che è il risultato della
partecipazione, della coscienza e della padronanza tecnica, anche e
specialmente di quel che di estroso e di sdegnoso che anima e guida
il suo operare e grazie al quale la realtà diventa, mediante e in
seguito ad una lievitazione arcana, poesia e consolazione, visione e
quiete; ma anche giudizio.
E’ vero: i motivi non sono nuovi,
non sono esclusivi. Abbiamo visto molti maestri affrontare periferie
e giardini, suonatori ed uccelli negli ultimi decenni, anzi direi
dai secoli dei secoli. Nessuno, però, mi sembra, ce li ha fatti
vedere nella luce nervosa e “fredda” di Romani; luce, o meglio
essenza ricreante, fantasiosa ed insieme spoglia e direi quasi vuota
(come può dirsi vuoto il sassofono sonante…); luce, o riverbero e
riflesso di una “cosa mentale” (così, come si sa, Leonardo definiva
la pittura) che proietta il dato mnemonico in una visione
intellettuale e, se riuscita, spirituale; cioè l’estrae (la cava,
diremmo noi toscani) per poi concretizzarla sul quadro, che diventa
schermo comune, cioè coscienza di tutti.
Ma: luce, ossia pittura, intesa come
alfa o come omega? Cioè come sorgente o come foce? Come idea
iniziale, germinante e come risultato commisto con la realtà
mediante la quale si manifesta? Non saprei: in questi quadri vengono
coinvolte molte e molte cose. Realtà e surrealtà, osservazioni e
sogno, grafia e trasfigurazione, racconto e memoria, amore e
rifiuto, semplicità e sdegno… Già, tutto questo, tutte queste
“cose”, ma non la letteratura. Romani insomma, pur nella complessità
dell’irrequietezza e dell’interrrogazione, della rabbia e della
“melancolia” non è quel che si dice, o si può dire, un bambocciante
che affida il suo messaggio alla tavoletta, all’ ”omino” che cova i
suoi desideri e le sue paturnie, le sue furbizie e le sue
ripetizioni…
Romani ha avuto un suo profeta in
Pier Carlo Santini. (Buon segno. E logico incontro). E Santini, dopo
aver ricordato che “la maestria di Romani e la sua padronanza di
mezzi appaiono stupefacenti”, ha rivelato giustamente come in questi
quadri “osservati da vicino, i dettagli scoprono un trattamento
finalizzato ad ottenere il massimo del risultato illusionistico. I
percorsi, gli oggetti, gli oggetti, gli incavi, le rifrazioni, le
scie, e insomma ogni elemento fisicamente percettibile o
strumentalmente registrabile è fissato e definito con una tale
minuzia da rendere ampi settori del quadro veramente pulviscolari”.
Proseguiva Santini: “gli impianti
sono tuttavia preordinati con attenzione estrema a quello che sarà
l’effetto quando si cerchi di cogliere la scena nella sua globalità.
Quasi sempre zone dilatata e anepisodiche, creando spazi liberi,
vuoti o neutri, marcano e accentano le parti in cui le cose e gli
oggetti si affollano, si frantumano, si moltiplicano” (ed io ho
pensato ad un Pollock, ad un Tobey razionalizzati; e poi a Wols da
una parte, e a un Feininger dall’altra; ma anche ad un Buffet
interpretato da un Dubuffet!…).
Santini si riferiva, in specie, ai
dipinti urbani di Romani e cioè a “una città inedificata, un’idea
visionaria di città come poterono averla Sant’Elia o Chiattone”;
credo però che molte sue indicazioni valgano anche per gli altri
periodi di Romani, o comunque per il suo “momento” di grazia.
Infatti “all’impostazione iniziale succede la lunga serie delle
definizioni morfologiche di dettaglio che segue in parte le tracce
del disegno d’origine e in parte consegue al processo stesso dell’esecuizione.
Così, fino all’ultimo l’artista aggiunge e modifica tenendo conto
soltanto delle esigenze della forma, indifferente alla logica
narrativa e alla plausibilità figurale. E ciò fa senza una
sbavatura, senza un’incertezza, riconducendosi sempre all’intenzione
originaria. Per folto che sia l’intrigo dei segni, per complicato
che sia il gioco dei riflessi e delle trasparenze, sia nei vicini
che nei lontani, tutto si risolve in cristallina nitidezza.”
Ma c’è un altro
punto da sottolineare, ed è il modo in cui Romani affronta la città,
o meglio la metropoli: le periferie immense, degradate,
apocalittiche, di Milano e di Genova (o di New York) in cui si
vedono sullo sfondo i magri e demoniaci grattacieli, e in primo
piano la valanga di rifiuti, di bussolotti, di stracci, di
bottiglie, di automobili disfatte. Milano, Genova, Roma (e si
ricordi il suggestivo “Località a sud di Cinecittà”; ed anche
“Davanti alla finestra”), che ci appaiono allucinate e immiserite;
ma insieme dominatrici e solenni, triturate e trituranti: quasi
vogliano affermare la loro sovrana bruttezza ed insieme la loro
utilità di alveari isolati, quanto bramati.
Non so dove Romani
abbia trovato gli elementi per mettere insieme questi suoi
allucinati fantasmi, queste allucinanti fantasmagorie; non so se
abbia letto Charles Olson (“l’intera città – in luce di stelle, e
neppure un soffitto – come si usava una volta, di finte – stelle
lucenti, per Dio, ma scoperchiato – in modo tale che, in questa
schifosa caverna – di schifose sceneggiature, avevi – come il
firmamento – sulla testa”); se abbia sognato, ripetendosi i versi
più struggenti degli spirituals (“Datemi quell’antica religione,
datemi quell’antica religione – datemi quell’antica religione, – è
quella che ci vuole per me”); ma è chiaro che egli ha spesso “avuto
notizie dal cielo”, che ha saputo cioè saputo superare l’orizzonte
provinciale per immettersi in una strada ben diversa dal viottolo
percorso da molti di coloro che pur vivono e lavorano nella grande
città. Ben oltre infatti Romani è andato, superando nel linguaggio
quei suoi coetanei che anni fa si ispirarono alle periferie come al
jazz, ma restando legati a soluzioni lombarde (un misto di chiarismo
e di naturalismo) che ben poco avevano a che vedere con la realtà
umana e sociale, culturale e musicale che il dopoguerra proponeva. E
questo Romani l’ha fatto. Questo passo in avanti, vivendo e
lavorando a Lucca, città splendida e culturalmente viva, ma volere o
no chiusa nelle sue mura ed invitata al riposo dal quieto sonno di
Ilaria.
Romani insomma ha
saputo guardare oltre quelle mura, ha saputo resistere al richiamo
di quel sogno: e anche se dipinge giardini e uccelli lo fa con
l’animo di chi sa di essere compagno di uomini che hanno superato
l’ormai limitante, o comunque rischiosa, idea idilliaca, il
sentimento agreste; di uomini dominati dai segni e dai simboli di un
progresso che è piuttosto spada e mannaia contro i sogni e i
sentimenti (e in questo senso, quanto mai indicativo è il quadro
intitolato “Scalo a Porta Ticinese” nel quale pali di ferro e fili
sono lo scheletro della notte, gli emblemi di un nuovo angosciante e
crudele dominio…).
Ed ancora: nei
quadri di Romani le cose si pigiano e si accatastano (si veda
“Episodio lontano”, come anche “Narrazione”) in tutta la loro
consistenza fisica, con la loro precisa fisionomia; sembrano
chiamate ad una sorta di redde rationem nei confronti dell’uomo che
le ha inventate, che le usa, che le consuma; chiamate ad un giudizio
severo, senza possibilità di scampo… e qui non c’è soltanto
definizione o rievocazione; non c’è soltanto volontà e bisogno di
giudizio per ragioni morali, ideologiche, ma necessità di far poesie
mediante una pittura del sapore irrimediabilmente moderno; mediante
un linguaggio tagliente e magari a volte stridente, ma dannatamente
contemporaneo: quasi che il pennello sia una diamante che corre su
di un vetro: senza pietà… amore, tensione, attenzione, furia dicevo
all’inizio: per definire un discorso che è nell’aria, che è nella
mente di tutti; che è forza per gli occhi, ma anche sgomento per
l’anima. Un discorso implacabile, che Pierluigi Romani porta avanti
con l’autorità di un autentico pittore che sa essere poeta tra e per
gli uomini di oggi.
.........Il materiale in questa rassegna
raccolto, dell'opera del Romani, è testimonianza asai valida della
ricchezza tematica
da lui affrontata in questi ultimi anni
di attività.
Gli oggetti in primo piano quasi isolati
o sospesi in una atmosfera dai toni spenti, assumono il ruolo di
personaggi presenti; ma anche un animale nel «cortile» ha
caratteristi¬che che non smentiscono una certa peculiarità o
continuità di appartenenza. Infatti, qualsiasi citazione formale ha un suo ben preciso richiamo
al concetto moderno di «paesaggio» che ormai una nutrita letteratura
ha definitivamente assunto. Se anche le esplorazioni del mondo
astratto hanno sfruttato certe apparenze geometriche e rigorose, non
si può disconoscere che il contatto con la natura non è mai stato
perduto. Se mai si deve attribuire a quelli il merito di aver rotto
certi confini della rappresentatività che stava per fermare, in pura
visione statica-contemplativa, l'immagine del reale. Pierluigi
Romani si aggancia, così almeno ci viene di leggerlo, a questo tipo
di cultura, nel momento in cui la sua incessante e varia ricerca
tende sempre a spingere, piuttosto che fermare, il prelievo
dell'«oggetto» (sax) - o del volto in primo piano (jazzman) - o dei
profili della città. Questa presa emozionale che chiede di passare
ad una ravvicinata lettura è dello stesso tipo che pretende il modo
in cui dobbiamo avvicinarci ad un'opera pittorica del passato; viene
spontaneo il richiamo, per esempio, al tipo di presenza di fronte
all'opera grande, maestosa che il Carpaccio ci ha lasciato.
Ricordando «il Sant'Agostino nello studio», ritenuto un «perfetto
modello di ambiente rinascimentale veneziano», da una struttura
compositiva perfetta in chiara diffusione della visione prospettica,
il racconto delle varie componenti è rafforzato dalla cura con cui
gli elementi, minuti, appoggiati sulle suppellettili, sono
descritti; il tutto sempre più incastonato nella luminosità
coloristica entro il campo ordinato senza che strutture dell'insieme
e commento particolare facciano perdere unità all'opera. Questo richiamo alla costruzione pittorica carpaccesca, che vide il
suo nascere in un momento in cui l'architettura era senza dubbio il
linguaggio artistico più vivo, ci viene dalla lettura delle
descrizioni «lunghe» del Romani. Come il quattrocentista si adopera con pari impegno, sia nella
scelta dei temi che prediligono gli interni, o che si dirigano a
narrare episodi sacri. Il modo di narrare di questo cantore moderno,
che guardando dalla sua finestra o indagando in un cortile, non
sopporta la indifferenziata consumazione dell'incanto naturale,
allorché l'uomo tutto invade sovrapponendo a quella meraviglia i
suoi giardini di immondizie, di scarichi, di rifiuti, lasciando i
segni della drammatica sua folle corsa verso una irrazionale
autodistruzione. Ma il suo legame con la storia è pure nella lenta e labo¬riosa rete
di passaggi, di interventi, di fili tesi, di cieli irretiti in
larghe maglie, che evidenziano un metodo operativo di altri tempi, o
perlomeno oggi quasi disusato da una notevole quantità di facitori
attuali. La conoscenza della tecnica raffinata, la sorprendente minuta
scoperta della segretezza riposta in ogni parte del quadro, la
sempre chiara visione che ìl piccolo vìve a sè ma restituendo
all'insieme in un modo fantastico e lirico, una sua chiarezza
immaginativa, definiscono Romani arti-giano eccellente e antico,
forse anche fuori tempo. Il tempo fisico della lunga elaborazione, non scadendo in una
raccolta di cose tra loro eterogenee, si contrappone al tempo magìco
della rappresentazione: che farebbe dire come il Romani, quasi
schivo a parlare o narrare di se stesso, trovi l'esaurimento del suo
pensiero tutto quanto nella pazìenza della sua operatìvìtà manuense. È veramente un piacere accostarsi alle opere di Pierluigi Romani:
perché proprio oggi in cui si vuol negare la possibilìtà di parlare
attraverso ìl mezzo pìttorico, trovare ancora chi ha la pazienza di
porsi di fronte ad una pagina bianca e la saggezza di elaborare
tutta la spaziatura senza che ne sia lasciata una benché minima
parte priva di intervento, forse può essere definito atteggiamento
«fuori luogo», ma è un atteggiamento che conforta. Le lunghe,
raffinate, meditate immagini che Romani ci offre sono un segno
«riconoscibile» in periodi di travisamenti, di deviazioni, di
provincialismi più o meno paraventati, di superficialismi aberranti.
MARCELLO
VENTUROLI, Roma, 1978
La pittura di Pierluigi Romani
Nell'Aprile 1977, quasi al termine di una lunga tappa di lavoro dal
1974, dell'amico pittore Pierluigi Romani, Pier Carlo Santini ne
individuava da par suo il carattere eterodosso rispetto a un tipo di
pittura in nostalgia realistica, precisando che il pittore lucchese
non prendeva alla lettera i visivi pretesti dei suoi quadri, ma
che, dopo il già felice momento dei «sax» (dove lo strumento
assumeva quasi un valore ...urbanistico, nell'ordinato e luminoso
intrigo delle leve e dei tasti) e quello delle «periferie», tra
rutilante avvenirismo di palazzoni e prati e paludi con bubboni e
vertebre di scarichi, egli era entrato nella contemporanea
temperie, respingendo «ogni richiamo proveniente dalla storicità e
dalla cronaca urbana vissuta» e presentandoci, unico nella vasta
area della «nuova figurazione», una città «fantasmagorica,
rutilante, tecnologizzata», ma se all'apparenza i tanti segni di
riconoscimento della metropoli(«una miriade di simboli, di numeri,
di lettere, di logotipi ») avrebbero accentuato e reso
inconfondibile il suo carattere, questi segni erano «privi di una
qualsiasi referenza figurale», la sua era una «città inedificata».
Santini citava a questo proposito Sant'Elia e Chiattone e senza far
nomi pensava che il sentimento visionario di Pierluigi fosse
ispirato a «una certa realtà americana». lo aggiungerei, un
riferimento ai Pollock e ai Tobey, più che ai realisti del Trenta o
agli Iperrealisti degli anni Settanta, a quel modo esistenziale
dell'action painting, più ricca di socialità, all'angoscia di
ambienti, specchio di folle estraniate o travolte.
Certo un viaggio
nelle città di Pierluigi Romani va tentato anche per via di analisi,
e non già perché la ridda dei particolari, nelle tempere del
lucchese, ci inviti a una sorta di letteratura, ma perché il suo
vetrino e capillare assemblage di schegge o finestre o
episodi ritagliati di realtà, specchia una visione critica minuta,
quasi che la rètina restituisca alla mente, per l'inventario, tutto
ciò che l'artista le ha voluto gettar dentro. Si guardi ad esempio
«La città avanza» quanta crudeltà di minuzia ci regala, in uno
scenario in cui Sant'Elia dà la mano a Viera Da Silva, in quel
rutilare di colori da insegna e fumi e miasmi e luci. Perché il
gremire di episodi del Pierluigi, cantore di città, non è un mero
approfondimento iper realista, ma una evasione per la tangente del
vero, il vero vestito di una iperbole di particolari complicati,
tubi, insegne, comignoli, finestre e balconi, che ripetono le loro
file come scale al celo di tutti i livelli. Malgrado la policromia,
si assiste in questi quadri, come in tutta la pittura in esame,
sempre a quel verdeggiare e scialbare della tempera, quasi una muffa
invisibile. L'idea in filigrana di questa città irriconoscibile è
quella degli immensi agglomeri visti da sotto in sù, che incombono
come per lentissimo, ma implacabile, inseguimento, all'uomo al di
quà, nei campi melmosi, dove nel verde il piede batte sui mucchi di
bussolotti, quelle macerie deterrenti di dinosauri di cemento,
alluminio e vetro, come anche nel bel quadro, assai unitario (e
pertinente anche nel titolo), «Conosci Genova».? La precipua
identità di Pierluigi Romani è nell'assemblage gremito, irto,
divagante nell'apparente denuncia, nel mentito reperto zoologico, di
collezione, di album, in queste schede dell'immaginazione messe
insieme con felice fantasia. Tra le opere del ciclo degli «interni»
eseguite in epoca più recente (la cui qualità e cristallina vivezza
è stata riconosciuta, a verifica di tante positive promesse, anche
da Santini in una nota) mi piace commentare «Episodio Lontano» dove
il grande coniglio prigioniero (un indifeso lontanissimo cugino di
Trubbiani, emerito torturista e gabbificatore di animali domestici)
le cavallette giganti, i coleotteri, i pesci e quanti altri animali
in gabbia o in bacheca sono di scena: un terzo in negozio, un terzo
al museo, e un terzo in quella specie di ribalta di irrealtà
plausibile o di plausibilità irreale. Specchiano una allucinazione
da gremitura, nello scenario proletario della finestra sgangherata,
del muro che scopre i mattoni nel suo intonaco: e sempre con quella
tavolozza in cui l'iride è sbassata, immersa in un polline quasi di
pastello, dalla tecnica inimitabile, quasi fosse un procedimento
anziché «in diretta», per via di successive stampe e riposi, una
specie di acquaforte senza zinco e morsure, una lito con tutta la
policromia che si vuole, stampata con la lenta gestualità
dell'accumulo; si intuisce una serie di pennelli da miniaturista, di
graffiti, di abrasioni, di misteriosi ripassi di garze e stracci a
fare del tessuto cromatico di queste opere una sommersa pellicola di
cose, come una decalcomania non ancora spiantata dalla sua
crisalide di copertura.
Naturalmente il
pittore ha avvertito che queste sue gremiture abbisognano di pause,
di vuoti, per non mozzare il fiato, per dare al fruitore
piattaforme diverse, astratte, di contemplazione: ora assumendo
collocazioni come in riquadri o finestre dentro il più grande spazio
mentale e allora (vedi «quattro riquadri») concentrati di paesaggi
(in questo caso, del Sud e del Nord, nella memoria di un
«viaggiatore») si travestono o si atteggiano a cartoline, a piccoli
poster turistici, a grosse foto a colori sviluppate e appese (anche
qui tra il reperto e l'icona, il messaggio e l'inventario). Ma
invano vi troveremo, a cercarla, vertebra di fotografia, una
«veduta» riconoscibile del mondo turistico o di qualsiasi altra
geografia preesistente, la sua fantasia si veste di naturalismo, ma
preso con le molle, giocato, incapsulato, distorto, quasi a vedere,
come da ragazzi il mondo capovolto col capo in giù: e c'è, infatti
qualcosa di sospeso, di provvisorio, di visto con altri occhi; le
«cose viste» da Pierluigi non commentano da sole, in ritagli
obbiettivi, la vita, questo è il metodo di chi crede nel mondo così
com'è, ne dà «scorci» con una pittura calligrafica in falso odore di
metafisica, noiosa e piena di presunzione, confondendo la cosa col
messaggio, collezionando reperti sociali, ambientali, in diecine di
metri quadrati di tele, tutti uguali. Invece Romani interiorizza
l'esteriore. Egli certo non dipinge come Klee le cose che non si
vedono, ma certamente, tutte le sue cose che si vedono, non ci sono.
In «Fotoricordo» quella specie di altarino di vedute connesse,
caleodoscopio di paesaggi che paiono filtrare attraverso il
cristallo di una superfinestra (e c'è anche un quadro medio
piccolo, molto ben ritmato, dal titolo «Dalla finestra», che fa al
mio discorso, qui, brulicante paesaggio dentro un infisso di color
terra bruciata, attraverso un vetro, diciamo così, magrittiano) si
pensa anche al trompe-I'oeil di un vero ...inesistente.
Oppure il vero si atteggia, in quei riquadri beccheggianti, bordati
di bianco come fogli di stampe a colori (strappati) da un libro, a
dare solo l'immaginario? E infatti dai riquadri escono luci e raggi,
ombre colorate, non di cosa dipinta dentro cosa dipinta, ma di cosa
vista dentro un cannocchiale a lenti plurime, tutte «diverse», per
quante sono le zone di racconto. E che dire - sempre nell'argomento
del tessere immagini a riquadri, finestre di natura in finestre di
nature, gremite, allineate intersecantesi, con vuoti e no - di
«Notizie da Lucca N°1» e «N°2» scomparti di tipo cartolinesco con
riquadri e infissi, a bordi bianchi, rilevati come impressione
ottica, che spiazzano la «serie» e rendono ciascuna «cartolina»
davvero come un ricordo di varia memoria? Lo spazio diverso fa un
tempo diverso è una lezione
del cubismo analitico raggiunta con mezzi ottici e non solo
«mentali», è la traduzione diciamo cosi visiva, obbiettiva, del
diverso rapporto spazio-tempo inventato dai cubisti.
Del resto la
storia di Pierluigi Romani è complessa e presenta avvii che
giustamente non fanno parte di questa mostra in cui l'artista mostra
di aver sentito profondamente e in un clima culturale come quello
toscano un pò restio a far propria l'eredità avanguardistica dopo
quella storica, Pollock, Tobey, Hunderwasser e qui mi corre
l'obbligo di citare Enzo Fabiani nella presentazione che scrisse di
Romani nel giugno ‘78: «ed io ho pensato a un Pollock, a un Tobey
razionalizzati », e forse, aggiungo io, verrà il giorno (lo sò la
critica non è profezia), in cui l'avanguardia si prenderà la sua
rivincita, forse «porterà per mano» meno timidamente il forte
temperamento di questo visionario.
L'idea dei riquadri per sintesi
dentro uno spazio mentale, o per accumulo di iperboli e deliri
naturalistici in uno spazio fisico, si traduce anche, nella intensa
e varia produzione del pittore lucchese, in taluni preziosi, ben
ritmati «interni» dello studio, come appunto «Nello studio», che mi
piace ricordare. Altri artisti della «nouva figurazione» hanno
ritratto irti oggetti, simbolo di lavoro e insieme di sconforto, di
destino e di pretesto pittorico, barattoli, pennelli, tele dipinte
e no, in vari spazi di ambiente, in pareti etc. Romani riesce a dir
la sua anche in questo, con un inventario che chiamerei cimiteriale.
E a questo proposito farei una osservazione che credo non marginale:
laddove l'artista riesce in qualche viso o figura a portare la sua
arte al livello dei suoi paesaggi, il metodo è quello del ricupero
della passata ma non dimenticata lezione «astratta», prima fra tutte
quella di Giacometti, del quale l'artista ritiene, (nel ritratto,
specie di piccole dimensioni, lontanato) la frontalità e quella
specie di smantellamento per segni, che insieme costruiscono e
cancellano, fino a fare altro sembiante dal modello, una specie di
crisalide del vero. (In modo particolare in «Nello studio N.2»).
Gli assemblages di Romani,
dicevo, presentano aspetti e soluzioni mai ripetute, come ad esempio
nel bellissimo «Torrey Canion », dove il reperto da pagina d'album
del cormorano si riconnette alla cronaca di una tragedia ecologica
in Normandia, di una petroliera che, scoppiando, fece strage di
uccelli e di pesci. La «storia» è molto riassunta, ritmata in fogli
bucati in alto nel mezzo e appesi con fili di nylon nello spazio,
astratto, di quel grigio lavagna, appena scaldato di azzurro tanto
caro a Pierluigi, in in que toni con cui preferisce «dominare» i
pieni. Il pittore si abbandona anche a scene più riposate, come «Nel
giardino» non nell'ottica implacabile del giovane Bartolini da
Pisa, ai ferri corti con la fotografia, e non nella ironia sui modi
dell'impressionismo come in una «ultima spiaggia», del più recente
Antonio Saliola, quello degli interni miserabili, senza più la
figura o delle finestre desolate sul mare; Romani in questi quadri
mostra una fiducia - da pittore di razza - in scene di vita in
presa diretta, senza deliri di scomparti; figure e cose si
connettono come in un intarsio, un ricamo, in una gamma maestra di
verdi. Pietre e reti, vegetazioni, zolle, muretti in quella specie
di aspazialità di cose su cose, a crescere strato su strato, in
bande di decorazioni quasi Liberty, fanno un racconto
particolarissimo. Ma voglio lasciare il lettore raccomandandogli
particolarmente un quadro del nostro amico, che a me sembra il
quadro dei quadri, emblematico di questo momento moderato, ma
intenso, «Scalo di porta Ticinese».È uno dei paesaggi che ho
ammirato di più in questi ultimi anni di viaggi attraverso gli studi
dei pittori italiani di quarant'anni. Il senso della notte in quel
bianco d'argento annerito come da una polvere di carbone, in quella
rete di fili, tutti di luce che addobbano, come in una truce festa,
tubi, cartelli, torri, fari e infine lo splendente velluto nerofumo
sovrano, nonostante la ridda dei particolari, la sobria,
controllata tavolozza nella esecuzione quasi impossibile qui, come
risultati, della tempera (tanto è, insieme, vibrante e magra,
smagliante e opaca) fanno dell'opera un'immagine assai alta,
inconfondibile.
LUIGI CARLUCCIO, Torino, 1979
E’ facile notare che la pittura e
prima ancora la posizione di Pier Luigi Romani, pur acutamente
orientata nel senso della figurazione al punto da suggerire una vera
e propria investigazione del vero, condotta su diverse prospettive
ma sempre mediante l’uso di un ideale microscopico meccanismo
ottico; è facile, dicevo, notare che la sua pittura si diversifica
nettamente da quella “nuova figurazione” che ha fatto scorrere tanto
inchiostro (non senza utilità, tuttavia, di intuizioni critiche e di
scoperte artistiche). Se ne diversifica, bisogna aggiungere, sia
perché ignora oppure copre con una sottile maschera, così vagamente
colorata da farla sembrare euforica, ogni angoscia esistenziale; sia
perché nei suoi schemi, come ho già accennato tende ad un sistema di
rimandi, di effetti, di provocazioni sostenuto da un dialogo vivace,
cioè da un movimento dialettico assai più che da un perentorio
sistema di frasi fatte.
Pier Carlo Santini, che per primo ha
enucleato la figura di Romani nell’area della pittura toscana che è
la sua quotidiana frequentazione, ha già chiarito che l’artista si
colloca deliberatamente fuori dalla cronaca, o la ricorda – come si
vede in un dipinto esposto ora a Torino: Torrey Canion – come se già
la potesse riprendere da una vecchia stampa, da una cronaca di bordo
recuperata nel cassetto delle memorie. Marcello Venturoli, che
presenta la mostra torinese, ha giustamente sottolineato quella
specie di “smantellamento per segni, che insieme costruiscono e
cancellano”, che è tipica della tecnica adottata, meglio dire
inventata, dal Romani. Costruire e cancellare, per questa via
l’artista qualifica la sua poetica che non è di semplice
constatazione e non è contestazione ma semmai di autentico
coinvolgimento, tenero e insieme spietato. Le immagini che la
pittura di Romani ci offre sono, in superficie, a guardarle nel loro
insieme belle, attraenti, allegre di tinte, pungenti di segno: la
città che cresce su se stessa come una girandola di colori, di
segni, di simboli: le cartoline di Lucca, della città amata: le
piante della serra di casa, la raffineria di notte, gli oggetti
nello studio, lo scalo ferroviario; ma quando poi l’occhio si
avvicina a questa superficie brillante quasi fluorescente, creata
con mescole sapienti di tempere, acrilici, acquarello e persino
qualche toccata di pastello, ha inizio uno straordinario viaggio
all’interno delle cose che a questo punto ci appaiono rivelate
attraverso la rete dei loro sistemi nervosi, dei loro vasi
sanguigni, delle loro sottili ossature. Ogni cosa è stata immersa in
un bagno di colore per poter entrare nel gioco serrato delle forme
anzi delle figure che occorrono a Romani per richiamare davanti ai
nostri occhi e ficcare dentro le nostre coscienze, con straordinaria
delicatezza di modi e con molta gentilezza di segni, la corruzione
che mina il mondo reale sotto la sua maschera di bellezza.
ANTONELLO
TROMBADORI, Roma, 1981
Da "L'Europeo"
e Scoperte "Città Impastate Di Memoria"
…C’è nella pittura moderna Europea
un filone non molto ramificato ma costante di colore che si
costruisce attorno al disegno senza immedesimarvisi e senza perciò
dar luogo ad alcuna sintesi di forma-colore. Il disegno o profilo
delle immagini conserva tutta intera la sua organicità grafica e il
colore vi si applica quasi attorcigliandosi come l’edera attorno ad
un tronco.
Ciò può dar luogo, e molte volte
accade, a una sorta di dissociazione espressiva che lascia i valori
grafici allo stadio di puri e semplici supporti e conferisce al
colore una presenza solo pleonastica e riempitiva.
Ma quando questo tipo di approccio
alla superficie della tela o della tavola dà ugualmente luogo a
quell’indispensabile miracolo della pittura che è la luce interna
della figurazione e della campitura, si assiste ad avvenimenti
espressivi memorabili.
Due esempi che sempre più vanno
consolidandosi nella tavola dei valori: Giacometti pittore e Gruber.
Ce ne sono di particolarmente belli
alla mostra “Paris-Paris” ancora aperta al Beaubourg. In Italia una
pittura di questo tipo l’ha praticata con profonda intensità poetica
Giovanni Stradone, la cui recente scomparsa dovrebbe richiamare a
una doverosa memoria di lui la Galleria nazionale d’arte moderna.
Ho trovato un personalissimo e
suggestivo modo di rifarsi a quelle esperienze nella pittura di
Pierluigi Romani, lucchese, quarantacinquenne, che espone alla
“Bussola” di Torino. Il modo di Pierluigi Romani è personale perché
pur conservandosi nelle sue tele quasi intatta l’eco dell’assorta e
mordente monocromia di Giacometti, di Gruber e di Stradone, il
colore si accende di bagliori improvvisi e, come dice Ragghianti
nell’introduzione al catalogo, di “spots, proiettori, archi
voltaici, fasci, scariche, scintille, lampeggianti d’incendio”. Ed è
suggestivo questo modo, perché alla “suggestione” delle immagini
finte, violentate, arzigogolate, amplificate e giustapposte,
Pierluigi Romani mira deliberatamente. Si tratta di una consapevole
forzatura stilistica, non di un sotterfugio.
Davvero sorprendenti le evocazioni
di città ricavate dalla memoria fossile e simultanea di luoghi al
tempo stesso famosi e anonimi, qualsiasi e unici fino a trasfigurare
nella colonna Antonina la colonna Vendome o nel campanile di San
Marco quello di Westminster. Singolare pendant, nella direzione
inversa della pittura di “valori”, d’un altro lucchese: il Tommasi
Ferroni
PIER CARLO SANTINI, Firenze, 1981
Lentamente – e vorrei dir quasi
pazientemente, considerando la specificità tecnica ed esecutiva –
Pierluigi Romani matura ed esprime immagini nuove senza imporselo,
ma non tollerando ristagni né riprese troppo prolungate di temi
risolti. In tal senso la sua vicenda è esemplare, né appare turbata
da situazioni esterne, mai. Colpiscono specie la sua determinazione,
la sua sicurezza (che poi magari all’interno è turbata da mille
piccoli dubbi); quel suo “progettare” a distanza, movendo da un
nucleo-idea molto embrionale che prende figura e contorni sempre più
definiti. Colpisce, anche, la sua solitudine silenziosa, che è il
simbolo più significativo del suo impegno e delle sue tensioni. In
definitiva, credo che Romani abbia lucidamente individuato la via
che deve percorrere per realizzarsi, ed istituito un rapporto giusto
e calibrato tra l’ideare e il fare, tra il concentrarsi e
l’esprimersi, tra l’accumulare e lo scegliere secondo ritmi e
gravitazioni che gli sono calzanti e congeniali.
Queste considerazioni e impressioni
mi sono state confermate anche di recente, quando insieme ho visto
raccolti i dipinti eseguiti più o meno nel corso dell’80. Le serie
tematiche sono tutte assai intense, ma anche brevi. Non si arriva
mai, se ben ricordo, oltre i sei-otto quadri. Le variazioni e le
varianti, d’altra parte, incidono quasi sempre crucialmente
sull’identità delle opere che presentano solo equivalenze esteriori
d’ordine prevalentemente iconografico. Ma i campi spaziali mutano
radicalmente al pari delle chiavi cromatiche, determinando sequenze
ogni volta dissimili anche per il diverso emergere e coagularsi e
infittirsi di certi episodi salienti. Volta per volta, su ognuno dei
risultati definitivi e conseguiti, l’artista formula un proprio
giudizio a proprio uso e consumo, che non ammette riscontri o
confronti dialettici. Non è infatti un vero giudizio critico, ma un
paragone – che solo lui può fare – tra le aspirazioni e le
intenzionalità da un lato, le soluzioni e gli esiti concretamente
ottenuti dall’altro. Succede talora che da questo esame scaturiscano
volontà e bisogni nuovi, magari con l’intento confessato di trovare
corrispondenze più strette, espressioni più aderenti ai nuclei
generatori interni con minimi di approssimazione. Per tale ragione,
credo, le opere sono spesso collegate per coppie, dovendosi
considerare spesso le seconde versioni come ripensamenti da
ragguagliare ai relativi precedenti.
In questo intendere l’esercizio
della pittura come attività totalizzante, liberata quindi per un
verso dalle astuzie e risorse del mestiere, per un altro dalle
tentazioni e dalle lusinghe sperimentalistiche, Romani rende
estremamente perspicui e leggibili gli elementi di richiamo e di
trapasso. Le mutazioni e le innovazioni si spiegano sempre con
grande facilità, in quanto dal passato prossimo o remoto al presente
non vi sono salti ma connessioni; non rotture ma echi, assonanze,
analogie di percezione immediata. E’ evidente che dietro le opere
esiste un disegno generale, o proposito coordinato, per cui le
stesse sono come i capitoli di un vasto componimento, o gli episodi
di una storia vissuta anno dopo anno, giorno dopo giorno. Si provi a
connetterli, memorizzandoli, e se ne ricaverà un mondo di fantasie
da elementari a complesse, da semplici a grandiose, che mi sembra
trovar pochi raffronti nella pittura italiana di questi anni.
Eviterò, in questa occasione, di
tornare a definire i caratteri intrinseci salienti dell’arte di
Romani, anche perché l’ho già fatto, e ne hanno discusso del resto
Carluccio, Venturosi, Fagiani tra gli altri. Posso semmai aggiungere
che negli ultimi tempi le articolazioni tematiche hanno moltiplicato
le occasioni “inventive”, e che la vocazione visionaria di Romani si
è ulteriormente consolidata ed espressa. Il problema resta semmai
quello di verificare nel vivacissimo, inarrestabile flusso delle
forme, ciò che l’artista vuole significare sul piano dei contenuti
morali e sentimentali di base. Resta questo problema, perché
l’enigma, l’ambiguo, il contraddittorio sono parte costitutiva di un
operare per modi e simboli e segni che poi, in definitiva, nascono e
crescono nel vorticare inesauribile della fantasia. Romani
d’altronde non acceterebbe mai di fermarsi, pur di rendere più
trasparente un certo “significato”: il quadro è un organismo che
pulsa e vive fino all’ultimo, fino all’approdo ultimo di un viaggio
che può toccare lidi ignoti e terre inesplorate. Ovunque vi sono e
vi saranno spettacoli stupefacenti da scoprire, oggetti inattesi,
recessi misteriosi; e una miriade di guizzi, di iridescenze, di
riflessi labili, improvvisi. E poi ci saranno ancora vicinanze e
contiguità irriducibili ad altro senso che non sia quello dettato
dalla ragion pittorica.
Dicevo all’inizio del lento ma
deciso formarsi d’immagini nuove. Porrei tra queste, in prima
istanza, i “Teatri di posa”, “Avvicinandosi a Venezia”, “Una villa”.
E con questi metterei in relazione una splendida acquaforte finora
tirata, credo, in copia unica, con un interno veridicamente
piranesiano, contesto di spazi risonanti e profondi. Ma si
considerino anche i dipinti “dalla sopraelevata”, con le panoramiche
sulla città che s’infoltisce e s’addensa come fosse colta da un
teleobiettivo. Sono ancora una volta scene urbane preparate come
grandi fondali per un’azione indefinibile, o spazi predisposti per
costruirvi finzioni, che mai si son visti così dilatati e capienti.
E chi saranno poi gli abitatori di questa villa assediata e quasi
sepolta nella giungla inestricabile di rami e tronchi morti, quasi
fossili, su cui peraltro prospera una flora lussureggiante e
fastosa? Forse qualcuno ricorda o ha descritto lo studio di Guido
Peyron, a Firenze, in via degli Artisti, negli anni cinquanta. Ma
nemmeno Peyron fu capace di stipare il piano di una cassettiera,
come fa Romani, di tante cose, e oggetti e reperti immersi in una
magica luce trascorrente e fuggevole. E’ per dire che insomma in
Romani c’è sempre un “in più” che altera visionariamente, ancora, il
comporsi delle scene, sottolinenando le agglomerazioni nello spazio
e la consistenza dello spazio stesso. L’abbandono di talune
convenzioni e simbologie, di taluni segni “in codice”, è ormai
definitivo; ed è circostanza non secondaria per la stabilizzazione
del clima fantastico delle opere. La grafia minuta e incisiva
presenta sempre le mille risorse che conosciamo (e l’artista sa bene
come caricarla di effetti mediante un melange sapientissimo di mezzi
diversi). Ma si annunciano e si manifestano interventi più gestuali,
che rompono talora il continuum delle trame come emergenze
improvvise. Con molte prove e ragioni, dunque, Romani mostra di
sentire e di vivere a fondo il “divenire” della sua espressione.
Ogni volta che mi avvicino alla sua
opera, provo una meraviglia che finalmente voglio manifestare: la
meraviglia che ancora nessun regista abbia saputo capire la
potenzialità spettacolare di certe immagini, a mio avviso
pronunciatissima. Ma forse prima o poi avverrà questo incontro. E
sarà augurabile che Romani trovi un partner degno di lui.
La trasposizione di un’attività
pittorica, e in generale artistica, in lingua letteraria comporta,
almeno nei critici o analisti non solo intelligenti, ma impegnato
all’obbedienza ai linguaggi visivi, una selezione verbale o
terminologica che non può attagliarsi ad altri, e d’altronde è essa
stessa segno e prova di un’individuazione avvenuta, dell’evento e
della presenza di una personalità che col suo carattere poetico
singolare la provoca o l’impone.
Guardando la pittura di Romani, è
subito chiaro che è esclusa ogni fraseologia non pertinente, e che
il registro del rendiconto critico esige, per la corrispondenza alla
produzione, un discorso se non univoco certo fortemente omogeneo: un
altro punto a favore del raggiungimento di un’identità artistica
sicura è che il discorso non stenta ad avere congruenza e coerenza,
vieta ogni genericità o polisemia.
Quadri come Sax del 1976,
incredibile avvento di un’immagine di superfonia con una pittura che
per la prima volta si fa un transistor di vertiginose
moltiplicazioni e oscillazioni sensibile e visibile, rappresentano
il punto di arrivo di precedenti nei quali non mancano, come nelle
“maschere del jazz”, momenti di pessimismo, amarezza e denuncia
attraverso i cui contesti passionali tralucono miti liberatori nella
forma di slanci puramente pittorici, autoportanti una irresistibile
trasfigurazione della realtà in una sorta di sogno lirico.
Come scrive il Santini, questi cicli
di opere sono frutto di “esperienze vissute dall’artista con tutta
intera la propria persona” palesemente non hanno riserve o cautele,
se necessario sfidano le consuetudini e i conformismi, e non è
consigliata l’attesa di soluzioni tranquille e rassicuranti. Ciò non
si deve soltanto alla scelta sintomatica delle suggestioni – eventi,
racconti, notizie, episodi, immagini, ricordi, secondo le note
dell’autore – coinnestate e talvolta stipate nei dipinti, ma al loro
modo d’imporsi allo spettatore, come quadri in quadri, che
costringono a una multivisione che esclude ogni immobilità
contemplativa, a distanza e fissa, e impegna a una visibilità mobile
in estensione e in profondità a vari livelli, pluripolare,
direzionata e dinamica a varie accelerazioni, che come in certa
poesia e musica moderna investe il destinatario portandolo anche
impetuosamente in uno stato di tensione o di o un’allucinazione.
Romani sta spesso sul filo che
separa, e unisce, il quotidiano dell’uomo odierno cosmopolita
partecipazione emotiva, e sia pure di un lucido consenso, per uscire
dal frusto, per guadagnare un’evasione o qualunque superamento di se
stessi, anche un’esaltazione e assediato dalla civiltà che ha
prodotto e dalle sue degenerazioni, e assillato dall’ansia di
trascenderla nei suoi stessi termini e di riscattarla col ritorno a
volte veemente di una natura incontaminata di prati, di boschi, di
mari, di fiori, in deflagranti contrasti. Non di rado il conflitto
assume all’interno di un medesimo campo visivo una sorta di sacrale
drammaturgia, come nei medievali scontri tra angeli e demoni per la
disputa delle anime.
In una personalità che non usa
concessioni, anzi è piuttosto inclemente o drastica, i contenuti
interiori e pittorici si esprimono con una spontanea, direi radicale
vocazione allo spettacolo, o piuttosto a una ferie o fantasmagoria
che a volte si traduce in quadri compositi di scene come antichi
cartelloni dei cantastorie, a volte in veri e propri teatri di posa
dove oltre i sipari arrotolati e quasi vele amarrate brulicano
scenari di una strepitosa inesauribile fantasia d’oggetti e di
tramutazioni, di fughe e di accensioni, di macchine e di bric-à-brac,
di fondali, quinte ed attrezzi, e più spesso il clima di un teatro e
di un cinema del meraviglioso si estende a città e piazze, panorami
e golfi, giardini e radure, e accade così di trovarsi di fronte a
vedute immaginarie di Genova o di Venezia, per le quali non si esita
a pronunziare il nome di Turner, il grande artista del favoloso e
del visionario.
Questo sbocco in paesaggi che si
librano decisamente sopra ogni quotidiano, e perciò non sono privi
di elementi ed aspetti onirici, appare la catarsi placata di una
vicenda che contiene un gran numero di opere nelle quali, sempre in
composizioni o montaggi che hanno il criterio di scandite partiture
musicali, Romani ha spesso consegnato la sua naturale tendenza alla
concitazione emotiva, spinta talora anche al parossismo, senza
timore di cadere nell’eccesso di passione, anzi consapevolmente
rischiandolo.
Sono i cicli significativi delle
megalopoli, delle periferie coi fiotti di rifiuti, dei cimiteri di
macchine, degli scali ferroviari, delle località marginali con
rovine e bruciatori d’immondizie, dove le città avanzano con fronti
implacabili e talora spietati, nella loro geometria impassibile e di
forme architettoniche purificate, nella violenza latente delle
affacciate e dei pullulamenti, e senza vederle si sentono dentro le
forze viventi e aggressive di cui si vedono i covi, gli agguati e le
proiezioni, come in certi nidi precisi e inquietanti d’insetti.
Non è una referenza casuale.
Nell’unità di sostrato evidente in tutta l’opera di Romani, si
trovano cicli d’insetti ingranditi a dimensione umana, indifferenti
e distruttivi, immagini essi stessi di un pericolo dell’uomo di
retrocessione nell’animalità più sensibile, come nell’epicedio
profetico di Kafka.
Ma come tutti gli artisti l’autore
di tali angosciose visioni o premonizioni sente simpatia e amore per
le creature che incarnano il suo sentimento; e c’è di più. Romani fa
suo l’occhio composto di certi mirabili insetti a viste
grandangolari, e con la sfaccettata potenza di un tal occhio vede e
crea un mondo di caleidoscopie, di polimorfosi, di pluripolarità,
d’incastonature giroscopiche, di polarizzazioni, di polverizzazioni,
di frammentazioni pulviscolari.
Un mondo – ecco ancora il dettato
della selezione verbale corrispondente unicamente all’ispirazione,
di cui abbiamo parlato cominciando – del quale una componente
essenziale per il lancio di uno spettro cromatico inconfondibile
nelle sue gamme cristallizzate (per cui questa pittura a volte
sofisticata ricorda, senza che vi sia relazione altra che
d’affinità, certe madreperle e incrostazioni di Romano), è
l’illuminazione declinata in quantità e qualità peculiari,
esclusive, e gli equivalenti letterari debbono mettersi a fuoco in
questo ambito: luce fosforica, sulfurea, iridescente, fluorescente,
luminescente, elettrica, siderea, i cui effetti improvvisi o
prolungati si debbono a stati convulsi o eccitati del cielo e della
terra, ovvero a spots, proiettori, fasci, archi voltaici, scariche,
scintille, lampeggiamenti d’incendio.
E’ in queste transizioni luminose
delle cose già travagliate o traversate da infallibili sismi, nella
forza segreta e al limite esplosiva delle loro manifestazioni, che
si fissa di preferenza l’immagine resistente di questa pittura
fulgida e turbata, sempre scottante, che ha invadenze roventi e
inesprimibili dolcezze, ed evita ogni pericolo di manierismo con una
tensione inventiva che nei temi e nella condotta pittorica rinnova
con sempre vitale risveglio un potere di evocazione del possibile
incanto contenuto nella realtà vissuta.
GIULIANO SERAFINI , Bologna, 1984
Pittura di memoria, questa di
Pierluigi Romani alla Michaud.
Memoria delle cose e più ancora
dello spessore onirico delle cose. Fin dal titolo, l'artista
lucchese insiste sul «falso dichiarato», sulla teatralità di queste
sue «still life» sontuosamente inutili e svuotate di vita.
L'assenza dell'uomo carica di rimandi esistenziali un mondo
ricostruito interiormente, dove gusto e passioni finiscono per
assumere lo stesso denominatore.
Tutto sembra appartenere ad una
scena già fruita e che ora viene riconsegnata al silenzio e forse
anche alla pietà di chi osserva. La pittura di Romani, una presenza
delle più attive in Toscana e in Italia, tende ad intercettare del
reale il minimo descrittivo, il segreto senso delle cose, così come
lo recepisce un occhio che sa i codici della visione e
dell'immaginario.
Magia e alchimia sono del resto i
termini entro cui trascorre questa singolare esperienza d'arte che è
sì frutto di una ricerca sentimentale e intimista, ma tocca anche le
rarefatte sospensioni della pittura metafisica. Dicevo della
componente «teatrale» o comunque scenografica del lavoro di Romani:
un «leit-motiv» che ritorna anche nelle opere più «domestiche» e che
le fa apparire come dei sacrari fatiscenti, scrigni di meraviglie
trascorse entro cui la luce notturna suggerisce barocche fantasie di
segni e di colore, accendendole di freddi lampi, quasi in una
rivelazione subliminale della realtà...
MARCELLO VANNUCCI, Firenze, 1984
Charles Baudelaire, per questa
pittura di Pierluigi Romani: “Ho trovato la definizione del
Bello-del mio Bello. E’ qualcosa di ardente e triste, qualcosa di un
po’ vago, che lascia spazio alle congetture… che implica un’idea di
malinconia, di stanchezza, persino di sazietà, quanto un’idea
opposta, cioè un ardore, un desiderio di vivere, uniti a un’amarezza
che rifluisce, come venisse da delle privazioni o dalla
disperazione.”
Un’ipotesi di spiegazione, destinata
a un pittore. Ma, forse, Romani resta ancora tutto da spiegare. Non
è facile accostarsi a queste sue tele. Le risposte si aggiungono,
come questi suoi segni. Ed è lo stesso suo complicarsi, che diviene
il nostro; i suoi stessi interrogativi che vanno in noi
moltiplicandosi.
Ora, anche, confesso che
nell’occasione del nostro primo incontro, avevo pensato di dovermi
imbattere in una delle solite storie d’artisti, ormai, in qualche
misura, blasonati dal succedersi di mostre e da una serie di
favorevoli note di critica. Insomma, in una vicenda tutta già
scritta di onorificenze, di premi, di ritagli di giornali: un
vessillo d’artista, che sventoli ormai su un campo di battaglie
vinte. Un promemoria di nobili accaduti. Ed ecco, invece, questo
solitario studio nell’antico centro di una Lucca scontrosa; fra
apparire di tetti e scorci di palazzi in pietra grigia:
un’architettura che pare si sia voluta difendere dall’invasione del
presente, addormentandosi. E Pierluigi Romani con quel suo silenzio,
che solo si rompe a tratti, quasi per esigenza di dover dir qualcosa
per giustificare, in qualche modo, il nostro essersi incontrati. In
questa stanza: che è come protetta da guardie invisibili, in
altrettanti invisibili torrioni. Niente qui reca traccia del
passato, e niente pesa qui più del passato. Uno zoo variopinto di
uccelli impagliati mi sta osservando come un profanatore, fra tele
sparse che pare attendano l’estremo giudizio universale, mescolate a
straordinari aggeggi di cui è difficile ora indovinare nascita e
morte, mentre dall’alto insistono riflettori da teatro: in attesa di
esplodere in luci sui fiori secchi, deposti alla rinfusa sui mobili
della stanza, e poi scatole con dentro tubetti di colori, raggrumati
dalle stagioni di un artista in macchie policrome, e drappeggi in
stoffa, che non rivelano una loro destinazione, un loro stabile uso;
e le cianfrusaglie di un bric à brac aggiunto volta dopo volta.
Forse – ora lo
penso –se avessi osato chiedere al Romani di poter frugare negli
stipi del vecchio cassettone, vi avrei anche scoperto mucchietti di
coriandoli, come memoria di carnevali ormai vissuti, e tappi di
bottiglia conservati una sera come portafortuna, e strisce ineguali
di fiocchi per celebrazioni.
In un mescolarsi di vero e falso; un
rincorrersi di simboli, che devono sempre avere rappresentato come
un portolano del pittore verso approdi invisibili; una sorta di
geografia sentimentale. Bussole di direzione, mosse nel tempo già
vissuto, per scoprire un possibile passaggio che giustifichi eroiche
imprese. Intanto il silenzio di Romani, che persisteva intatto, ne
era la più accesa delle confessioni.
Ed è stato così che credo di avere
scoperta la vera anima di Romani: proprio in quel calembourdi storie imprendibili, rivelate poi a flash inaspettabili.
Dico della sua anima di artista, chè
l’altra lascio volentieri ad altro ben più esperto di me; fin da età
imprecisabili: al massimo, immaginifico, buttafuori, che però mai ha
voluto presentarsi in palcoscenico, ai suoi spettatori, come goda
del suo nascondiglio dietro qualche privatissimo fondale.
Un teatro dell’imprendibile, che ha
somiglianze con questo che mi si mostra in molti dei dipinti del
Romani; un teatro simile a quello che il pittore di Lucca pare
prediligere. Costruito anch’esso di sotterfugi scenici, di
siparietti giocati nel mescolarsi di toni dimessi ed esplosioni, cui
pare sia stata affidata la funzione di ricondurre una misura
d’esistere visibile. Un teatro di cui Romani è innegabilmente
regista in assoluto: privo di personaggi umani; fatto di sole
strutture sceniche, che complicano l’insieme di un incredibile di
segni che si vanno aggiungendo. Un intrico che pare servirsi di
certi modi barocchi per non avvilirci, per offrirci l’effimero di
una consolazione. Un Romani “benefico”, che cerchi la battuta che lo
salvi, che salvi pure noi: un metteur en scène, il pittore, che
negli incanti di quel suo disordine abbia scoperto la via di un dono
natalizio.
Così: in questo complicarsi –
peraltro sempre però leggibile da chi osservi questi suoi dipinti –
il Romani chiude le sue città. Anche qui l’assemblaggio sperimentato
fino all’impossibile, serve anzi a dare limite, a segnare un
confine. Li Romani se ne avvale, come se attraverso una sola lente
avesse scoperto il modo di vedere il mondo. Quasi una furia che
l’abbia dominato, in questa perenne voglia di raccogliere il mondo
intero in una sola tela. E gli acquisti di un’architettura, di una
geografia, direttamente sperimentate, si vanno aggiungendo a quelli
solo indirettamente sperimentati attraverso conoscenze tutte
letterarie. Mondo di reale, vivamente intriso di fiaba. Ma va subito
detto che l’essere fiaba la pittura di Romani, corrisponde al suo
stesso bisogno di intricare il reale di modi da leggenda. Da questo
egli deve ricavare l’illusione di salvarsi dal potere di queste
architetture, che imperano in tante sue tele. E le sue riunioni di
fabbricati, fra palazzi e chiese, fra case borghesi e nobiliari, fra
torri esotiche e campanili severi – spesso tutti ottenuti da un
primo obiettivo grandangolare, cui si sostituisca poi una lente di
ristretto campo – questi assemblaggi, dunque, fatti di tante
comparse (anche qui potrebbe parlarsi di teatro!) rappresentano la
segreta voglia d’essere presente alla vita del mondo. Salvo, poi,
servirsi di quello stesso intrico di terre e strutture, per
dimenticarsi. E quando appaiono certi fondi del quadro, lasciati
nell’oscurità di colori opachi; dai toni senza senso, pare
confessata la voglia del pittore di impedire a questo complicarsi
della sua fantasia (nella descrizione adoperata in quei primi piani)
di evadere a quelle immagini, che l’hanno precedentemente estenuata
di piacere.
Chissà spinto da quale improvvisa
molla - proprio nel mio impatto con questa pittura del Romani - mi è
tornato alla mente di un mio antico colloquio con l’amico Eugenio
Montale. Una volta, che gli avevo chiesto se si sarebbe mai scoperto
– anche il poeta era amante di pittura – uno che avesse saputo
scrivere su una tela la storia, complicatasi nei versi del ligure,
di una delle sue protagoniste. Di Gerti, ad esempio: avevo detto
quella volta. E del suo “carnevale”. “Se la ruota s’impiglia nel
groviglio/delle stelle filanti ed il cavallo/s’impenna tra la calca,
se ti nevica/sui capelli…”. Ed ecco che, ora, le tele di Romani dopo
mezzo secolo dalla scrittura montaliana – mi restituivano quelle
stelle filanti di Gerti; il “suo” carnevale, e l’iridi trascorrenti,
e i carri dalle tinte di rosolio, e i fantocci, e gli archibugi, e
il babelico prisma di forme e di colori. La domanda di ieri trovava
una risposta.
L’onirico che appare in questi
dipinti del Romani è anche la magica cabala, che avverte il pittore
che la magia non mente, quando s’affidi al piombo che raggeli in
segni comprensibili: ed è qui che il figurativo di Romani serve allo
scopo! L’alchimia del pittore di Lucca che fa profezia; i suoi
amuleti sono tutti “umani”, di dimensioni e aspetto. Servono a
penetrare nei segreti della storia da vivere. L’inconscio, così
imprigionato, pare poi dare tregua al pittore, ma più che tregua: un
istante di quiete. Destinata però ad essere seguita da altra
inquieta voglia di metamorfosi. In un correre inesausto di stati
d’animo. La trasformazione dall’ideale nel reale, in questi dipinti
del Romani, avviene come per liberazione da un labirinto della
memoria. Così s’addensano i segni, s’accomunano esistenza che
richiamano spazi immensi, racchiusi tutti – ancora per una sorta di
involontaria magia – in limiti chiaramente delimitati. Godibili
dall’utente che vi cerchi dentro una parola.
Eppure in questo
suo essere con evidenza barocca, in certe sue innegabili
dichiarazioni dandyes, la pittura del Romani potrebbe ancora essere
definita “popolare”, e non tanto per quell’immediato messaggio – di
cui si è detto – che reca all’osservatore, quanto perché – e con
insistenza – queste sue immagini vanno riconducendoci accadimenti,
che sono poi i nostri “giornalieri”; ed anche l’architettura di un
nostro presente, e i segni geografici di un nostro attuale
itinerario di vicenda, e gli incontri di una giornaliera umanità, e
i luoghi altrettanto vissuti. E poi – così anch’essa persistente –
questa flora, fatta più di tutto di fiori che amano anch’essi
mostrarsi in intrichi, in viluppi, in tralci che invadono lo spazio
senza risparmio.
Devo ora accorgermi, che il parlare
di Romani pittore e del suo lavoro, mi costringe – aldilà di ogni
voglia d’essere suo elementare narratore – a complicare ogni mia
risposta. E’, insomma, impossibile sfuggire al segno dei tanti
istanti in cui si segmenta la pur unità dei suoi dipinti; a quel suo
stesso codice misteriosamente tutto cifrato, proprio in quel suo
dichiararsi aperto ad ognuno.
Del mondo che il pittore osserva, e
poi traduce nelle sue tele, si può dire a lungo. Il suo è un
discorrere da interni, attraverso piani che vanno via via
aggiungendosi. In sequenze mai previste – così mi pare – dalla
scaletta che il pittore può anche essersi costruita prima
dell’inizio dell’opera. Quasi un cameramanche sposti il suo
obiettivo con acrobazie lente: in apparenza, ma incessanti: con vie
all’ingiù e all’insù, con mutamenti di fuoco e di profondità. Il
colore gli serve per delimitare; il fascino che esso reca è tutto
involontario: mai il pittore se ne serve come strumento. Non tende a
sedurre, pur conoscendosi fornito di straordinaria abilità tecnica:
l’incanto che proviamo davanti ai suoi dipinti, non è mai prodotto
di consumo. E il motivo della fiaba, (anzi del fiabesco) che
ritorna, attinge anche a aspetti consolatori, quasi la promessa di
un’epifania, che, pur non realizzata nelle tele, si lasci sperare
come futura. Quasi un riscatto promesso da questo imprendibile,
ossessivo, allusivo, mondo del Romani pittore. E mai, questo suo
mostrarcisi quasi il cantore di una pittura “alessandrina”, in
questo suo barocco che tende a incanti di arzigogoli, a
sovrapposizioni, a nascondigli della memoria, a improvvise
esclamazioni: frutto di altrettanto imprevedibili folgorazioni, mai
– ripeto – cade nel vizio del “suggestivo”, da lui sperimentato per
un inganno dei nostri sensi. E inoltre c’è, in questo suo
complicarsi, una misura stilistica sempre presente. Che s’allea al
già detto barocco, che offre a queste tele un misterioso alternarsi
di suono e di richiamo. Romani è anche questo contrasto. Una vicenda
– la sua d’artista – che non ammette tregua.
I temi e i caratteri distintivi
della pittura di Pier Luigi Romani sono stati indagati e delineati,
specie negli ultimi dieci anni, con tale puntualità e perspicacia,
in un ventaglio ampio e qualificatissimo di contributi critici, da
rendere arduo il tentativo d'un approccio non ripe-titorio, in
qualche modo utile a una più precisa focalizzazione della non
comune personalità dell'artista. Dico, anzitutto, delle lucide
«letture» di Pier Carlo Santini, il primo e il più assiduo
frequentatore e appassionato Mentore dell'artísta lucchese; e del
recente intervento di Ragghianti, che non è quel che dichiara
l'Autore in esordio della nota: un semplice «documento
dell'impressione» riportata al primo incontro con l'opera, ma una
rigorosa indicazione di metodo, persino di linguaggio da usarsi
nell'analisi di una pittura di così chiara identità da respingere
«ogni genericità e polisemia».
Dico ancora di Carluccio, Fabiani, Solmi, Venturoli, e cito a
memoria nel novero nutrito di studiosi ed esegeti che a Romani hanno
dedicato pagine tutt'altro che di circostanza o generiche, anzi
peculiari per partecipazio¬ne, taglio e penetrazione critica. Ritengo tuttavia non ozioso soffermarsi a considerare, nella
specificità dei processi formalizzatori, la più volte individuata
visionarietà fantasmagorica ed eccitata dei tessuti come degli
impianti pittorici, così inediti, rispetto al pur nutrito catalogo
(e variegato) della pittura italiana di figurazione, eppure
partecipi, per assimilate e creativamente restituite assonanze
linguistiche, di un intero spettro della ricerca moderna diramata in
direzione segnica, materica, plastíco-spaziale.
L'ideale estrapolazione di brani pittorici dal contesto della
figurazione disvelerebbe sorprendenti corrispondenze
tecnico-operative (action-painting) e d'esito stilistico con
l'informale e la pittura segnico-gestuale, specie americana, in
varia declinazione espressionista, automatica, brutalista,
calligrafica: «Ed io - scriveva Fabiani - ho pensato a un Pollock e
a un Tobey razionalizzati; eppoi a Wols da una parte, e a Feininger
dall'altra; ma anche a un Buffet interpretato da un Du-buffet! ...
». Tali osservazioni sono indubbiamente pertinenti e testualmente
verificabili, ma solo per astrazione. Ciò che non autorizza a
prefigurare, nell'unico punto che non condivido di un acuto testo di
Venturoli (nel quale però l'Autore si dichiara consapevole del fatto
che «la critica non è profezia»), «il giorno in cui l'avanguardia si
prenderà la sua rivincita, forse `prenderà per mano' meno
timidamente il forte temperamento di questo visionario». Tanto più che a spingere la ricognizione filologica si scoprono più
lontane suggestioni: da quella remota di Turner, indicata da
Ragghianti, alle più recenti nell'ambito delle avanguardie
storiche, quali la lezione di Giacometti, cui fa riferimento lo
stesso Venturoli (per certo stare astato e frontale delle figure
costruite in intreccio di segni liberi), e la memoria di Sant'Elia
nelle vi-sioni di città gremite di segni, suggerita da Santini E, se
le citazioni non fossero ancora troppe, vorrei avanzare due analogie
mai annotate, a quanto mi risulta dal materiale documentario di cui
dispongo. Precisamente: rimanderei a Balla di La giornata
dell'operaio (1904), per la tecnica narrativa a riquadri compresenti
o coinnestati nelle Notizie di Lucca (1978) e numerose altre
immagini evocative dello stesso periodo; a Boccioni di La madre
(1907), per il fitto filamentarsi di morbidi segni/luce nella
splendida serie Sax (1976). Del re¬sto, a boccioniani Stati d'animo
fa pensare l'andamento fluttuante e di modulazione vibrata del segno
di Roma¬ni, quando più emotivamente riflette echi e turbamenti
profondi. La ricostruzione dell'entroterra formativo e delle possibili
contaminazioni linguistiche non è comunque mera anatomia filologica.
Nel caso di Romani dimostra che il clima visionario scaturisce
proprio dall'uso combinato, in un contesto figurale unitario, di
processi formalizzatori, stilemi, spazialità della più varia
appartenenza, ecletticamente rilanciati in pirotecniche
manifestazioni, cui presiede una regia, una mente ordinatrice che
mirabilmente disciplina l'empito emotivo, condu-cendo il gioco del
fingimento, delle mutazioni, dell'ambiguità illusionistica al punto
da confondere i piani del reale e dell'immaginario.
Giacché il reale è qui paritetico e complementare all'immaginario,
direi inscindibile e irriducibile in termini di referenze
oggettive, per quanti indizi volontari o casuali l'artista possa
aver depositato nel recinto visivo. Ciò accade perché la risposta
immaginativa (e parrà inutile qui avvisare, per inciso, che
l'immaginarlo non coincide certo con l'evasivo e il deideologizzato,
come ha dimostrato Giorgio Di Genova) alle sollecitazioni del mondo
fenomenico, e della memoria, non si affida ad alcuna delle tecniche
combinatorie, dei non-sens e dei meccanismi onirici e proiettivi di
cui, per solito, si servono i fantastici. Il visionario non scaturisce dallo spaesamento dell'inserto
realistico spostato di contesto, e aggregato in conformazioni
sorprendenti per trasgressione di senso, ma dall'incredibile
poliscopia, iperfania, amplificazione ridondanza fibrillazione
sensoria cui esso è sottoposto sul monitor elettromagnetico
dell'immagine. Il quale simultaneamente registra in tracciato
grafico-pittorico, i fremiti fulminanti come sinapsi nervose, la
vitalità folgorante della materia nella sua dinamica struttura
atomica: quasi fosse composta - l'immagine - per strati di lastre
radiografiche trasparenti, eseguite a camera fissa e obbiettivo
aperto, in tempo adeguatamente lungo, su una porzione di realtà
naturale, o di rimando psicologico e mentale, prescelta come
laboratorio. E ne è eloquente conferma la serie recente di arbusti,
fiori e foglie, nella quale si infittiscono tanto le notazioni
minute e lenticolari da rovesciare l'ottica naturalistica in
tessitura ricognitiva tra forme brulicanti di indistinta vita
vegetale, con un singolare recupero, ovviamente in mutata valenza
stilistica, di certe esperienze di informale nucleare condotte da
Romani negli anni Sessanta. Per intima vocazione formalizzatrice,
prima che per ogni altra intenzionalità, si muove dunque l'artista
lucchese nella dimensione del visionario, quand'anche l'immagine
sembri a prima vista scaturire (come nel caso di una serie deliziosa
di piccoli paesaggi recenti, curiosamente in bilico tra
calligrafismo orientale e vedutismo settecentesco chiarista e
oleografico) dal contatto pur semplicemente visivo con la natura,
il contesto urbano e periferico, gli oggetti appartenenti alla
to-pografia quotidiana dello studio. In effetti, penso che dall'immersione nello spazio concreto derivi
il primo stimolo alla costruzione dello spa¬zio alterato,
pluripolare, elastico (ma non privo, come avvisa Santini, di pause o
«zone dilatate e anepisodi¬che» , che hanno la funzione di «marcare
e accentuare le parti in cui le cose e gli oggetti si affollano, si
fran¬tumano, si moltiplicano», ma anche di creare vere e proprie
aree di riposo percettivo) proprio della finzio¬ne pittorica. Uno spazio in cui gli oggetti sono collocati come sontuose e
tuttavia sfuggenti presenze magiche, quasi arredi scenici cui non
necessita, per consistere e agire visivamente, corporeità
materiale, essendo tramiti per l'epifania rutilante della luce,
protagonista incontrastata (in presenza, in assenza, in trapasso) di
ogni concrezio¬ne spaziale e folgorio cromatico. Si può dire che sia già visionarietà la concezione dell'immagine
quale luogo della finzione, cui rimanda¬no non solo le frequenti
inquadrature teatrali di siparietti e palchi attrezzati, le Riprese
cinematografiche di città inquadrate panoramicamente, ma addirittura
le tante, specialissime «nature morte» esibite con senso barocco
d'accumulazione dei segni, e meglio si direbbe dei filamenti che
intessono le forme dell'oggetto evidenziandone spettacolarmente la
struttura. Il che carica l'immagine di vitalità e di catturante
magnetismo per l'emotività dell'osservatore. La visionarietà di Romani nasce dunque da questa originalissima
concezione del tessuto pittorico come luogo di imprevedibili
apparizioni del segno fantastico, evocatore, vitalistico, che
presiede alla rappresentazione delle interiori dilatazioni e
pulsazioni e sussulti della natura e dell'animo umano catturati
dall'immaginazione di un artista.
ENZO FABIANI, Milano, 1986
Pierluigi Romani, pittore del
paradiso terrestre
Quando, otto anni
fa, incontrai a Lucca Pierluigi Romani allo scopo di scrivere
qualche nota o impressione sulla sua pittura, rimasi alquanto
frastornato: come chi, per intendersi, si trovi all'improvviso
davanti e dentro a uno di quegli spettacoli luce-musica che erano in
voga qualche tempo fa (ne ricordo uno al Castello Sforzesco di
Milano) e durante i quali un mago-regista (mi pare fosse un
francese) scatenava sulle antiche mura, sulle torri e sul cielo
stesso fari variocolorati, accompagnando, e fondendo, quelle sue
sciabolate di luce con musiche straordinarie di Bach, Beethoven
eccetera. Un sogno, un "inganno" musicalcolorato che alla fine, e
durante, faceva delirare fantasia e cuore, nonché i vari sentimenti
e precordî...
Spettacolo dunque, di un genere
tutto particolare (intrigante e sinuoso, affascinante e
meravigliante, sottile e insieme profondo) che mi veniva richiamato
dai quadri a loro volta "spettacolari" e affascinanti e
meraviglianti di Romani, per "entrare" nei quali io citai alcuni
versi di Charles Olson che dicevano "l'intera città - in luce di
stelle, e neppure un soffitto -, come si usava una volta, di finte
stelle lucenti, per dio, ma scoperchiato - in modo tale che, in
quella schifosa caverna - di schifose sceneggiature, avevi, - come
il firmamento - sulla testa"; versi che mi parevano in qualche modo
dare un'idea di quel meraviglioso e insieme aggrovigliato caravan
serraglio che Romani (almeno in alcuni quadri) rappresentava con
quasi esaltata precisione, in tutto degna di un antico miniaturista
caduto in crisi di coscienza per avere visto quanto in realtà
avveniva fuori del monastero, al di là dei banconi dello scrittorio
sul quale egli passava, reclinato capite, i giorni e la vita.
Subito dopo quei versi, mi domandavo
se Romani avesse letto e meditato alcuni dei versi più struggenti
degli spirituals, come ad esempio quelli che dicono: "Datemi
quell'antica religione, - datemi quell'antica religione, - datemi
quell'antica religione - è quella che ci vuole per me" (citazione
sollecitata probabilmente da strumenti musicali e da scene
jazzistiche allora dipinti da Romani). Ma per chiudere con le
citazioni poetiche (le quali secondo me sono preziose per capire gli
artisti figurativi o meno) oggi vorrei aggiungerne un'altra.
I critici di stretta osservanza
diranno: ma cosa c'entra, con la pittura, il ricordare i versi di
questo o di quello? "C'entra eccome!", come mi diceva il grande
architetto Giovanni Michelucci, parlando, a proposito
dell'architettura, di una serpe che si era fermata a prendere il
sole nel suo orto... I versi che aggiungerei sono dunque quelli
della poesia "Bellezza multicolore" di Gerard Manley Hopkins,
scritti dal grandissimo poeta inglese nel 1877 e che dicono: "Sia
gloria a Dio per le cose variopinte, - per i cieli pezzati come una
mucca maculata; - per le rosse macchie punteggiate sulle nuotanti
trote; - per le castagne cadute dai rami in tizzoni accesi, - per le
ali del fringuello; per il paesaggio - tutto pezzato e spartito,
stazzo, maggese - e terra arata; e tutti i mestieri, - i congegni e
le cinghie e il loro ordine. - Tutte le opposte cose, minime e
strane; - tutto ciò che è mutevole, maculato (chi sa come?) dal
veloce, dal lento; il dolce, l'agro; - con l'abbagliante l'opaco;
colui che le ingenera - la cui bellezza non muta; lodate lui-...
Dopo questa "composizione di luogo",
se non altro curiosa e utile a riscaldar la mente, veniamo a tre
quadri tipici di Romani, dipinti negli ultimi anni e che mi sembra
sintetizzino, almeno come esempi indicativi, il grande scenario del
mondo di questo pittore. Il primo è intitolato "Vegetazione linfa e
clorofilla" e raffigura semplicemente una sorta di muro di foglie
con qualche rarissimo fiore. Tema antico e sfruttatissimo: eppure
Romani riesce a dare alla "scena" o siepe un qualcosa di vivo,
solenne ed assoluto, come se tutto l'universo fosse lì,
sintetizzato, definito e variato con tecnica perfetta; sicché, quasi
non sentiamo bisogno d'altro, vedendovi e realtà e fantasia e
freschezza e vita e quiete e perfezione...
Poi ecco il secondo quadro: "Scalo
ferroviario", che richiama altri motivi consimili prediletti da
Romani (come le megalopoli, i cimiteri delle macchine, le
raffinerie, le discariche e così via) nei quali vi è come una
sintesi triturata di quella specie di frenetica, rugginosa,
scintillante e desolata piaga che ogni stazione è: e che il pittore
lucchese definisce, sotto un cielo di uno smog rossastro, con una
fitta serie di filamenti che s'intersecano, di edifici che sembrano
di ferraglia, di vetture immobili su binari morti. C'è, per chi
guarda, la "sorpresa" c'è la scoperta, c'è l'evidenza di Paradiso
terrestre devastato, immaginato mille volte, ma soltanto qui
diventato vero nella sua drammaticità.
Il terzo quadro fa parte della serie
"I casolari della campagna lucchese-: vi si vede in primo
piano un giardino fitto di piante e di fiori; poi un edificio basso
con porte e finestre, oltre il quale c'è un poggio rutilante d'erbe,
piante, case. Qui, più che altrove, vien da notare la strepitosa
maestria tecnica di Romani in cui si mescolano vari tipi di colore,
dalla tempera al pastello e all'acrilico, al fine di rendere
pienamente un senso, o sentimento, della realtà quasi panico. Vien
da pensare, anche se qui tutto è espresso con più minuziosa
esattezza, a certi espressionistici, e quindi irruenti ed esplosivi,
modi coloristici di un Kokoschka e di un Soutine, come anche a certo
naturismo morlottiano: che siano passati però attraverso un filtro
divisionistico, con zone magari turneriane e baconiane. Sono questi
richiami semplicemente indicativi, ovviamente; ai quali se ne
potrebbero aggiungere altri al fine di spiegarci, senza negare nulla
alle capacità di Romani; e alla sua autonomia creativa, come possano
nascere i"misteri" di queste sorprendenti realtà pittoriche e
poetiche, questa "pittura fulgida e turbata, sempre scottante, che
ha invadenze roventi e inesprimibili dolcezze, ed evita ogni
pericolo di manierismo con una tensione inventiva che nei temi e
nella condotta pittorica rinnova con sempre vitale risveglio un
potere di evocazione del possibile incanto contenuto nella realtà
vissuta": come scriveva da par suo Carlo Ludovico Ragghianti in una
presentazione del pittore lucchese nel 1981.
Certo è comunque che Pierluigi
Romani è arrivato alla maturità dei cinquant'anni con una vigoria
poetica e raffigurativa che pochi artisti della sua generazione
possono vantare; vigoria che vuol dire mestiere eccellente,
personalità decisa e precisa: magari con qualche eccesso e qualche
difetto, come capita quasi sempre a chi voglia farsi da solo e
guardi con i suoi occhi la realtà pur arricchendosi delle più
svariate esperienze altrui, trovando nel contempo nella cultura
della propria città e nel panorama della propria terra gli elementi
utili e sani per iniziare, come scriveva Luigi Carluccio "uno
straordinario viaggio all'interno delle cose che a questo punto ci
appaiono rivelate attraverso la rete dei loro sistemi nervosi, dei
loro vasi sanguigni, delle loro sottili ossature. Ogni cosa è stata
immersa in un bagno di colore per poter entrare nel gioco serrato
delle forme anzi delle figure che occorrono a Romani per richiamare
davanti ai nostri occhi e ficcare dentro le nostre coscienze, con
straordinaria delicatezza di modi e con molta gentilezza di segni,
la corruzione che mina il mondo reale sotto la sua maschera di
bellezza... ".
Da parte sua, l'altro grande
lucchese, e cioè Pier Carlo Santini, che da molti anni segue il
lavoro di Romani, rilevava come questo nostro pittore "non
accetterebbe mai di fermarsi, pur di rendere più trasparente un
certo "significato": il quadro è un organismo che pulsa e vive fino
all'ultimo, fino all'approdo ultimo di un viaggio che può toccare
lidi ignoti e terre inesplorate. Ovunque vi sono e vi saranno
spettacoli stupefacenti da scoprire, oggetti inattesi, recessi
misteriosi; e una miriade di guizzi, di iridescenze, di riflessi
labili e improvvisi…”
Ed è questo un altro aspetto della vigoria intellettuale di cui si
diceva: l'andare avanti raffigurando con la straordinaria
"cinepresa" della pittura la "figura del mondo"; con maestria
tenace ma anche con quella sorta di cosciente e sublime
effervescenza che permetteva per esempio a Hopkins (come si è visto
nella poesia sopracitata) di coinvolgere tutte le cose in una lode
derivante dalla varietà delle cose stesse: nel caso di Romani in una
pittura che con spirito e linguaggio moderni si nutra di visioni
terrestri ora splendenti ora rugginose, ora limpide e pacificanti
ora corrose e decadute. L'importante è che lo "spettacolo" sia tanto
pulsante e vivo da sembrare, grazie alla pittura, eterno o quasi...
MARCELLO
VENTUROLI, Roma, 1988
Pierluigi Romani, Ovvero il pennello del jazz
Per un lettore d’arte come me, che
ama gli incontri diretti col pittore ed agita il vessillo della
infrequentazione (a differenza di tanti presenzialismi, che tutto
dicono e fanno, meno che veder quadri), ritrovarmi con un artista
valido, di otto anni in otto anni, è sufficiente: l’immagine di
qualità cresce lentamente, intanto perché è già cresciuta e, senza
dubbio, quella del lucchese Pier Luigi Romani, da me festeggiata in
un saggio ampio nel 1980, assume un grado di stabilità “nazionale”;
e poi perché l’artista di Lucca presenta sempre diverse sorprese,
nella verifica dei suoi modi, accresciuti e resi limpidi nelle varie
ispirazioni: dalla serie di paesaggi per tessere a cartolina, a far
teatro di ricordi, al montare delle periferie delle grandi città coi
loro fumi e avviluppi di luci, come in apocalittiche volute di fili;
lo sterminio delle auto (ma invano si cercherebbe il fatto sociale,
la meditazione classista in quelle pianure di fine del mondo);
l’alzarsi fantasmagorico delle raffinerie (che appaiono tante figure
di Giacometti travestite di tubi e di scale); e i dolci e truci
casolari della campagna lucchese, dove la prospettiva si accespuglia,
scoppietta come in mille paglie che abbian preso fuoco, tra case e
cielo.
Ma uno degli aspetti più fisionomici
e, in certo senso, straordinari, dell’arte di Romani è il sax, il
sassofono in specie, strumento direi quasi carismatico delle
orchestre di colore e di jazz, in genere, coi suoi riti e
personaggi, la sua storia velocissima, come una preistoria che è
schizzata nel futuro, i suoi re, i suoi motivi classici
plurigenerazionali, i suoi jazzmen: qui le tecniche miste di Pier
Luigi Romani (e devo dire che di rado ho tanto apprezzato la
deflagrazione dell’acrilico col pastello e con la tempera, la
macchia col segno che si espande a comporre l’immagine in un roveto,
come nell’opera del lucchese) assumono una decantazione particolare:
sembra quasi che nel reiterarsi musicale, anche la visione si
arricchisca, traducendosi in un più esemplare cromatismo. Così io
oggi, dinnanzi al ciclo del jazz di Pier Luigi Romani mi ritrovo con
lo stesso entusiasmo che gli dimostrai nell’80, non soltanto
scrivendo di lui senza riserve come già diversi altri – da Pier
Carlo Santini a Luigi Carluccio, da Carlo Lodovico Ragghianti a
Tommaso Paloscia, da Franco Solmi a Dario Micacchi e a moltissimi
che non cito, fra i migliori – ma segnalandolo al Bolaffi dell’80,
invitandolo in varie rassegne d’arte nazionali, caldeggiando sue
mostre personali, tra cui quella da Bertasso a Torino.
Non si leggerebbe nella misura
giusta quel panorama di tasti e leve, di tubo ricoperto da piastre e
minuti bracci metallici come in uno zoom fatto da un aereo su una
brulicante arteria metropolitana, senza tener conto dell’iter
culturale dell’artista di Lucca, la cui partenza è stata nel gusto
informale nord americano, in modo particolare da Pollock & Tobey. E’
stato detto che in Romani si avvertono echi di Kokoschka e di
Soutine, che il modo suo di astrarre può somigliare a quello di
Morlotti; e se con questi nomi si vuole intendere che l’artista non
è un nuovo figuratore tout court, di radice naturalistica come fu il
contraltare dell’astrattismo 1950 al tempo della polemica dei neo
realisti con Lionello Venturi, certamente si dice una cosa giusta;
ma diversi altri artisti della generazione di Romani hanno
scavalcato il vero, per es., per via surrealista, o per via iper
realista (che è una negazione di un vero da interpretare, per una
presa di possesso di un vero pupillare, negativo) mentre Romani,
rifacendosi al segno elettrico dell’espressionismo astratto, in
specie nord americano, ha dato un’impronta tutta sua alle temperie
delle grandi città, ai suoni divenuti colori: in lui resta assai più
forte e operante la lezione di Pollock di quanto non sia quella dei
padri espressionisti.
E’ col filtro astratto che il
pittore ha “capito” l’odierna visione del mondo e veramente
Carluccio, scopritore emerito di talenti, aveva colto nel segno,
quando scriveva che Romani andava “all’interno delle cose…attraverso
la rete dei loro sistemi nervosi, dei loro vasi sanguigni, delle
loro sottili ossature”, sistema di lettura appreso dal modo di
dipingere le cose che non si vedono ma che esistono, come diceva
Klee.
Pier Luigi Romani, intanto, non fa
teatro del jazz, ma fa assumere valore di personaggio a taluni
strumenti del jazz, in primis il sassofono e il clarinetto: non
soltanto è giustificata la monumentalizzazione dello strumento a
torre, ma minareto, fino a tagliare per es. il clarinetto
all’altezza dell’imboccatura, come a dare il senso di una torre
senza fine; ma la prospettiva da cui l’artista vede alzarsi da terra
verso il cielo questa costruzione di felice babele, è quella di un
acuto suono senza soluzione di continuità, accompagnato da un
rutilar di luci colorate, di filamenti di sottosuoni. Tasti e leve,
minute geometrie di ottoni fanno una sorta di aerea corazza, di
crisalide da orchestra, tutto geme e tuba, squarcia il silenzio e
l’esalta. Non c’è mai stato strumento di jazz che sia portato ad
esser visto come se ancora facesse parte dell’orchestra, ne vibrasse
dell’eco, ne conservasse l’incandescenza; e infatti i segni dei
chiari in quelle biacche impastate di cadmi, di terre, specchiano un
calore, sono tutt’uno col fiato dei suonatori.
Forse sarà per il fatto che gli
strumenti dipinti da Pier Luigi Romani sono così viventi, che quando
li vediamo brandire dai jazzmen, ci appaiono esseri animati, che
debbano ancora respirare, pena una cattura nell’inerzia: tutta la
luce che li attornia diventa come un pulviscolo mosso dall’onda
sonora, il segno dello spazio circola attorno al suonatore, che
tiene il sax come un’arma.
Ma ovviamente il pregio di questi
“pezzi”finali rispetto agli altri pur validi motivi del vasto lavoro
del lucchese, sta nel fatto che nascono come la somma di quelli e da
quelli sono motivati e nutriti: per cui non si apprezzerebbe mai
abbastanza il risultato stilistico e di contenuto (perché l’artista
finisce per capovolgere il concetto di natura morta in quello di
oggetto significante, in messaggio di oggetto) di questi strumenti,
senza aver festeggiato anche i suoi panorami di natura come “Linfa e
clorofilla, tralci e foglie”, dove ben chiara appare la sintesi
analizzata di quel muro o scenario primaverile, come avrebbe dipinto
la Mitchel altra astrattista statunitense di valore se fosse stata
più…figurale.
SANDRO ZANOTTO, Venezia, 1988
Memoria
dell’immaginario in Pierluigi Romani
In ogni momento dell’attività
creativa umana si può rilevare senza sforzo come la memoria ne sia
il più importante supporto. Ogni opera d’arte nasce infatti da una
ricomposizione o trasformazione della memoria, anche sul piano
formale.
La nostra stessa visione del reale
avviene sempre sulla base del ricordo, dato che noi vediamo solo
quello che conosciamo e conosciamo solo quello che ricordiamo. Anche
il famoso assioma di Picasso “io non cerco, trovo”, che altro non è
se non un ritrovamento entro se stessi, entro la memoria personale?
A questo punto potremmo concludere, senza eccessiva originalità, che
inventare non è altro che ricordare.
Queste generiche riflessioni sono
però solo un avviamento del definire la sottile operazione che sta
compiendo Pierluigi Romani, artista che opera su un meccanismo
mentale e formale (le due cose vanno sempre di pari passo) di
estrema complessità.
Accanto a una prima lettura
immediata, ogni suo lavoro nasconde un gioco sottile di allusioni,
che rimanda ad altre chiavi di lettura ancora più nascoste e velate,
come i “segni labirintici” del suo sassofono di cui già parlò Pier
Carlo Santini. La preziosità formale qui non è ricerca di estetismo,
ma l’ambiguità che è sempre alla radice di ogni invenzione, il
labirinto nel quale finisce sempre per aggirarsi ogni proposta della
memoria, che deve essere ritrovata senza la scansione del tempo,
elemento che la memoria ignora, come il sogno, come la fantasia,
come la follia.
L’età del jazz che Romani va
ripercorrendo come per una missione inderogabile, è proprio un atto
che ci richiama a quel grano di follia che deve avere ogni artista
autentico. Egli infatti non conobbe mai l’America, né si occupò di
jazz, forse ne ascoltò solo dei dischi.
Eppure questa sua missione si
ricollega alla memoria ben precisa di quelli che ebbero la loro
formazione umana e culturale dopo la guerra, quando il jazz entrò di
prepotenza nella storia italiana non come musica, ma come angolo
visuale del mondo in una prospettiva che ci era stata fino a quel
momento negata. L’impatto che ebbe su di noi il jazz non fu musicale
e neppure si trattò delle suggestioni dell’esotismo popolare, né
delle implicazioni politiche che poteva contenere la problematica
espressiva dei negri americani.
Il jazz per noi, educati col latino
in una società ordinata e inquadrata che vedemmo sfasciarsi durante
la guerra, non era certo musica, ma un diverso modo di accettare la
vita, una dimensione dell’esistente che andavamo scoprendo nelle
cantine fumose, nei concerti quasi clandestini, in riunioni
iniziatiche. Contemporaneamente scoprivamo l’esistenzialismo, altra
dimensione della vita che negava quanto fino a quel momento ci era
stato proposto da tutte le cattedre.
Quel nostro primo incontro col jazz
ci fece capire più tardi gli hippies, i “figli dei fiori”, i seguaci
di religioni orientali e tanti altri sogni di uscita da schemi
culturali e sociali sempre più rigidi, per quanto dall’apparenza
molto più permissiva.
Quella di Romani è una memoria
immaginaria, che diviene perciò la nostra memoria, come la sua
figurazione formale apparentemente di chiara leggibilità, nasconde
invece un labirinto di allusioni che la allontana sempre più dal
puro dato riconoscibile del reale. Il suo monumento al jazz diventa
così un monumento all’immaginario, l’epopea di quella libertà dello
spirito che deve rivelarsi in ogni essere pesante, cioè la fantasia
che permette di capire la realtà e l’esistente al di là degli schemi
sociali.
Il discorso del reale immaginato e
della memoria del mai conosciuto, al di là delle formulazioni
formali, ha una chiara connotazione. Non si può fare a meno di
pensare infatti alla grande lezione del surrealismo, l’unico dei
movimenti d’avanguardia di questo secolo le cui proposte estetiche
sopravvissero allo scioglimento ufficiale, come lezione filosofica
che continua a riemergere nei modi più inaspettati, appunto
immaginari.
Ovviamente in Romani si cercherebbe
invano l’applicazione delle formulazioni teoriche del manifesto di
Andrè Breton, come pure non si avvertono evidenti nel suo lavoro le
indagini oniriche o psicanalitiche della schiera di artisti che a
quel manifesto aderirono. Non si può però fare a meno di pensare
alle scritte murali con cui i vecchi surrealisti tappezzarono
Parigi, come a voler uscire dall’avanguardia estetica per proporre
un nuovo approccio col reale, sempre diverso e assai più complesso
delle sue forme evidenti, codificate in rigidi schemi per celare la
realtà più vera e personale che va scoperta faticosamente,
attraverso quel labirinto senza vie d’uscita che è la nostra
identità.
Se la pittura è comunicazione, cioè
parola, è necessario perciò accettarla nel suo valore di simbolo,
non come rappresentazione del reale apparente. Anche nel lavoro di
Pierluigi Romani conta perciò soltanto tutto quello che va oltre la
parola, cioè le molteplici allusioni di ogni simbolo.
FRANCESCO
BUTTURINI, Verona 1989
Il mito del jazz
Come una frase di jazz caldo, come
una ritmica sequenza di frasi di jazz in cui la battuta tesse i
passaggi dosandoli sull’algebrica bilancia naturale dei tempi
musicali, per cui alla fine l’orchestra diviene una gloriosa e
festosa plurima armonia. E libera. C’è nel jazz, infatti, la radice
prima e più lontana della rivolta, dell’anticonformismo. C’è nel
jazz la coda del diavolo, come si diceva fra i bianchi; perché c’è
nel jazz la fonte più lontana dei ritmi della nostra attuale
musicalità.
Così nell’alone del
mito e nel sentimento di quello che è significato nella cultura
degli anni Cinquanta, in Italia, il jazz e la cultura
nord-americana, nascono le tele di Pierluigi Romani dedicate alla
storia del jazz. Il valore artistico più evidente è nel fraseggio
dell’immagine che ha, e giustamente, non vaghi referenti
nordamericani a partire dal frammentismo luminoso di lucente
irrequietezza pulviscolare di M. Tobey (penso, ad esempio, a
Festival, del 1953), per arrivare all’esplosione stellare della
pittura di J. P. Riopelle o alla linea di Vieira da Silva. Per
citare solo i nomi più noti e familiari di una pittura ricca di
esponenti di spicco soprattutto – e non a caso – negli anni
Cinquanta.
Dentro questo tessuto culturale che
diviene atmosfera di forte spessore lirico si spiega, a mio avviso,
questo modo di far pittura di Pierluigi Romani, che, diversamente,
potrebbe apparire solo una intelligente trovata, una moda
personalissima, ma solo una moda. Se ne coglie così, invece, il
fraseggio lirico che sgorga da queste bave di ragno lucenti che
compongono e scompongono l’immagine con l’erratica fantasia di
celestiali arachinidi alla ricerca di miracolosi ponti tra il
ricordo, l’affetto, la nostalgia e l’evento.
Allora gli strumenti possono
possedere la stessa pienezza di presenza dei grandi interpreti del
jazz che compaiono nella serie, e lo spazio cromatico li può ritmare
come essi sono stati il ritmo, nella fantasia – è stato da più parti
sottolineato – e nel sentimento che dalla fantasia nasce. Il
risultato è la vasta, sonora orchestrazione di un quadro come
Satchmo’s trmpet in cui par quasi di avvertire la presenza
totematica del grande jazzista proprio nella evidenza esistenziale
dello strumento, e questo si trasforma in immenso monumento
complesso sul quale e per il quale lo spazio intorno lievita si fa
narrazione, ricordo, complicata proposizione di immagini che
prolificano come fitta ragnatela esistenziale.
Altrettanto dicasi per il quadro Per
Johnny Hodges nel quale non si può non avvertire la pienezza delle
potenzialità di ritmo e musicalità del sassofono. Lo stesso caldo
colore del vibrante intorno cromatico, la stessa posizione in
diagonale dello strumento creano una improvvisa irrequietudine che
si appaga poi nella traccia minuziosa, e non per questo meno
sognante, della definizione architettonica del sassofono e della
densa atmosfera che lo circonda.
Ancor più vasta, anche perché in
questa tela è evidente un gustoso recupero pittorico che va dalla
pittura di strumenti musicali del Sei-Settecento alla più classica
paesaggistica europea, si fa l’impaginazione in Sax, Clarinetto,
Flauto e Paesaggio: gli strumenti sono alti come le torri di un
altro quadro di Romani (riportato in “Pierluigi Romani” a cura di E.
Fagiani e abbastanza noto per citarli: Ricordo della mia città): là
erano le torri di Lucca a fraseggiare nel cielo il ritmo dei colori,
qui sono gli strumenti, con la stessa sensibilità e con la stessa
forza sia cromatica che di sostanza architettonica. Più ricca di
emozione e, se possibile, più vasta ancora l’atmosfera sentimentale
che spira da Studio per Sax baritono.
Sono questi, mi sembra, i quadri
guida che danno significato alla serie di ritratti degli interpreti
di jazz; un significato che deve andar oltre le particolarità
fisiche per offrirci, invece, emozioni di spessore musicale.
Altrimenti non avrebbe senso questa sequenza di ricerca pittorica
sulla storia del jazz.
Da Duke Ellington a Louis Armstrong,
da Coleman Hawkins a Dinah Washington e a tutti gli altri, i volti
notissimi dei Grandi acquistano il sapore del mito perché inseriti
in questo grande arabesco che il filamento pittorico-aracnideo di
Romani ha tessuto intorno al loro ricordo fantasioso e appassionato.
E poi dai volti dei jazzmen si torna agli strumenti e più intensa
diviene la sensazione musicale di queste inquietanti, di queste
irrequiete cascate pulviscolari, solari, e di nuovo la cifra è
musicale; e si ha la gradita sorpresa di scoprirvi la gratuità della
musica, la grande gratuità così viva anche nel jazz moderno. Magari
proprio in quel raro jazz di produzione europea come quello dei
brani di Pat Metheney & Lyle Mays in As Falls Wichita, So Falls
Wichita Falls, che sicuramente Pierluigi Romani conosce e ammira.
GIANNI CAVAZZINI, Parma, 1999
Luci e trasparenze di Romani.
Esplorate dall’artista le risorse più interne della materia
Il mondo della pittura continua ad
offrire motivi di interesse, anche al di fuori dei consueti circuiti
di mercato. Proposte in tal senso vengono presentate a Forte dei
Marmi da un nuovo spazio espositivo: “La Piazzetta dell’Arte”.
In questo spazio viene ora presentata l’opera di Pierluigi Romani,
un pittore di complessa formazione culturale che agli inizi della
sua carriera guarda con viva intelligenza critica agli artisti
americani, in particolare a Pollock e a Tobey e in Europa ai segnici
Wols e Hartung e al materico Dubuffet.
Alla svolta degli
anni Cinquanta, Romani coglie con vivido intuito la straordinaria
novità di una concezione spaziale che vede l’unione degli opposti:
il cielo e la terra, l’alto e il basso, l’interno e l’esterno.
Avviati a superare ogni limite della dimensione espressiva i grandi
astrattisti americani si confrontano sul terreno della pura
vitalità: con Pollock che stende la tela per terra e ricorre alla
tecnica del dripping, con Tobey che rievoca la scrittura orientale
per declinarla sugli estremi esiti dell’automatismo segnico.
E’ un’avventura che affascina Romani
e lo conduce a esplorare le risorse più interne della materia. Nasce
così, sugli echi di una irripetibile esperienza bruciata in terra
americana, una visione com’è questa di Romani: molto europea, legata
alla realtà dell’uomo e della natura. Davanti alle opere recenti si
direbbe che il pittore ha depurato gli ingorghi delle sue giovanili
passioni per procedere in direzione di uno spazio ad ampia
struttura, aperto verso il campo allarmato dell’esistenza.
In primo piano appare il tavolo da
lavoro dell’artista: con la sua storia silenziosa, con la sua carica
simbolica. Romani mette a fuoco gli elementi distinti che formano il
quadro di una situazione: gli oggetti, lo spazio che li accoglie, i
significati specifici di ogni presenza figurale. Sono lontani i
tempi dei miraggi astratti, eppure Romani continua a sentire i suoi
racconti di figura nei termini di una graduale rinuncia alla
rappresentazione mimetica e di una progressiva definizione dei
valori formali.
L’interiorità, con i suoi misteri,
con le sue zone umbratili, sembra prevalere in questa fase della
ricognizione di Romani, sull’apparenza oggettiva. Proprio
l’automatismo del segno tende a liberare, più che nelle opere del
passato, quegli elementi di “verità psichica”, per usare un termine
di derivazione surrealistica, che formano il passaggio
dell’interiorità.
Ed è il passaggio che Romani
restituisce poi in una serie di visioni ravvicinate in cui lo spazio
si conforma alla struttura del pensiero analitico. Il cammino
compiuto dall’artista nel corso del suo processo conoscitivo si
articola sul passaggio fra l’interno e l’esterno. E’un passaggio che
porta l’occhio, nostro e del pittore, a scoprire la sostanza degli
elementi primari del mondo di natura: in questo caso le rocce e le
cascate.
Viene in mente Eraclito: “Non
possiamo bagnarci due volte nella stessa acqua di fiume”. E’ una
visione in cui tutto diventa mobile, provvisorio, frammento di un
fluire universale. Affiorano le suggestioni della trascorsa stagione
informale, anche se Romani vuol tornare alla misura della ragione
più filtrata del tempo. Gli è d’aiuto la tecnica a tempera, con la
sua leggerezza, con la sua trasparenza, con la sua natura vegetale.
Lo spazio esiguo, al limite della pura sensibilità, in cui Romani si
trova ad operare si dischiude su risonanze vibratili, su rapporti
dinamici e vitali, su limpide cesure della forma figurativa.
Si approda così agli esiti più
compiuti di questa felice stagione vissuta da Pierluigi Romani: una
stagione di spazialità luminose, di morbide e filtrate materie, di
sottili coincidenze poetiche.
JEAN
PIERRE JOUVET (Parigi, 1999)
“Omaggio a Francis Scott Fitzgerald”
potrebbe essere intitolata una grande mostra dei dipinti dedicati da
Pierluigi Romani al jazz, ai suoi ambienti e a molti protagonisti
della sua pittoresca storia. Una mostra che sarebbe bello allestire,
magari, a St. Paul, la città del Minnesota dove nacque l’autore dei
romanzi “This side of Paradise”, “The beautiful and the dammed”,
“The great Gatsby”, “Tender is the night” e, soprattutto, dei
racconti riuniti in volume nel 1922 con il titolo “Tales of the jazz
age”.
Una siffatta mostra costituirebbe,
credo, la più originale commemorazione italiana (o celebrazione?)
del tormentato narratore e sceneggiatore cinematografico americano
morto alcolizzato a Hollywood nel 1940, otto anni prima che sua
moglie, la splendida e irrequieta Zelda Sayre, perisse nell’incendio
della clinica per malattie mentali nella quale era degente.
Una vicenda quella di Francis Scott
e di Zelda – e marginalmente anche della loro figlia “Scottie” – che
richiama subito, nella memoria di chi conosce bene la letteratura
USA del nostro secolo, le figure di altri interpreti indimenticabili
della medesima convulsa e illusoria “festa dei sensi e dei
sentimenti”, come la definì l’eminente critico Edmund Wilson, che fu
la “coscienza intellettuale” di Fitzgerald negli anni dei suoi studi
a Princeton: Theodore Dreiser, Sherwood Anderson, John Dos Passos,
Ernest Hemingway, Gertrude Stein, Henry Louis Mencken, Sinclair
Lewis, Thomas Wolfe, William Saroyan… E altresì i personaggi di
maggiore spicco della incomparabile saga del jazz: J. “King” Oliver,
Louis Armstrong, Coleman Hawkins, James Fletcher Henderson, Duke
Ellington, William “Count” Basie, Jimmie Lunceford, Jimmy Dorsey,
Charlie Parker, Ornette Coleman, Cecil Percival Taylor, Benny
Goodman…
Sono questi ultimi, nel vasto ed
effervescente repertorio della musica swing, bop, cool, hard bop,
rhythm and blues, free, i “virtuosissimi” del sassofono, della
tromba, della cornetta, del clarinetto che hanno guidato la fantasia
di Pierluigi Romani nella sua feconda ricerca di temi storici,
costumi sociali, eventi culturali atti alla testimonianza e alla
reinvenzione dell’arte pittorica.
“Belli e dannati”, “Tenera è la
notte”, “Storie dell’età del jazz”: ripensiamo a queste opere di
F.S. Fitzgerald e poi guardiamo i quadri di Romani che, trascurando
l’esattezza cronologica in ordine ai tempi e agli interpreti, si
direbbe siano scaturiti da quelle pagine. Eguale è l’atmosfera,
fedele la scenografia, vibrante di ritmi e insieme di estatico
lirismo, nei libri come sulla tela, il linguaggio “narrativo”. Si,
perché la pittura di Romani è sempre e anzitutto “descrittiva”,
oltre che documentaria. La sua straordinaria “carica” non ha bisogno
di delizie, di beatitudini paesaggistiche per esprimersi: nessun
luogo comune “vedutistico”, nessun incantesimo ottico offerto dalla
natura. Spesso i cieli sono piatti e “indifferenti”, le strade sono
senza alberi, le piazze senza giardini; pochi i passanti, mai la
folla, né il traffico automobilistico congestionato. Si pensi a un
paesaggio innevato di gusto tradizionale e poi si osservi il
pregevole dipinto di Romani intitolato “Ultima neve a Pradarena”!
Gli “esterni” preferiti da Pierluigi
Romani sono i grandi centri urbani, con i loro grattacieli
spettrali, le stazioni ferroviarie, i cupi sobborghi popolari negati
ai giochi dell’infanzia, ovunque si “consuma” la vita di milioni di
schiavi moderni. Ma anche le città storiche, dove ancor sono
possibili condizioni esistenziali umane, colpiscono la sua
sensibilità di uomo e di artista: così l’amata Verona, raffigurata
in decine di quadri, così l’incantevole Venezia, così la vecchia
Parigi.
Vario e ricco di opere esemplari è
anche il patrimonio romanzano delle nature morte, e pure quello
degli “scorci” provinciali, prevalentemente a soggetto
naturalistico.
Tuttavia, quello che più colpisce
nell’arte di Pierluigi Romani, per la sua singolarità e la
suggestione che esercita, è l’”epopea del jazz”, per la prima volta,
credo storicizzata con il magico uso delle forme, dei segni e dei
colori. Ed ecco la tromba di “Chet Baker; ecco il sax di Johnny
Hodges; ecco il trio vocale guidato da Fletcher Henderson; ecco i
caratteristici ambienti interni dei “santuari” del jazz, a New
Orleans, a Hollywood, a New York, a Philadelphia, a San Francisco;
ecco le fiabesche “nature morte con clarinetto”, gli originali
progetti grafico-pittorici per il “Festival del jazz” di Verona.
Ancora: i ritratti di Fats Walzer, Coleman Hawkins, Joe Venuti, Joe
Turner, Dinah Washington…
Pierluigi Romani conosce gli Stati
Uniti (ha partecipato a mostre itineranti di pittura a New York, Los
Angeles, Philadelphia, Santa Monica, Boston), e della grande nazione
americana ha colto gli aspetti più rappresentativi, ma questo è
avvenuto in anni recenti, fra il 1984 e il 1992; la sua passione per
la “leggenda del jazz” ha invece origini assai più lontane, datate
quasi certamente negli anni Cinquanta, quando il versatile artista
lucchese cominciò ad esporre le sue opere affrontando così il
giudizio del pubblico e della critica. Da allora l’intima adesione
al prorompente avvento dei canti popolari e delle musiche work,
songs, gospels, spirituals, blues, swing, bop non lo ha più
abbandonato. Ciò non va tuttavia interpretato in senso riduttivo.
Romani è infatti un pittore “completo”, che ha spinto e approfondito
le sue esperienze in molti campi: dall’astratto all’informale,
dall’immaginario al fantastico, al neo-impressionista, al
neo-simbolista. E le prove che ha dato non sono sfuggite a critici e
saggisti altamente qualificati, come Carlo Ludovico Ragghianti,
Luigi Carluccio, Antonello Trombadori, Pier Carlo Santini, Marcello
Venturosi, Enzo Fagiani. Essi, e molti altri, hanno sottolineato, in
particolare, l’eccezionale capacità dell’Artista di immedesimarsi
nei soggetti che gli stanno a cuore, mai “riprodotti”, sempre
“personalizzati” nella loro libera interpretazione: formale,
cromatica, contenutistica. Per una pittura “insolita”,
inconfondibile, di eccezionale “presa” emozionale. Una pittura che
non può esimerci dall’elogio.
GIUSEPPE BRUGNOLI
(Verona, 1999)
Pierluigi Romani ha avuto il grande
merito di rimanere sempre fedele a se stesso, nella sua lunga
stagione culturale ed esistenziale, con quella pervicacia che è
propria di una profonda convinzione artistica ed umana. Oggi,
raccoglie i frutti pieni e maturi di questa ostinazione, che a
qualcuno è potuta sembrare pigro attardarsi, ma che invece è sempre
stata vigile ed attenta ricerca, curiosità nello sperimentare ma
anche ferma consapevolezza dei propri mezzi e del proprio lungo
itinerario personale. Lontano dalle mode del momento e dagli “ismi”
d’accatto, Romani ha compiuto questo suo viaggio solitario e
appartato senza mai perdere la nativa curiosità per i raggiungimenti
e anche i tentativi dell’arte sua contemporanea, ma anche senza mai
perdere di vista l’aggancio segreto con la sua grande arte del
passato e con la sua numinosa lezione.
Così oggi le sue opere che
punteggiano un itinerario ampio e svagante mostrano una uguale
freschezza, una nativa solarità: antiche e moderne insieme,
recuperano senza piaggeria o indugi la lezione dei vecchi maestri
toscani, la fanno propria, la reinterpretano e la reinvestano, con
la felicità del narrare, del descrivere, del citare, dell’evocare
che è propria dei grandi, ma il suo racconto pittorico è anche
intriso di sottintesi, di arguzie e di ammiccamenti, di ironie e di
riferimenti culturali, di aneddoti e di sprazzi, così che egli si
sente e si dimostra completamente e comodamente, senza resistenze ma
anche senza obbedienze, inserito nel mondo e nella temperie
culturale che le è consentanea, di cui accetta e insieme scarta le
sollecitazioni, rifiuta o accoglie le motivazioni e le spinte
emotive, con la sovrana libertà e insieme l’istinto sicuro
dell’artista.
La dote fondamentale di Pierluigi
Romani, che gli ha permesso di passare indenne tra le opposte
attrazioni e gli insiti pericoli di un mondo artistico e culturale
che esplorava se stesso in cerca dell’evento ultimo, è stata ed è
infatti la libertà. Insofferenti di condizionamenti o di
insufflazioni, senza respingere nulla per partito preso ma anche
senza accettare nulla per comodità o per moda, egli ha percorso la
sua strada guardando ad un ideale alto di arte, e cercando di
presentarlo con serietà e schiettezza, con un linguaggio ricco ma
senza discorsi inutili, nelle sue tele. Che proprio per questo, con
la loro fermezza compositiva, con la loro forza evocatrice di cose
reali, persone vere, paesaggi sognati ma insieme esistenti,
continuano a rimandare un messaggio di verità, in cui la luce e i
colori sono usati come strumenti propri per un discorso compiuto e
concluso, non per un balbettio sperimentale.
Per far questo, Romani si avvale di
un mestiere di cui dimostra con solare pienezza, talvolta perfino
con il vezzo di qualche ostentazione di bravura, l’assoluta
padronanza. L’impianto compositivo è sempre rigoroso e accurato, le
campiture determinate con fermezza, l’uso del colore sorvegliato e
attento, senza sbavature, senza compiacimenti formali fini a se
stessi, ma anzi spesso sottoposto ad un grafismo di fondo che
sostiene tutta l’architettura dell’opera. In tempi in cui,
finalmente, anche il mestiere dell’artista si dimostra sempre più e
di nuovo soggiacente alla padronanza dello strumento, è dato poche
volte trovare un pittore che non smentisca operativamente questo suo
essere tale, e che dimostri come un lungo studio, una granitica
applicazione possano dare raggiungimenti impossibili.
Ma se la maestria tecnica e formale
è per Romani, come dovrebbe essere per tutti, un requisito
fondamentale, uno strumento lungamente forgiato e piegato ad
esprimere e a raccontare con accenti di verità, non basterebbe
questo, neppure unito allo spirito di libertà che ne caratterizza la
personalità di uomo e di artista, a fare di Romani uno degli artisti
italiani più interessanti, di più spiccata individualità degli
ultimi decenni. Libertà e tecnica sorreggono in lui un’anima di
poeta. Libertà e tecnica gli permettono di impegnarsi in quei
racconti brevi che sono i suoi quadri, animati dalla forza creatrice
ed evocatrice di uno spirito fanciullo, che ancora si meraviglia e
si commuove di fronte ad una visione naturale, che ancora si
entusiasma e si coinvolge davanti ad un suonatore di jazz.
Ed ecco allora le sue visioni di
città oniriche insieme e calligrafiche, aeree e sfumate in uno
spazio senza confini, in una dimensione senza tempo. Talvolta serene
come in un sogno, talvolta sottilmente, epidermicamente inquietanti
come sotto la minaccia di un incubo. Città di ricordi, ma più spesso
ricordi di città, filtrati da una sensibilità viva e umbratile,
reminiscenze affettuose con un velo di nostalgia e un’ombra di
ironia che redime i rimpianti. Ed ecco le solari, rivissute
nell’evocazione fantastica che le riporta nel mito, campagne della
Lucchesia, e insieme i giardini segreti dai mille sentieri che si
biforcano, nascosti da viluppi di liane e di fronde, con fiori
carnosi e lussuriosi che si divincolano e si sormontano per emergere
alla carezza del sole. Le nature morte assorte e misteriose, che
mantengono il loro segreto negli oggetti inanimati ma che acquistano
un’anima sotto il pennello del pittore, e la lunga teoria dei
jazzmen, i sassofoni e i clarinetti che si sciolgono e svaniscono in
note di puro colore, in vibrazioni sonoro-visive. Un inesausto
innamoramento, una inesaurita meraviglia, una gioia vitale che nasce
dall’anima ed è trasferita con immediatezza e spontaneità, con
grande felicità espressiva, dai toni e dai colori del suono ai toni
e ai colori della tavolozza.
E’ per questo, dunque, che Pierluigi
Romani è artista di oggi, immerso pienamente nelle tensioni, nelle
emozioni, negli stimoli dell’oggi, ma anche artista di sempre: per
il recupero di quei valori di fantasia, di libertà, di amore alle
cose, di stupore di fronte alla natura, che sostanzia la grande arte
di sempre
MARIO
ROCCHI (Lucca, 2002)
Sicuramente se chiedete ad un
appassionato d'arte se si ricorda quando è stata fatta a Lucca
l'ultima personale di Pier Luigi Romani, vi sentirete rispondere che
sono passati tanti anni e che Ilià da un pezzo non ci riesce vedere
le opere dell'estroso pittore lucchese. Ed è vero: Romani non ha
fatto mostre personali nella sua città da più di dieci anni e
raramente si vedono in giro sue opere. Non partecipa cioè a collettive "ruffiane", a mercatini vari, a
finte riesumazioni storiche. Eppure il pittore è attivo, ma la sua
attività trova la porta aperta per lidi più lontani: più di una sono
le sue esposizioni in Usa, varie in Italia ed in Europa, l'ultima a
Bruxelles. Il suo sguardo, che forse non è stato del tutto benevolo
verso la sua Lucca rea di aver ingigantito colossi d'argilla, è
rimasto teso, specie da quando chiuse con l'insegnamento per
dedicarsi interamente alla pittura, verso orizzonti più ampi. Se si guarda anche la bibliografia di Romani, ci si accorge che
grandi critici come Luigi Carluccio, Carlo Ludovico Ragghianti,
Marcello Venturoli, Pier Carlo Santini, Antonello Trombadori, si
sono interessati alla sua produzione artistica ed hanno sottolineato
le notevoli capacità del pittore lucchese. Perché la pittura di Pier
Luigi Romani vive di una sua particolarità, di una sua essenzialità,
di una sua originalità. E se il tutto si può far risalire al fascino
dell'espressionismo americano, il tutto si può anche far
ridiscendere verso una espressività che si ciba soprattutto di
elementi vitali di una cultura che è europea e che si evidenzia con
un approfondimento interiore alla ricerca dei misteri della nostra
esistenza. - L'interiorità con i suoi misteri - dice Giovanni
Cavazzini - con le sue zone umbratili, sembra prevalere in questa
fase della ricognizione di Romani, sull'apparenza oggettiva. Proprio
l'automatismo del segno tende a liberare, più che nelle opere del
passato, quegli elementi di "verità psichica", per usare un termine
di derivazione surrealistica, che formano il passaggio
dell'interiorità - . Dalla partecipazione emotiva verso certa pittura d'oltre oceano,
Romani riesce anche a cogliere la forza che può avere la ricerca
sulla materia:di essa sa trarre giovamento quando tratta la realtà
senza legami oggettivi ma rivelando ma piuttosto quella verità
interiore strettamente legata all’umano. Ne sono di esempio le opere
sul jazz serie di grande interesse che vede il romani protagonista
nella visione di un mondo di grande attrazione. I personaggi come
come gli strumenti diventano vita di un pensiero che li unisce e che
sistematicamente li valorizza. - Gli strumenti - dice Francesco
Butturini, - possono possedere la stessa pienezza di presenza dei
grandi interpreti del jazz che compaiono nella serie, e lo spazio
cromatico li può ritmare come essi sono stati il ritmo nella
fantasia e nel sentimento che dalla fantasia nasce. Il risultato è
la vasta, sonora orchestrazione di un quadro come "Satchmo's trumpet"
in cui par quasi di avvertire la presenza totemica del grande
jazzista proprio nella evidenza esistenziale dello strumento....". E Marcello Venturoli, a proposito ancora della pittura sul jazz:
“Qui le tecniche miste di Pier Luigi Romani assumono una
decantazione particolare: sembra quasi che nel reiterarsi musicale,
anche la visione si arricchisca, traducendosi in un più esemplare
cromatismo”. Ma se nel soggetto musicale le pennellate sembrano
seguire il motivo sincopato, lo stesso avviene per gli sguardi sulle
grandi città dove i grattacieli incombono con la loro miriade di
luci, o gli scali ferroviari con il loro intersecarsi di linee. Per
cogliere meglio gli aspetti costruttivi della sua pittura - dice
Pier Carlo Santini - giova forse avvicinare queste vedute di
paesaggi urbani, alle "periferie" ed ai "giardini". Qui si ha la
conferma della sua vocazione a trarre partito da ogni elemento e
frammento esterno per una incessante invenzione di temi grafici e
pittorici. “Ogni cosa è stata immersa in un bagno di colore” -
aggiunge Luigi Carluccio, - per poter entrare nel gioco serrato
delle forme, anzi delle figure che occorrono a Romani per richiamare
davanti ai nostri occhi e ficcare dentro le nostre coscienze, con
straordinaria delicatezza di modi e con molta gentilezza di segni,
la corruzione che mina il mondo reale sotto la sua maschera di
bellezza. E così i paesaggi di oggi, una visione in cui il Romani
rivive tanto il tratto galvanico degli studi e delle nature morte,
quanto la frammentata e fulgente pennellata dei quadri sul jazz,
sino alla monocromaticità dei paesaggi urbani e degli scali
ferroviari. In queste sezioni di vita naturale dove c'è sempre un
baratro al di sotto delle case, fatto di roccia dal colore
metallico, si ritorna al concetto primario della pittura del Romani,
quello dello sguardo scrutatore sull'interiorità che si maschera
perennemente, come in un carnevale di vita, dietro le più disparate
sembianze. Ed in questo, come nell'eccezionale capacità
tecnico espressiva, sta la vera forza del pittore lucchese.
MARIO
ROCCHI (Lucca, 2010)
Non è facile per un pittore uscire dagli schemi
tradizionali che la scuola o la cultura gli hanno impresso anche
non volendo, come non è facile distaccarsi dalla cultura
ambientale che uno subisce più o meno consapevolmente. Pertanto
all’impronta caratteristica della pittura lucchese del secondo
novecento, tutta narrazione nata dalla fantasia e
dall’immaginazione fabulistica, non è sfuggita la gran massa dei
pittori lucchesi pur validi. Salvo dovute eccezioni. Pier Luigi
Romani è una di queste. L’eccezione fra le eccezioni, se si può
dire. Perché il suo modo di dipingere è così personale che
l’accostamento può essere fatto semmai, per fonti di ispirazione
che rimangono occulte, ai grandi maestri della pittura moderna.
I quadri che sono presenti in questa mostra, prevalentemente
boschi selvaggi e paludi, possono essere considerati una sintesi
della sua espressività. Non solo per il mondo che ognuno di essi
porta dentro, un mondo che fa trasparire tensioni di vita che si
sono accumulatein
ognuno di noi, oggetti in mano al caso che qualcuno insiste a
chiamare destino, ma per il lavoro specificatamente creativo,
cioè il lavoro di pennello, di pastello, di levare e mettere che
il Romani fa come dettato da qualcosa di interiore, in maniera
concitata ma metodica, per costruire le figure che vede come
immagine della mente e che prendono corpo mano a mano che
l’atmosfera, perché è quella che conta, immerge il tutto nella
sua morbidezza avvolgente. Non si può allora fare a meno di
ricordare il percorso lineare che ha fatto il pittore lucchese.
Dai suoi timidi approcci con la nuova figurazione che datano
tempi giovanissimi, agli splendidi ritratti come quelli di
Giacometti, alle panoramiche di stazioni ferroviarie con scambi
che si sentono sferragliare, alle figure comprese nella loro
umanità ma anche nel loro valore artistico ritraenti suonatori
di jazz, musica a cui il Romani è molto legato, agli aeroporti
con i mastodontici aerei simbolo di grandezza e di potenza (o di
vanagloria?), alle periferie dai grandi casamenti, per approdare
a questi quadri di notevoli dimensioni in cui l’artista sembra
giungere dopo un percorso travagliato, per distendersi l’animo.
Ma se lo sguardo è volto a qualche nome dell’impressionismo, non
lo è allo spirito di pacato e felice vedutismo che ispirerebbe.
Qua è la forza espressiva che ha la meglio sul distendere dello
sguardo. I rivi paludosi che scorrono lenti fra alberi contorti
come mangrovie, l’acqua stagnante che interrompe l’intersecarsi
selvaggio della natura, gli alberi che non svettano imperiosi ma
si allungano l’uno fra l’altro per cercare in tutte le direzioni
la vita che sta in alto, alberi ritratti durante la scabrosità
dell’inverno non nella floridezza dell’estate, sono i personaggi
che a loro modo compongono il racconto che Pier Luigi Romani fa,
un racconto che non si avvale di personaggi umani ma della
natura che lui sa caricare di profonda umanità. Non è un
racconto lineare ma frastagliato, non pacato ma concitato, non
studiato ma impresso, eppure la composizione del quadro ci fa
capire che niente è frutto del solo istinto ma la pennellata è
in un certo senso studiata, calcolata, muovendo sì dalla
pulsione emotiva, passionale, indispensabile per il trasporto
del sentimento ( cosa è l’arte se non traduzione di sentimenti?)
, ma nel rispetto della creazione dell’essenziale che è appunto
“creazione” e non improvvisazione malsana. E’ nel sentimento
dunque che Pier Luigi Romani si immerge; non sentimento
epidermico, superficiale, non aleatorio, volatilizzante, ma
sentimento corposo come sono corposi l’amore e l’odio, la pietà
e la malvagità. E’ di questo genere il sentimento della natura
che l’artista sente come suo e per tale ragione sa darne corpo e
vita tanto da farcelo sentire su di noi, dentro di noi, quandoammiriamo quelle opere che per la grafia e i colori
riescono, a volte, a farcidimenticare i soggetti per godere puramente della
creazione cromatica, dei segni e delle linee come si gustano in
un quadro astratto. Questa è l’essenza della forza creativa di
Pier Luigi Romani.
Nella
sensibilità moderna di Maurice Blanchot la catastrofe è l’ultima
figura che emerge nel suo percorso di saggista, in cui convergono
tutte le memorie, tutte le immagini del pensiero che sono state via
via avanzate nella sua L’écriture du
désastre[i]:
la notte e l’alba, il fuori e il dentro. Essa attraversa l’io per
toccare quello che nell’anima scivola verso “l’immanenza e
l’imminenza”, che non ha più alcun spessore né spaziale né
temporale. La catastrofe incombe ma non è passato, in quanto il
ricordo muove dall’oblio e attraverso l’oblio, e non è mai futuro.
Entrambi appartengono all’imminenza del disastro che trova nell’ékphrasis
benjaminiana dell’Angelus
Novus di Klee la sua lucida epifania: “dove ci appare una catena
di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua
rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi”[ii].
È a questo
punto che la ricerca artistica di Pierluigi Romani sembra incrociare
la thesis di Blanchot, con
una “scrittura” pittorica che produce il testo e la sua assenza,
traccia e destituisce se stessa: apre nel tessuto del quadro la
faglia, la fessura che rinvia al suo fuori. Ma se il testo è il
mondo, il fuori testo è il fuori del mondo, che rimane così
inammissibile alla descrizione della figura, quasi fosse eclissata
negli interstizi di un linguaggio frantumato o sparisse
nell’evidenza della sua configurazione. Per l’autore de
L’enigma della palude, una
tecnica mista su tela del 1999, la catastrofe è la notte, da cui
Blanchot era partito nella Part du feu[iii],
ma è una notte che è ora senza luce e senza tenebra, una notte senza
notte, un illimitato senza sguardo, che non può non misurarsi in
quel “non-luogo” che è appunto un pre-testo: un altro testo ancora,
all’infinito, fino al disastro.
Quasi dieci
anni fa Marlène Zarader[iv],
in un suo studio intenso e significativo, ha cercato di tracciare
delle corrispondenze tra le figure blanchotiane e alcuni grandi nodi
della filosofia del Moderne:
la notte, ovvero il dibattito con Hegel; il fuori, ovvero il
confronto con Husserl; il neutro e
In cammino verso il linguaggio
(Unterwegs zur Sprache), ovvero il dialogo con Heidegger. In
realtà, al di là di indubbie inflessioni estetiche con il pensiero e
con la scrittura di Blanchot, il nodo dell’avventura pittorica di
Romani non è solo qui: non è nella filosofia
tout-court. Nella tempera
La sposa del vento del
1960 si apre nel nome di Klee e nell’acrilico
Risveglio all’alba del
2005 si chiude nel nome di Anselm Kiefer, con un intermezzo
giacomettiano che anticipa nello spazio aperto della pittura
postinformale il senso ultimo e sfuggente della sua tavolozza.
Per Romani
Blanchot è la scrittura frammentaria, la parola che diventa plurale
perché, attraverso le crepe e le schegge che essa solca, scopre
quello spazio vuoto della notte, il vuoto del fuori: uno
“smarrimento nomade” come la penna che si muove insensata sul
foglio, senza sapere dove questo movimento conduca, senza ipotizzare
nessun senso alla fine. La pittura dell’artista lucchese produce
quindi, come hanno riconosciuto i suoi esegeti più avveduti – da
Carlo Ludovico Ragghianti a Luigi Carluccio, da Pier Carlo Santini a
Jean Piere Jouvet e a Mario De Micheli – la sua stessa assenza: la
pittura de-écrit che
investe anche il neutro e provoca la “rottura silenziosa del
frammentario”. Come dice Borges nei
Textos recobrados, “forse
questa verità non è così assoluta ma, almeno per un istante, è
sorprendente vedere nelle ultime tendenze qualcosa che ricorda il
divino crepuscolo, il rosso sfiorire, il canto del cigno della
retorica”[v].
Mentre la
dimensione temporale di Romani coincide con l’emozione, meglio con
l’istinto, la sua dimensione spaziale è ridotta, limitata,
condensata nella visione. Tempo dell’istinto, spazio della visione
e, giacché l’istinto s’incarna nella visione, esemplarmente tempo e
spazio collimano sino ad identificarsi in un’unica, concentratissima
situazione esistenziale, che può essere interpretata come
archetypos dell’indissolubile connessione fra identità e alterità,
assunta quale connotato peculiare della condizione umana, dove
persino il pieno e il vuoto di “une tête – scrive Jean-Paul Sartre
per Giacometti – devient un archipel”[vi].
Il principio di realtà oggettiva svanisce in una costellazione in
cui corpo e spirito non si annullano in un’unità superiore
mirabilmente conciliata, in una totalità metafisica, ma piuttosto
parlano un linguaggio, esso stesso complesso e plurale, fatto di
“figure” che oscillano per così dire fra due mondi senza cancellarne
la differenza, ma piuttosto rendendola visibile: offrendola
all’esperienza del senso, nella prospettiva indicata nel
Protagora di Platone, sulla condizione umana come
hen-dià-dyo,
“uno-mediante-due”.
II.
Gli
autoritratti che Romani dipinge tra il 1956 e il 1957 ci paiono gli
incunabili dell’astrazione lirica cui giungerà qualche anno dopo,
con folgorante immediatezza, la creazione di un vocabolario di forme
geometriche, che esplora il visibile, che lo genera senza avvalersi
di un modello da riprodurre, lasciando affiorare sulla superficie
della carta la configurazione simbolica suggerita inconsciamente
dalla necessità interiore. Se nelle figure, di vaga intonazione
matissiana, è la regola a correggere l’emozione, è la
phronesis espressiva la
più sicura alleata del giovane artista contro il gran flusso del suo
sangue oscuro e tumultuoso, dei suoi sensi in agguato, nella serie
Festa di compleanno del
1958-59, tutta intrisa di rossi e di azzurri, compaiono cerchi,
triangoli, filamenti, che sembrano rinviare a Kandinskij più che a
Klee, e si vanno contemporaneamente affermando architetture
rettangolari, lunghe e assotigliate, che si dispongono l’una accanto
all’altra in una sorta di scala tonale, di visiva rappresentazione
musicale.
L’inevitabile processo di frantumazione del reale[vii]
che Romani deve affrontare nel percorso verso l’informel ha, nel Mago di Oz n.
3 e nel Pierino e il lupo,
entrambi del 1961, un momento di radicalità, pur conservando ogni
opera un miracolo formale intuito repentinamente nel disordine: la
disintegrazione delle cose è colta in un momento di sospensione
dell’eracliteo logos aion, come se il movimento si fosse arestato, e le figure e la
natura ci apparissero sull’incerto crinale tra caduta e
lievitazione. Qui, e più ancora in
Labirinto City “Area 2”
del 1962, Romani è un action
painter che arriva a dominare il caos dell’esistente, dopo un
furioso corpo a corpo con il corruscare dell’intuito; ma questo
intuito è di una laica trasparenza, imparentata con la ragione e la
coscienza piuttosto che con metafisiche ispirazioni. Come la
barbarica immediatezza di Dubuffet, la materia lo ha spinto a
ripudiare ogni eredità delle avanguardie del Novecento e ad
impegnarsi in una creazione veramente
orpheline della storia
dell’arte.
È come la
scoperta densa e gestuale del colore che inizia la fase matura
dell’indagine iconica di Romani. La materia in
Trame sospese del 1961-62
e in Improvvisazione del
1964 si configura come l’embrione originario che determina la forma
e sostanzia la visione: gesto di disperata rivolta morale contro il
sistema che vorrebbe distrutta con la morale la ragione stessa
dell’esistenza e della cultura, tanto da far scrivere ad Adorno che
dopo gli orrori di Auschwitz la filosofia era entrata in una no man’s land[viii].
In queste opere ogni grumo, asperità, screpolatura, è in grado di
stimolare l’immaginazione mettendo in moto la dinamica dei processi
associativi; ogni macchia, traccia, segno che affiori alla
superficie, si traduce in occasione e motivo di racconto, di
scientia melancholica tra
forze del bene e del male, una lotta angelica di spade fiammeggianti
contro il viluppo delle tenebre. Forse anche Romani vorrebbe, come
Pollock, essere rapito in una palla di fuoco, librarsi sull’umanità
come un arcangelo vendicatore e forse ne
L’ombra della notte del
1961-62 invidia il raptus
di Wols, che gli fa vedere non in un al di là, ma dal rovescio, e
con allucinante chiarezza, i mali del mondo[ix].
Entro il
linguaggio della Pop Art,
Romani sa ritrovare subito alcune perfette equivalenze con i
risultati della precedente fase informale. Prima contavano
soprattutto certi grovigli intensi e vitali che parevano nascere
sulla superficie della carta come dei “fuochi” centrali, degli occhi
del tifone, alleggerendosi però subito dopo per il resto dello
spazio in lunghi strascichi rarefatti, ora, con
Eddie in viaggio n. 3 del
1964-65, tradotto in un sistema di forme oggettuali, quello stesso
linguaggio si riconosce nell’improvviso emergere di dettagli tratti
dal cartoon con tutta
evidenza, anzi materializzati con improvvisa concretezza
ectoplasmatica, uscendo fuori dallo stato di nebbia o di ombra in
cui indugiano tutte le altre parti della composizione. Partendo da
quanto già suggerito dai “novorealisti” Raymond Hains e Jacques de
la Villeglé, il procedimento del collage si fa qui equivalente al
funzionamento di un pensiero deconcentrato, ricettivo in maniera
discontinua tanto alla polisemia di una messe incalzante di messaggi
d’ingresso, quanto all’affiorare altrettanto precario di non ancora
elaborati frammenti di associazione dal proprio vissuto; insomma
siamo al possibile ultimo atto dell’eccitazioni di sensi e
immaginario indotti dalla flânerie urbana.
III.
Davanti a
dipinti di Romani quali Fumeurs del 1966,
La città avanza del 1968, La
stanza del jazzman del 1970, ci coglie una sorta d’inquietudine,
e s’insinua in noi un disagio che lentamente scava la parte più
nascosta della psyche. Per
Rimbaud, come per Romani, non si è solo stranieri in patria, ma si è
stranieri a se stessi: io è un altro ed è possibile recuperarne
profili e schegge attraverso La stagione all’inferno e lo sregolamento di tutti i sensi, o lo
smottamento di ogni principio morale stabilito in “Matinée d’ivresse
dalle Illuminations,
oppure attraverso l’inferno per giungere magari, dopo un viaggio
immenso, come nel “Bateu ivre”, nella pozzanghera da cui si era
partiti. L’arte del Novecento – da Giacometti a Bacon, da Beckett a
Kafka – rende visibile la nostra condizione di esuli, ma anche
l’altra patria, quella del senso che come esuli abbiamo perduto, e
che viviamo soltanto in frantumi del mondo[x].
Nella
distruzione della cultura del secolo scorso, Romani vive
drammaticamente una visione della pittura che è ancora una
corrispondenza dell’essere. Se il suo periodo astratto-informale è
sentito non come uno stacco, ma come un modo d’apertura, la
figurazione degli anni Settanta è sentita non come apparenza
fenomenologica, ma come allucinazione, cifra più assoluta e
disperante di una metafora. Il teologo Karl Barth pone la morte e il
dolore sul lato sinistro e notturno della creazione, su quel lato
che egli definisce das
Nichtige, il niente su cui Dio, nella sua prospettiva, domina ma
non riesce a liberarsene. Questo paradosso porta
l’aletheia, la verità a
una tensione irrisolvibile, che cade in un’oscura crepa, in un
cretto buio: nello spazio nero dell’indicibile che ha messo in
scacco il pensiero dell’Occidente.
Forse da una
simile concezione del male come mistero discende l’idea, in Romani,
che la notte come souffrance sia di per sé irrappresentabile. Così in
Quartiere Kiefboek a Rotterdam
del 1967, memore dei famosi nocturna seicenteschi dell’enigmatico maestro olandese Hercules
Seghers, la pittura non è il luogo, la deriva di segni linguistici,
la percezione di una pienezza, di un’unità vissuta, di un’evidenza
del mondo, ma piuttosto la fugacità e lo struggimento della forma,
l’orizzonte figurale dell’eclisse. Provocando una lacerazione
nell’infinito interminato del possibile, le cose hanno origine dall’apeiron,
dall’interminato, dunque dalla non-cosa che suggella il regredire
dell’azione della mano dell’artista nella stasi, ovvero il
risolversi dell’informe nella forma: un informe che s’impossessa
della forma, come il segno incrociato che la fa e concorre a
bloccarla, costruttiva-distruttiva, in quanto allusiva – come
credeva Nietzsche – che il “tutto sconfinato” porta l’essere al
mutamento, alla nascita e alla morte[xi].
C’è nelle
tele di Romani Natura morta
con giornale del 1974, Atelier di via Guinigi del 1976,
Clarinetto e mobile d’epoca
del 1978 e Studio per un
ritratto di Dina Washington del 1980, la rinnovata assunzione
della lezione ottica di ricostruzione della forma di Gianfranco
Ferroni, e ci sono anche delle affinità evidenti con certe opere
apparentemente simili, ma assai più ridondanti di dettagli, di Renzo
Vespignani, ma c’è soprattutto una sartriana
Apparition interrogative, quella più vicina a
L’être et le néant, che le rende uniche. È come se le cose e le
persone, pur rappresentate in una sorta di stato di silente
abbandono, di attesa, di solennità che accomuna figure e oggetti,
non appartenessero fino in fondo al mondo in cui sono radicate,
quasi esprimessero una riserva latente di aderirvi, e si trovassero
dentro un sogno da cui non possono evadere. I colori sono percepiti
nell’orizzonte della pittura, dalla lontananza al declino dei
simboli, alla traccia dell’assenza: l’espressionismo dei rossi, la
diafana nostalgia degli azzurri, l’ebbrezza dei blu, la notte dei
neri, la malinconia del grigio.
Poi c’è in
dipinti come Studio per un ritratto di Joe Venuti del 1980-81 e come
Dedicato a Miles Davis del
1982 una sospensione del tempo che trovo dello stesso sentimento, in
un qualche modo, a certe esperienze dove il visibile pare sul punto
di consumarsi di Lucian Freud e di Chaïm Soutine: anche se nel primo
c’è sempre un’evocazione che sconvolge e butta per aria la lettura
convenzionale dell’immagine, e nel secondo a una lancinante lama di
solitudine che fa sanguinare tutte le sue rappresentazioni. Ma così
è anche in alcune prove di Romani, che esprimono – ad esempio in
Teatro di memoria del
1984-85 – qualcosa che potremmo definire ancora con Blanchot che è
necessario “vegliare sul senso assente”[xii],
il che vuol dire appunto vegliare sull’assenza di senso: vigilare
per mantenere questa assenza.
IV.
Spesso si ha
l’impressione che Pierluigi Romani stia dietro le quinte, che spii
in un gioco di specchi, che si occulti come Musil dell’Uomo
senza qualità che ipotizza nell’incesto tra Ulrich e Agathe il
rapporto che potrà portare a comunicare: il suo avido guardare è già
un possedere a distanza. Ma c’è contemporaneamente, sebbene meno
palese, la posizione del voyant, del contemplatore; e mentre il
voyeur non sa ciò che sta per scoprire, il
voyant sa quello che guarda. Negli “Studi per un ritratto ad Alberto
Giacometti” del 1992 e del 1993 l’artista toscano non ignora quello
che Verlaine chiama l’écartement
autre, anzi parte proprio da esso: scarta qualsiasi tipo di
sublimazione o di idealizzazione classica, e punta interamente verso
l’au-delà, mettendo in evidenza il non fattibile per portare a galla
sulla tumultuosa superficie di quei volti, l’indicibile, il
nascosto, il segreto[xiii].
Non è soltanto il soggetto a polarizzare la sua attenzione dal
momento che per coglierne l’essenza profonda ne contamina i
lineamenti con segni labirintici o li decompone con macchie
policrome che porta a un’espressione diretta, sincopata, tenera,
sfogata, insofferente di sintassi[xiv].
Più che
A proposito di Venezia n. 2
del 1993, in Natura morta con
pennelli del 1995 è come se Romani concentrasse, trasformasse in
luce impura, in arresto o in lentissimo trascorrere del tempo, le
solitudini, le sopraffazioni, le ferite dell’anima, il racconto per
immagini dispiegato in tracce, in ricordi, in oggetti significativi,
eludenti le narrazioni, per accumulo: ciò che era stato finora
palese nella sua nouvelle figuration. E tenesse tutto questo come presenza
invisibile, come sedimento, come
horror vacui, come
angoscia diffusa e dissolta dentro, sotto, intorno alle figure della
sua nuova eclisse, che contiene la precedente in fantasma, in poesia
concentrata, trasformata in stile. In questo periodo di passaggio
dalla figurazione al clima del “Naturalismo moderno” teorizzato a
suo tempo da Francesco Arcangeli[xv],
Romani ha perso le illusioni, una parte delle speranze, quelle per
il presente, ma non il dolore, il senso tragico dell’esistenza, che
secondo Eschilo è la fonte primaria del sapere.
Su questa
linea pare che corra un doppio binario che conduce Romani a due
diverse destinazioni: da un lato l’ambiente domestico con i segni
emblematici dell’operosità e della vita, con i depositi del tempo,
con le impronte delle predilezioni segrete e del passaggio dell’être
ou non-être del mestiere del pittore; dall’altro il luogo in cui
compaiono e si addensano i simboli dell’età tecnologica e dei
consumi, mai spogliata però da tutti gli incentivi e i pericoli di
estraniazione umana. L’intimismo delle sicure emozioni contemplate
sulla soglia di una misteriosa inibizione, qualche cosa che ci
arresta, ci disorienta, cede il posto all’osservazione di forme e di
momenti che sono disgregativi e disperanti. Nel ciclo “Cargo in
airport” del 1996-97 egli non fa nulla per rendere enigmatiche le
sue composizioni, ma proprio per questa nitidezza ottica di
superficie esse traducono la loro altissima decifrabilità in
un’indecifrabilità profonda: tu vedi ma non vedi, l’immagine è
chiarissima ma non ti appartiene, senti che sei ineluttabilmente
estraneo.
Senonché,
entro la chiarezza luminosa che è conquista della realtà, ingresso
nel clarus candor
dell’anima senza confini che crea e nomina le cose, l’ombra è
un’insidia; essa non cancella le apparenze, le rende più vaghe, più
difficili e più misteriose: è un’ala che scende come un brivido di
paura o come l’affioramento della
tristitia di un ricordo.
Sotto la pelle colorata del mondo degli aeroporti Romani è ormai sul
punto di scoprire il limite a cui si arresta l’infinità del rapporto
uomo-natura. Oltre il limite viene meno la romantica totalità dello
spirito e cresce l’illimitato, ripetizione e moltiplicazione del
sempre-uguale, dove si riversa tutto nella pista translucida come
uno specchio o nella sagoma della fusoliera vista dall’alto,
sommergendola, dissolvendone il metallo. Insomma, facendo dell’aereo
qualcosa di fosco e funereo, l’artista sembra costretto a provare la
propria oggettività di res
extensa prima di scomparire nella vitrea staticità temporale,
che costruisce – come chiarisce Blanchot – la
désoeuvrement, la
disoperazione insieme all’opera e nell’opera della propria stessa
assenza.
V.
Per Romani
aderire al moderno non significa abbracciare la furia divorante del
presente e neppure l’avanguardistica prefigurazione del futuro. Del
resto, egli non ha bisogno di ricorrere al
Da-sein, del “modo di
esserci” di Heidegger per sapere che il futuro è nel presente come
dimensione dell’esistenza, affermazione che “L’origine
dell’opera d’arte si muove consapevolmente, e tuttavia
inespressamente, nella direzione del problema dell’essenza
dell’essere”[xvi].
La letteratura e la filosofia degli ultimi due secoli ha conosciuto
attimi di vera e propria sospensione del tempo: di esse è intessuto
tutto il corso dell’esistenza, che pare scoprire nella malattia
l’accezione estrema della verità. “Nell’attimo che precede l’attacco
epilettico, dice Myškin ne L’idiota di Dostoevskij, mi si fa comprensibile il sensodi questa strana espressione: non ci sarà più tempo”. È la
stessa esperienza pittorica, a partire dal 1998 di Romani, che trova
nel pensiero di Jean-François Lyotard una sua spiegazione: “Le cose
che noi crediamo essere durature sono in quanto tali pure
finzioni. Se tutto scorre,
la transitorietà è una qualità e l’immortalità è solo un’illusione”[xvii].
La pittura
di Romani ha permesso di superare la lingua del concetto nel
linguaggio delle figure dell’Andersdenken, del pensare altrimenti, che permette il rappresentare
la natura come tensione, come spazio di contraddizioni, come una
costellazione in cui corpo e spirito non si annullano in un’unità
superiore mirabilmente conciliata, in una totalità magica, ma
piuttosto parlano una “lingua” complessa e plurale che oscilla per
così dire tra due mondi senza cancellarne la differenza, ma
piuttosto rendendola visibile: offrendola all’esperienza del senso e
del phatos. È la dinamica
interna della sua pennellata che si traspone dal piano della tela su
dimensioni plurime, su direzioni spaziali, e lungo queste direzioni,
come lungo i raggi che emette un riflettore, protende maremoti
policromi e spettralità tenebrose, materializza, non più nel gesto
ma nello sbriciolamento e deperimento dello scorrere delle acque di
un torrente o di un fiume, la sua irruenza primigenia.
La tematica
di Romani è piena di ritorni, ciclica, come gli eventi della natura:
il fiume è sempre lo stesso, ma l’acqua che fluisce è sempre
differente. La mutazione in sé di un’opera d’arte, ci ricorda Giulio
Carlo Argan, è intrinseca paradossalmente alla sua medesima
irripetibilità; uno stesso spunto dà origine ad una serie di
immagini simili non solo nello stesso momento, ma, sia pure
modificante dalle esperienze intercorse, a distanza di decenni.
Poiché la sostanza del morphe, della forma, cioè il tempo della sua costituzione, è
sostituito con un tempo sempre altro, “quale che sia la sua
antichità l’opera d’arte si dà sempre come qualcosa che accade nel
presente”[xviii].
Il problema non è ricomporre il passato, ma redimerlo. Tale
redenzione secondo Benjamin è possibile nell’istante in cui un
frammento del presente che viviamo s’intrama con un frammento del
passato che ricordiamo, e nella tensione che si apre tra loro, nella
loro disuguaglianza, si sprigiona il senso dell’hic
et nunc, dell’ora e dell’allora.
In effetti,
Romani non persegue una ricerca formale perfettamente definita come
Rimbaud (e penso all’affondo emotivo
en avant della sua lirica)
riprende spesso temi passati e li rielabora.
Canale scolmatore a Rastat
del 1998-99, per esempio, sembra investigare alcuni sintagmi di
Dal fondo dell’inconscio del 1963 e potrebbe collocarsi nella
serie che, abbiamo definito, richiamando Michel Foucault,
“costellazioni del paesaggio”[xix].
È un’immagine alla deriva dello spazio, già sfatta, abbandonata dai
suoi contorni. È vero che un gran segno nero brucia in quel rovello
materico, come una fiamma che arda oltre il disfacimento; ma al
fondo grava, collegata alla furia dei sensi, la certezza dell’obsession
du vide che si fa remoto grembo, spalto prolungato e solenne,
poetica distanza, dove terre, anfratti, verdi, grigi, ruggini si
aggrottano in visioni misteriose o si smarriscono in un impossibile
notturno.
Ancora una
violenza cromatica, quasi tentazione di un oscuro impulso
espressionistico e barbarico, avvertiamo in
Ho occupato le terre della
palude del 2000-01, in cui le tensioni fra il denso della
boscaglia e il vuoto dell’acqua, il piatto del cielo e il germinare
delle erbe, muovono da una koinè culturale che è quella dell’Ukiyo-e,
del “mondo fluttuante” della xilografia giapponese riletta
attraverso le esperienze parigine del secondo dopoguera: Fautrier,
Dubuffet, ma come dilatati con ritmi larghissimi che intendi solo
attraverso il “cataclisma incenerente[xx]”
dei Neue Wilden tedeschi
Anselm Kiefer, Sigmar Polke e Gerhard Richter. Con
Frontiera estrema del
2000-02 e con Labirinto
fluviale del 2005 è un quadro solo di acque morte, di detriti,
di pantani, come certi dipinti di Constable solo di nuvole, di
Turner solo d’aria, nebbia e vapori: lo spazio malarico come
universo informe, la curvatura dell’orizzonte, un nulla che si
protende e prende o, almeno, respinge: una tossicità insieme cosmica
e umana[xxi].
Un parallelo
con Suoni notturni del 1959-60 si può indicare in Pierres paysage del 2008-09. Perfino i tronchi degli alberi sono in
agitazione; in alto trasparenti, come lavati da una tecnica mista –
olio, acrilico, grafite e gessi – assai diluita, in basso sabbiosi,
grigi e terra di Siena bruciata; il nucleo di questi
terrains vgues risalta in
cupi viola di vinaccia su qualche traccia di verde marcio e di
azzurro cobalto. Così la gamma si rovescia: i viola e i grigi
portano avanti i grossi tocchi neri, lucidi come diamanti, come
certi cabochons delle pale d’altare medioevali. Eppure, si avverte in
entrambe le opere, intuisce giustamente Ragghianti, “cicli d’insetti
ingranditi a dimensione umana, indifferenti e distruttivi, immagini
essi stessi di un pericolo dell’uomo di retrocessione nell’animalità
più sensibile, come nell’epicedio profetico di Kafka”[xxii].
D’altro
canto, in tele quali O.K.
Anselm Kiefer del 1999, L’enigma della palude n. 2
del 1999-2000,
Itinerario lagunare del
2005 e Orrido n. 1 del
2009, Romani è arrivato al suo rimbaudiano sole nero, al buio
splendente, a una condizione in cui i valori non sono più legati a
niente, né a cose né a colori, e la nostra mano li trova alla cieca,
per una speciale qualità, un loro timbro spiritualmente più puro nel
quale – com’è scritto nella Genesi, “Tenebrae erant super
faciem abissi”, le tenebre erano sulla faccia dell’abisso. Si
direbbe infatti che in quel suo muoversi sulla materia inerte, come
su una tastiera, la mano susciti, quasi comunicandole la propria
febbre, uno sgorgare improvviso di suoni e che i colori non siano
che l’equivalente visibile, notturno, di quella musica. Il gesto di
Romani che cancella, eclissa la figura, passa ora dal disegno al
colore, in quelle “materiologie” incrociate, ripetute, che rigano lo
spazio come certi white
writings di Tobey o gomitoli segnici di Giacometti; ma con un
fervore, una tensione poetica che sa resistere anche alla
disperazione.
[i]- Gallimard, Paris, 1981; trad.
it. di F. Sossi. La
scrittura del disastro, SE, Milano, 1990. Blanchot ha
ben capito il valore deprimente del “superamento del limite
insuperabile”. In L’experience-limite del 1962 dichiara: “Il divieto segna
il punto in cui cessa il potere. La trasgressione non è un
atto del quale, in date condizioni, la potenza di dati
uomini potrebbe mostrarsi ancora capace. Essa designa ciò
che è radicalmente fuori portata: raggiungere
l’inaccessibile, valicare l’invalicabile”. La trasgressione
fa parte anche dell’indagine pittorica di Romani: anzi, è il
punto in cui l’artista avverte la propria inattualità, ma
per farsi vivo, in quel grido, come attualità cosmica
dell’universo. Quel grido è il segno dell’impossibilità, il
segno per dirla con Blanchot che “ciò su cui non possiamo
più potere” è raggiunto, dietro tutto il possibile.
[ii]- Walter Benjamin,
Sul concetto di storia,
Einaudi, Torino, 1977, p. 36.
[iv]-
L’être et le neutre. A partir
de Maurice Blanchot, Verdier, Lagrasse, 2001.
[v]- Jorge Louis Borges,
Il prisma e lo
specchio. Testi
ritrovati (1919-1929), a cura di Antonio Melis, Adelphi
edizioni, Milano, 2009, p. 15.
[vi]-
Sartre e l’arte, a cura di Michel Sicard, edizioni Carte Segrete,
catalogo della mostra a Villa Medici, Roma, 1987, p. 58.
[vii]- Sulla scorta del Blanchot de
L’entretien infini,
come abbiamo già notato per altri testi dello scrittore e
saggista francese, Romani sembra incarnare “una moderna
fiaba raccontata a se stesso e agli altri, in cui il mito si
carica di segni lievitanti, e le cose e le persone appaioni
irreali – d’una realtà differita, spostata verso un ordine
diverso – e come viste dietro uno scherno deformante. Uno
schermo che, a tratti, le confonde e le annebbia o,
altrimenti, le illumina d’una nitidezza ambigua, d’una
fisicità tanto stagliata e perfetta da riuscire sospetta,
inquieta, allarmante” (Giorgio Seveso, “America”diPierluigi Romani,
presentazione al catalogo della mostra personale alla
Galleria “Solferino”, Milano, 1972.
[viii]- “La critica della cultura si
trova dinanzi all’ultimo stadio della dialettica di cultura
e barbarie: scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di
barbarie, e ciò avvelena la stessa consapevolezza del perché
è diventato impossibile scrivere oggi poesie” (Theodor
Wiesengrud Adorno, Critica della cultura e società (1949), in
Prismi, trad. it.
di C. Mainoldi, Einaudi, Torino, 1972, p. 22).
[ix]- “È stato detto che in Romani
si avvertono echi di Kokoschka e di Soutine, che il modo suo
di astrarre può somigliare a quello di Morlotti; e se con
questi nomi si vuole intendere che l’artista non è un nuovo
figuratore tout court,
di radice naturalistica come fu il contraltare
dell’astrattismo del 1950 al tempo della polemica dei
neorealisti con Lionello Venturi, certamente si dice una
cosa giusta. Ma diversi altri artisti della generazione di
Romani hanno scavalcato il vero, per esempio per via
surrealista, o per via iperrealista (che è una negazione di
un vero da interpretare, per una presa di possesso di un
vero pupillare, negativo) mentre Romani, rifacendosi al
segno elettrico dell’espressionismo astratto, in specie
nordamericano, ha dato un’impronta tutta sua alla temperie
delle grandi città, ai suoni divenuti colori: in lui resta
assai più forte e operante la lezione di Pollock di quanto
non sia quella dei padri espressionisti” (Marcello
Venturoli, La pittura
di Pierluigi Romani, presentazione al catalogo della
mostra personale alla Galleria “Davico”, Torino, 1979).
[x]- Razionalità e spiritualismo,
visibile e invisibile, come ha intuito Robert Musil (Tagebücher, a cura di A. Frisé, Rowohlt, Reinbek bei Hamburg, 1976;
trad. it. a cura di E. De Angelis in
Diari, Einaudi,
Torino, 1980), sono inadeguati a descrivere l’esperienza del
moderno, l’esperienza frantumata e “eccessiva” della
metropoli. “Lo spirito moderno non separa le due cose, non
fa né l’una né l’altra, bensì qualcosa di misto”. Sullo
stesso argomento si veda Pietro Citati,
I frantumi del mondo,
Rizzoli, Milano, 1978.
[xi]- Cfr. Friedrich Nietzsche,
Sull’utilità e il
danno della storia per la vita, in
Opere, a cura di
G. Colli e M. Montinari, Adelphi, Milano, 1964. Il filosofo
tedesco è lo scoglio centrale di tutto il moderno che
interessa molto a Pierluigi Romani: nei suoi aspetti
distruttivi, decadenti o mistici, e nei suoi aspetti critici
e costruttivi.
[xii]- Principalmente si vedano i
seguenti testi blanchotiani:
De Kafka à Kafka,
Gallimard, Paris, 1980, trad. it. di “AA.VV., da
Kafka a Kafka,
Feltrinelli, Milano, 1983;
La communauté
inavouable, Minuit, Paris, 1983, trad. it. di M.
Antomelli, La comunità inconfessabile, Feltrinelli, Milano, 1983.
[xiii]- “Il problema resta semmai
quello di verificare nel vivacissimo, inarrestabile flusso
delle forme, ciò che l’artista vuole significare sul piano
dei contenuti morali e sentimentali. Resta questo problema,
perché l’enigma, l’ambiguo, il contraddittorio sono parte
costitutiva di un operare per modi e simboli e segni che
poi, in definitiva, nascono e crescono nel vorticare
inesorabile della fantasia. Romani d’altronde non
accetterebbe mai di fermarsi, pur di rendere più trasparente
un certo significato:
il quadro è un organismo che pulsa e vive fino all’ultimo,
fino all’approdo ultimo di un viaggio che può toccare lidi
ignoti e terre inesplorate” (Pier Carlo Santini,
Pierluigi Romani,
presentazione al catalogo della mostra personale alla
Galleria “Macchi”, Pisa, 1981).
[xiv]- Non si possono comprendere a
fondo i suoi quadri se non si ricorda che quello a cui
Romani ha sempre pensato è, appunto, la pittura. Allievo
idealmente di tanti maestri europei, e insieme autodidatta
in un’epoca in cui le accademie mostrano già i segni di
un’irreversibile crisi, nella sua
techne artistica
ogni “cosa è stata immersa in un bagno di colore per poter
entrare nel gioco serrato delle forme, anzi delle figure che
occorrono a Romani per richiamare davanti ai nostri occhi e
fissare dentro le nostre coscienze, con straordinaria
delicatezza di modi e con molta gentilezza di segni, la
corruzione che mina il mondo reale sotto la sua maschera di
bellezza.” (Luigi Carluccio,
Pierluigi Romani,
in “La Gazzetta del Popolo”, Torino, 20 marzo 1979).
[xv]- Nel saggio
Gli ultimi naturalisti (in “Paragone”, V. n. 59, Firenze, novembre
1954; ora in Francesco Arcangeli,
Dal romanticismo
all’informale, Einaudi, Torino, 1977) Arcangeli,
“nonostante rimanesse al suo tempo per lo più incompreso o
accusato di provincialismo, erano indicati con intuizione
folgorante due elementi banali dell’informale originario:
uno stava in quell’aggettivo “ultimo” enunciato fin dal
titolo; “ultimo” non era né indicazione di cronologia, né
indicazione di fine, era invece il senso dell’estremo, della
perdutezza, di un evento portato ai limiti più lontani
possibili, all’orlo dell’avventura e dell’abisso, era il
segno dell’infinito e dell’illimite [...]. L’altro elemento
era il “senso del due”, di un rapporto cioè tra uomo e
natura, uomo e mondo, tra sé e altro da sé. Arcangeli
intuiva che dalla coincidenza dei due termini stava uscendo
un’arte nuova, uno sprofondamento esistenziale mai ancora
conosciuto nel nostro secolo, un tramando (per usare una
parola a lui cara) del vero, drammatico, originario
romanticismo” (Roberto Tassi,
Quella macchia è
l’infinito, in “La Repubblica”, Roma, 7 luglio 1983).
[xvi]- Martin Heidegger,
Sentieri interrotti,
La Nuova Italia, Firenze, 1984, p. 68.
[xvii]- Cfr.
La condizione postmoderna, Feltrinelli, Milano, 1981.
[xviii]-
La storia dell’arte,
in “Storia dell’arte”, 1/2/ La Nuova Italia editrice,
Firenze, 1969, p. 11; ripubblicato in Giulio Carlo Argan,
Storia dell’arte come storia della città, a cura di Bruno Contardi,
Editori Riuniti, Roma, 1993.
[xix]- “L’ha detto Joseph Conrad in
Heart of darkness,
che l’opera di paesaggio è come la luce della luna che rende
visibili gli aloni oscuri che la circondano. Ma il massimo
teorico della fantasmagoria come forza conoscitiva, come
vera e propria noesi, è il Leopardi dello
Zimbaldone. Il suo sentimento del sublime nasce non dalla percezione
dell’immenso, bensì dall’esperienza del limite che non
contrassegna più un confine, ma una soglia, una finestra. È
attraverso questo chòra che si transita verso l’oltre: verso “l’ultimo
orizzonte”, e, al di là del luogo che sta al di fuori della
totalità delle cose, verso una molteplicità di orizzonti,
incognita molteplicità, che ci riferisce di mondi da
esplorare, di pensieri cosmogonici dell’“infinito dei
possibili” (Floriano De Santi,
Le costellazioni della figura, del paesaggio, della forma, della materia,
catalogo della mostra a Villa Borbone di Viareggio,
Caleidoscopio Edizioni, Carrara, 2009, p. 10).
[xx]- Renato Barilli,
Prima e dopo il 2000.
La ricerca artistica 1970-2005, Feltrinelli, Milano,
2006, p. 69.
[xxi]- “C’è nella pittura moderna
europea un filone non molto ramificato ma costante di colore
che si costruisce attorno al disegno senza immedesimarvisi e
senza perciò dar luogo ad alcuna sintesi di forma-colore. Il
disegno o profilo delle immagini conserva tutta intera la
sua organicità grafica e il colore vi si applica quasi
attorcigliandosi come l’edera attorno a un tronco [...]. Due
esempi che sempre più vanno consolidandosi nella tavola dei
valori: Giacometti pittore e Gruber [...]. In Italia una
pittura di questo tipo l’ha praticata con profonda intensità
poetica Giovanni Stradone [...]. Ho trovato un
personalissimo e suggestivo modo di rifarsi a quelle
esperienze nella pittura di Pierluigi Romani” (Antonello
Trombadori, Pierluigi
Romani, in “L’Europeo”, n. 42, Milano, ottobre 1981).
[xxii]-
Pierluigi Romani, presentazione al catalogo della mostra personale
alla Galleria “La Bussola”, Torino, 1981.